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Il Parco delle Dolomiti Friulane

Il Parco delle Dolomiti Friulane

Allorché ci avviamo sul piccolo sentiero nel bosco che evita la parte bassa della Val Montanaia e il suo immenso ghiaione, il sole si sta alzando nel cielo. La pianura veneta, che s’indovina alla fine della Val Cimoliana sotto ad un’estesa coltre di nebbia, è quasi ai nostri piedi, davvero vicina. Il Rifugio Pordenone, le poche auto parcheggiate, ci ricordano l’immediata vicinanza della civiltà cittadina. Sembra di essere all’ultimo piano di una casa neppure tanto alta, qui sotto al Campanile di Val Montanaia. Oppure su un’isola in mezzo ad un mare di giardini. Ma quando invece ci troviamo a salire per ghiaioni, rampe e canalini sassosi, ecco allora restituita a questo gruppo di isole rocciose che emergono verticali da oceani di mughi la loro dignità di guglie e pareti dolomitiche. E qui siamo appena nella parte più conosciuta e frequentata di queste montagne.

Da Forcella Montanaia su Croda Cimoliana e Campanile di Montanaia (Dolomiti d’Oltrepiave, PN)
Da Forcella Montanaia su Croda Cimoliana e Campanile di Montanaia (Dolomiti d'Oltrepiave, PN).

Il 1902 vide la conquista di una delle ultime vette simboliche e inviolate delle Dolomiti: l’allora leggendario Campanile di Val Montanaia, la montagna più caratteristica della zona. Tutta l’attenzione di alpinisti ed escursionisti si è sempre concentrata su questo gioiello. Mentre le bizzarre e selvagge montagne circostanti sono conosciute solo dai locali e dai cacciatori.

Il Campanile 2173 m è una torre illogicamente strapiombante da ogni lato, immersa nel silenzio del circo terminale di Montanaia, una valle sper­duta delle Dolomiti d’Oltrepiave. Per la sua particolare struttura e per la sua solitudine in mezzo ad un circo di crode più alte, è stato definito in epoche più coscientemente romantiche della nostra l’obelisco immane, il monte più illogico della terra (Theodore Compton), il mostro roccioso (Otto Bleier), il campanile più bello del mondo (Severino Casara), un dio ritto sull’altare (Bepi Mazzotti), la pietrificazione dell’urlo di un dannato (Napoleone Cozzi).

La sua conquista ripropose la storia di qualche anno prima del Campanile Basso. Il 7 settembre i triestini Napoleone Cozzi e Alberto Zanutti avevano compiuto un serio tentativo alla guglia, fallito solo per il sopraggiungere di un forte temporale. I due espertissimi alpinisti carinziani Viktor Wolf von Glanvell e Karl Günther Freiherr von Saar per puro caso incontrarono gli italiani all’osteria di Cimolais e, senza farsi riconoscere, con la complicità di qualche bicchiere di vino in più, riuscirono a farsi rivelare il segreto della salita: una certa cengetta (che anche i due austriaci conoscevano per averla vista dal basso), a dispetto delle apparenze, poteva essere raggiunta e i due triestini con lingua sciolta spiegarono come, pensando di parlare con due turisti simpatici e aristocratici, forse un po’ curiosi delle avventure altrui. Pochi giorni dopo, il 17 settembre 1902, in una giornata plumbea e temporalesca, i due austriaci salirono in vetta al Campa­nile. Ne risultò un itinerario difficile, classificato oggi di III con due passi di IV grado.

Cartello a Casera Casavento
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Questo «scippo» storico, di cui a distanza di tanti anni possiamo ridere gustosamente, fa parte però di una lunga tradizione che ha sempre visto questo territorio a oriente del fiume Piave defraudato di alcune dignità geografiche e turistiche che solo oggi cominciano ad essere riconosciute.

Quanto alle dignità geografiche, basta dire che si è sempre discusso sull’opportunità o meno di far rientrare nelle Dolomiti i vari gruppi calcarei sulla sinistra idrografica del Piave. Antonio Berti, che nel 1929 compilò la prima grande guida monografica delle Dolomiti Orientali, comprese nella sua trattazione la Crìdola, il Pramaggiore, gli Spalti di Toro – Monfalconi, il Duranno, il Col Nudo e il Cavallo, cioè i gruppi a sinistra del Piave, dando loro l’appellativo generico di Dolomiti d’Oltrepiave. Ma non tutti furono d’accordo: quando nel 1990 fu istituito il parco, lo si chiamò in un primo tempo Parco delle Prealpi Carniche. La nuova denominazione di Parco delle Dolomiti Friulane è certamente più giusta e generosa nei confronti di queste montagne, assai più simili alle Dolomiti che non a generiche prealpi.

La montagna dell’Oltrepiave è infatti severa e selvaggia, con versanti assai ripidi anche là dove le grandi pareti verticali hanno lasciato qualche spazio. La pratica dello sci è esclusa a priori, il turismo stenta a trovare un centro d’attrazione e quindi una sua autonomia turistica: solamente negli ultimi tempi di rinnovato interesse per le valli più incontaminate, grazie soprattutto all’istituzione del parco, si è destata maggiore curiosità per questi angoli remoti e meravigliosi.

Il Parco delle Dolomiti Friulane si estende tra il Cadore, il fiume Tagliamento, la Val Tramontina e la Val Cellina. È un’area a wilderness omogenea che supera i 31.000 ettari ma, se si comprende la zona di salvaguardia ambientale, raggiunge i 50.000 ettari, senza mai essere intersecata da alcuna strada asfaltata.

È la mattina del 30 settembre 1994 quando una scolaresca, in visita d’istruzione scolastica, in gita nei pressi di Casera Casavento, sotto una bellissima cascata, s’imbatte per puro caso in un masso di Dolomia Principale (Triassico Superiore) su cui, a distanza di un metro una dall’altra, spiccano due depressioni del tutto particolari: sono orme di dinosauro! E sono ben riconoscibili, sagome di antichi sauri carnivori. Quella al centro, perfettamente conservata, è lunga 35 cm e larga 23 cm. L’altra è visibilmente incompleta nella sua parte anteriore, perché in vicinanza del margine del masso. Tra le due orme se ne può riconoscere una terza, più piccola, forse impressa da una zampa anteriore. Le impronte sono tridattili, col dito mediano allungato e i due laterali abbastanza divaricati. L’emozionante scoperta portò a successive ricerche, condotte con perizia dal naturalista Mauro Caldana: furono così censite e classificate decine di altre impronte, ancora oggi non del tutto studiate. Duecento milioni di anni fa qui doveva esserci una grande palude con un sottile strato d’acqua su un fondo fangoso. Il dinosauro, bipede e carnivoro, vi si aggirava a caccia di organismi marini e di erbivori. E così anche questo sito, al fondo della valle di Claut, si è aggiunto, per ciò che riguarda i calcari dolomitici, ai più noti reperti del Pelmo e del Monte Zugna (Rovereto).

Un’orma di dinosauro nei pressi di Casera CasaventoParcoDolomitiFriulane-impronte-dinosauro_AnnaGraziaPalmisano012-1024x680

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