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In Dolomiti con Giovanni Scabbia

Sempre per i cinquanta anni esatti dei miei ricordi alpinistici, riporto qui un altro scritto di quel tempo (estate 1965). Lo dedico all’amico Piero Villaggio, scomparso il 5 gennaio 2014 in un ospedale di Rapallo.

Il racconto è la fedele trascrizione delle pagine del mio diario immediatamente precedenti a questa: proprio qui tralasciai la metodicità dei racconti per dare spazio solo all’elenco delle salite, usanza che ho conservato fino a oggi. Ne do anche ingenua spiegazione…
Pagina del diario di A. Gogna. Dopo l'ultimo racconto sulla via Fiechtl alla Prima Torre di Sella, i racconti giornalieri danno luogo al soo elenco delle salite.

In Dolomiti con Giovanni Scabbia
Mentre io sudavo sotto l’esame di maturità, Giovanni Scabbia era con Augusto Martini e Giorgio Vassallo e insieme hanno salito la Sud del Càstore. In dolomia non ha mai arrampicato, ma adesso siamo qui alla base dello spigolo NW della Seconda Torre di Sella. Uno spigolo stupendo, una delle più belle arrampicate delle Dolomiti occidentali, dato di IV con un tratto di 12 metri di V, valutazione Ettore Castiglioni.

Sappiamo tutti cosa è il IV del Castiglioni! Giova è piuttosto riluttante ad attaccare, non crede tanto nelle sue possibilità, ma alla fine si decide. Zoccolo, paretina, placca in diagonale di IV: siamo alla base del diedro di V.

Alessandro Gogna sotto al “tetto” della via Vinatzer alla Terza Torre di Sella. 4 agosto 1965
A. Gogna sotto al "tetto" della via Vinatzer alla Terza Torre di Sella. 4 agosto 1965.

 

Ebbene, vediamo otto chiodi, chiaro segno di passaggio attaccandosi ad essi. Il Castiglioni parla di tre chiodi. Il diedro è bagnato. In più, sta per piovere. Un vento freddo soffia da nord, chiaro segno che domani farà bello, magari per parecchi giorni. Attacco il diedro e pressoché da chiodo a chiodo arrivo al punto di sosta. In verità rimango un po’ sconcertato dal V del Castiglioni. Dopo, lo spigolo diventa bellissimo, è una serie continua di aerei passaggi, un’arrampicata libera fantastica. Dopo tre ore siamo a stringerci la mano in cima.

Nello stesso giorno, 3 agosto 1965, dato che tempo ce n’ancora, stanchi non siamo, ci divoriamo lo spigolo Steger alla Prima Torre. Al passo chiave non c’è più il chiodo e ora il passaggio è proprio difficile. E’ la seconda volta che lo faccio ma ora ho ben presente che proprio qui, pochi mesi prima, Donato Zeni era caduto scalando slegato.

Il giorno dopo, 4 agosto, è la volta di una di quelle che certamente va ad annoverarsi come una delle più belle vie che ho mai fatto: la via Vinatzer alla Terza Torre di Sella! Bellissima salita, tutta in libera, stupenda.

Dopo una notte in tenda a 2300 m, con un solo sacco da bivacco in due (io lo sfortunato), ci alziamo con un cielo incantevole. Le tre torri ci sovrastano ancora scure, mentre il Sassolungo è pienamente illuminato. Anche oggi Giova è poco convinto. Perché il Castiglioni dice: IV con tre passaggi di V (!).

La salita è risultata spettacolare, con i passi di V veramente tali (diciamo V+, bisogna tener conto che buona parte del VI del Castiglioni oggi lo si classifica come artificiale).

Giova sale benissimo dietro di me. Qui mi convinco che veramente posso aspirare a salite di ordine superiore, vista l’evidente facilità con cui ho superato quest’itinerario. Tanto più sapendo che sul famoso tetto Vinatzer tante cordate, anche di duri, sono tornate indietro, e molti capicordata (tra i quali anche Piero Villaggio, che poi incontrerò al rifugio Contrin e mi farà questa confidenza) mettono le staffe senza pietà. Insomma, per me la Vinatzer è stata una di quelle chiave, una grande svolta. La metto alla pari (non come difficoltà ma come “chiave” per me) con lo Spigolo del Secchio in Bajarda (1963), lo spigolo sud della Roda del Diavolo (da solo, 1963), i camini Schmidt alle Cinque Dita (da solo, 1964), la fessura Piaz alla Punta Emma (1964), la parete NE della Torre Orientale del Làtemar (da solo, 1964), la parete est della Punta Maria della Cresta Savoia (da solo, 1965).

Paolo e Piero Villaggio, circa 2010
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Dopo questi “exploit” sulle vie dure, torniamo alle vie classiche. Alle 21.30 eravamo arrivati al rifugio Contrin dove avevamo incontrato Piero Villaggio, Piergiorgio Ravajoni e anche i miei amici di Parma, Antonio Bernard e Pietro Menozzi. Tutti e quattro erano abbastanza stupiti che dopo una Vinatzer il giorno dopo volessimo fare la Sud della Marmolada. Piero e Piergiorgio erano andati lì per la Soldà-Conforto alla Sud-ovest, ma siccome era troppo ghiacciata quel giorno avevano salito la classica alla Sud, quelle che noi avremmo fatto l’indomani. Ci hanno riferito del vetrato in alto. Quanto alla Soldà, avrebbero visto domani. Villaggio, titolare di cattedra di Scienza delle Costruzioni alla Normale di Pisa, chiacchiera molto con Giova, futuro ingegnere.

Il 5 agosto tempo perfetto e ben presto con Antonio e Pietro siamo tutti pronti all’attacco, l’immane parete che ci sovrasta non ci fa soggezione. In 5h30’ siamo in vetta, dopo la lunga cavalcata nei camini, fessure, canali, colatoi, cenge e paretine con compagnia perfetta e affiatata. Non commettiamo alcun errore d’itinerario e procediamo sicuri sotto un sole meraviglioso.

Giovanni Scabbia sulla via Dimai alla parete sud della Tofana di Rozes, 7 agosto 1965
Giovanni Scabbia sulla via Dimai alla parete sud della Tofana di Rozes, 7 agosto 1965

Non posso fare a meno di pensare ai grandi del passato: il mitico Luigi Rizzi, che da solo salì fino alla prima cengia e ne ridiscese, a Michele Bettega, a Bortolo Zagonel, a Tita Piaz e a Guido Rey che resero famosa questa salita, a suo tempo (anche se per poco) la più difficile delle Alpi.

Storia e presente si confondono nella mia visione. Il colore non ha importanza. Il monte, i grandi del passato e noi quattro. I miei compagni sono affascinati dai colori.

Dopo un rapido trasferimento a Cortina, mentre Piergiorgio e Piero vanno in casa di quest’ultimo, noi andiamo a dormire al rifugio Dibona, sotto la maestosa parete sud della Tofana di Rozes. Alla mattina arrivano i due amici, che noi affettuosamente chiamiamo i “sestogradisti”. Loro andranno sulla Costantini-Apollonio, noi sulla vecchia e classica via di Antonio Dimai.

Circa alle 7.15 iniziamo. Andiamo velocissimi, volendo raggiungere due tedeschi, un uomo e una donna, che ci avevano preceduti. Lunghezza dopo lunghezza fino all’Anfiteatro. Qui, netta svolta a sinistra, lunga salita in diagonale sotto al magnifico balzo terminale della parete (sede di alcuni famosi itinerari difficilissimi). Ancora una giornata magnifica: mi stupisco di questo bel tempo ininterrotto. Dopo la famosa traversata Eötvös, e dopo il camino terminale, usciamo sulla cresta sud-ovest che facilmente e sotto un sole abbagliante ci porta pian piano alla vetta. Fame e sete. Non abbiamo portato quasi niente con noi e quel poco l’abbiamo già fatto fuori. E dobbiamo spettare fino alle 16 (o 18…) che escano i nostri amici dalla Costantini-Apollonio: una bella noia. Alcuni gitanti, saliti per la via normale, ci offrono pane e formaggio. Meno male! Di mano in mano che le ore passano, m’innervosisco sempre di più. Non mi bastano la bella giornata, il sole, il panorama, la bella salita appena fatta. Voglio solo scendere. Beato Giova che si sa godere questi momenti senza alcun pensiero. Io invece sono tormentato, inquieto.

Però, ora che sono qui a trascrivere queste note, assaporo la gioia del ricordo. Penso che chi s’immerge troppo nel presente non riesca mai a tuffarsi nel passato. Preferisco non lasciarmi dominare tanto dalle impressioni del momento, rimanere un po’ estraneo, per poi riviverle una seconda volta, trasformate dalla memoria e dalla facoltà creativa. Per questo penso di non sprizzare gioia quando arrampico. Trovare un appiglio buono e afferrarlo quasi con voluttà non è da me, non mi “godo” l’arrampicata. Tanto è vero che quando salgo, di solito non vedo l’ora di essere fuori. Senza dubbio il mio non è alpinismo sportivo.

Piergiorgio e Piero escono abbastanza presto, scendiamo al Dibona e in serata siamo a Cortina in casa Villaggio. La madre di costui è un personaggio a se stante, ci mette un po’ di soggezione anche se è molto gentile. Certe future performance di Paolo, fratello gemello di Piero, si possono spiegare se si è conosciuta la mamma…

La cena è molto lauta, ci voleva dopo tanta vita randagia. La notte dormiamo come ghiri. Domani è in programma lo spigolo della Punta Fiames.

Alessandro Gogna sullo spigolo della Punta Fiames. 8 agosto 1965
A. Gogna sullo spigolo della Punta Fiames. 8 agosto 1965

 

Cortina non è proprio di mio gusto. Autobus, corriere, auto… noi facciamo autostop, ma nessuno si ferma! Oggi il caldo è soffocante, camminare sull’asfalto è penoso. Arrivati a una certa frazione, secondo le indicazioni di Piero, saliamo verso una cava abbandonata. Dobbiamo trovare il sentiero che porta tra i mughi all’attacco, se no rischiamo di massacrarci nella vegetazione. Su per il sentiero procediamo per forza d’inerzia. Non abbiamo acqua, sotto la parete non ce n’è. L’unica è soffrire fino in vetta e poi sperare in qualche sorgente…

Superiamo d’impeto e con la bocca arsa le rocce della parete che precedono lo spigolo. Ci leghiamo. Facciamo i passaggi difficili senza troppo sperpero di energie e ci ritroviamo in vetta dopo poco più di 2h30’. Lì mangiamo del pane di segale, senza alcun companatico: la sete aumenta.

Precipitosamente scendiamo verso Forcella Pomagagnon, dove ovviamente non c’è traccia d’acqua. Sperperiamo il poco liquido che ci è rimasto in corpo sudando nella corsa giù per il ghiaione, puntando direttamente su Cortina. Mughi, prato, bosco e altro prato: finalmente ci troviamo nell’abitato. Nessun bar, nessun negozio, nulla. Finalmente un fruttivendolo. Un litro di latte a testa. Bevuto a garganella mi resterà un po’ indigesto.

La sera, a casa Villaggio, altro bel pranzo e chiacchierata nel segno dell’etichetta della signora Maria la quale, insegnante di tedesco, di questa gente aveva tutto il modo di fare.

Arrivano altri amici da Genova, Renato Avanzini e Giorgio Coluccini. Non riusciamo a concordare qualcosa da fare insieme l’indomani. Loro vogliono andare in Civetta, noi sentiamo che è ora di levare le tende. Perciò domani andremo in Lavaredo a farci la Duelfer alla Cima Grande e poi penseremo al ritorno.

Sulla fessura di 25 m dello spigolo della Punta Fiames. 8 agosto 1965
A. Gogna sulla fessura di 25 m dello spigolo della Pinta Fiames. 8 agosto 1965

Il 9 agosto 1965 due francesi ci prendono su in autostop e ci portano fino al rifugio Auronzo. Uno di loro arrampica, così decidiamo di andare in tre. Non sono in ottime condizioni: quel litro mi ha scombussolato. Ma di certo non sarà questo a fermarmi e il V da capocorda me lo garantisco ugualmente.

Dal rifugio c’incamminiamo lentamente ma non troppo verso la forcella tra la Cima Grande e la Cima Ovest. Il numero di persone presente in questi luoghi, favorito dalla superstrada a pedaggio che giunge qui da Misurina, non permette di respirare l’aria normale di montagna. Per i paganti pedaggio e posteggio, queste tre cime non sono altro che grossi sassi; la guerra non sembra nemmeno essere passata in questi luoghi; e anche il ricordo di leggendarie imprese su queste crode non supera la generale indifferenza. Viene solo voglia di tornare indietro nel tempo, quello della costrizione all’eroismo dei soldati, le cui gesta sarebbero state ricordate per decenni, quello di Antonio Berti che scriveva la sua guida delle Dolomiti orientali: un gioiello insuperato.

Vedo le tre cime maestose in quegli anni gloriosi. Loro sono indifferenti: sono io che sdegno la vile massa di turisti, amorfa, stupida, disinteressata. Solo pochissimi di loro sanno di alpinismo e di guerra.

Piero Mazzorana, “custode” del rifugio Auronzo, non si è certo opposto alla costruzione della superstrada che porta a questo gigantesco “lupanare” internazionale. Lo vedo come un traditore.

Questi allegri pensieri mi occupano fino a che non abbandoniamo il carosello e c’inoltriamo nel canale che sale alla forcella. Ora bisogna arrampicare. All’attacco il francese mi vede partire senza staffe e con pochi moschettoni. Lui dice di aver salito parecchie vie, però tutte in artificiale, anche nel Bianco, dove ha fatto la Rébuffat all’Aiguille du Midi e la Bonatti al Grand Capucin. Alla vista della fessura-camino di Duelfer non riesce a credere si possa salire in libera.

Giovanni Scabbia sulla via Duelfer della Cima Grande di Lavaredo. 9 agosto 1965
Giovanni Scabbia sulla via Duelfer della Cima Grande di Lavaredo. 9 agosto 1965

Ma durante la salita si entusiasmerà lodando, con la “erre” più arrotata, le Dolomiti, Duelfer e anche noi due che lo abbiamo accettato con noi.

Questa via è meravigliosa, mai di forza, sempre elegante, con il corpo sempre proteso nel vuoto. A 200 metri dall’attacco, lo vedevo ancora sotto di me in verticale. Una vera classica del V, direi a questo punto l’esempio del V. Condivido in pieno l’entusiasmo del francese (di cui non ho annotato il nome…).

La sera rimaniamo bloccati a Pieve di Livinallongo per mancanza di auto da fermare. Dormiamo lì alla meglio (su un prato). Il 10 raggiungiamo Soraga, dove soggiornano i miei in vacanza, e l’11 siamo alle Torri del Vajolet. Questa sono con noi anche mia madre e mio padre, che ci accompagnano fino al rifugio Re Alberto. Attacchiamo la combinazione Preuss-Delago-Piaz alla Torre Delago, un V- con passo di V. Molto bella e diritta, è con noi anche il vecchio amico di Roma Paolo Cutolo. Arrivati al punto in cui si dividono l’originale Delago e la variante Piaz, scelgo questa. Mai l’avessi fatto! La trovo di V+ e così mi sarà confermato anche da altri. Non la superò con facilità, tutt’altro. Anche perché non c’è neppure un chiodo nei 20 metri di variante.

Scesi alla base, cedo alle preghiere di Giova che vuole fare lo spigolo Piaz, l’estetica lama tagliente di roccia che si vede in tutte le cartoline. Se lo fa lui davanti, io salgo da “cliente”. L’avevo già salito da solo e in più sono un po’ agitato perché al rifugio i miei genitori mi stanno aspettando.

Alessandro Gogna sulla via Duelfer della Cima Grande di Lavaredo. 9 agosto 1965
A. Gogna nel camino della via Duelfer alla Cima Grande di Lavaredo. 9 agosto 1965.

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