Pubblicato il Lascia un commento

In falesia come in montagna

In falesia come in montagna
di Angelo Monti
(già pubblicato su Annuario CAAI 2014-2015)

Negli anni ’70 non si andava come oggi “in falesia e/o in montagna”, ma “in falesia COME in montagna”, sulle “grandi classiche” come sulle “pareti sconosciute”. La semplicità di azione di allora, scaturiva da una atmosfera irripetibile.
Ecco la testimonianza di Angelo Monti, che con Pierluigi Bini, Massimo Marcheggiani, Giampaolo Picone, Paolo Abbate e il fatidico Vito Plumari, ha formato “quel mitico gruppo” di scalatori romani fortissimi e modesti (Redazione
Annuario CAAI 2014-2015).

Angelo Monti
FalesiaComeMontagna-Monti0001

Cominciai ad arrampicare il primo ottobre 1977, a diciassette anni; a quei tempi il primo di ottobre era il giorno in cui iniziavano le scuole: per me ebbe inizio soprattutto la mia storia coll’alpinismo.

Quel giorno, per la prima volta, mi legai al capo di una corda. All’altro capo si legò Pierluigi Bini, un mio coetaneo, che avevo conosciuto la sera prima nella pizzeria di via dei Giubbonari a Roma, un locale dove i ragazzi dell’Alpinismo giovanile del CAI di Roma amavano ritrovarsi saltuariamente il venerdì sera. Seppur di un solo anno più grande di me, Pierluigi era già considerato un veterano dell’arrampicata, un ragazzo prodigio dell’alpinismo su roccia: in un paio di anni aveva ripetuto nelle Dolomiti più di cento vie classiche, compreso il Diedro Philipp sulla Nord-ovest del Civetta in sette ore. Quella sera confessai al nuovo amico il sogno di scalare una vera parete con corda e moschettoni, e lui senza pensarci due volte m’invitò il giorno dopo ad andare ad arrampicare insieme al Monte Morra, la palestra di roccia più importante e frequentata del Lazio in quegli anni.

Così la mattina seguente, invece di recarci a scuola, ci avviammo verso il Morra che raggiungemmo dopo un viaggio in autobus di quasi due ore e un avvicinamento a piedi altrettanto lungo. Non avevo ancora mai visto nessuno arrampicare, e quando vidi Pierluigi salire in pochi secondi, con estrema velocità e disinvoltura, la nostra prima via di quarto grado alta 30 metri, pensai che fosse quello il passo consueto di ogni arrampicatore. Ebbi perciò un senso di profonda frustrazione quando toccò a me salire, avevo impiegato oltre dieci minuti per raggiungerlo, ma soprattutto avevo fatto una fatica bestiale. Dissi a me stesso che avrei rinunciato per sempre a praticare questo sport, ero convinto di non esservi portato. Con mia grande sorpresa fui invece consolato dal mio capocordata, il quale ebbe nei miei confronti parole di elogio: secondo lui, per essere stata la mia prima volta, ero andato bene. Qualche ora più tardi, vedendo all’opera un’altra cordata che procedeva più lenta di me, mi sentii ancor più risollevato. Compresi in quel momento che Pierluigi era una specie di Mennea dell’arrampicata.

Angelo Monti
FalesiaComeMontagna-Monti0002

Se esistevano le rivalità? Esistevano eccome, però Bini era talmente superiore a tutti e riconosciuto tale, che nessuno si azzardava a competere con lui, la vera rivalità si manifestava più che altro verso noi suoi “discepoli’ di rango inferiore.

Passarono dei mesi in cui mi consacrai completamente a questa attività, cominciai a scalare da primo di cordata tutte le vie di quinto grado della nostra palestra di roccia. Iniziai pure a leggere i libri di Messner e Bonatti, sognando ad occhi aperti il giorno che avrei scalato anch’io le grandi pareti delle Alpi. Pensavo quasi con ossessione alle stupende sensazioni ed emozioni che quelle ascensioni mi avrebbero fatto vivere. Lassù in alto, sarei stato libero di muovermi a contatto con il cielo, libero di spaziare con lo sguardo sopra abissi di vuoto, questo era ciò che cercavo nell’alpinismo.

Il pomeriggio, dopo aver adempiuto agli obblighi scolastici, ci trovavamo con qualche altro compagno di arrampicata sotto il cavalcavia stradale del Grande Raccordo Anulare di via Casilina: Pierluigi aveva scavato appigli e appoggi su una delle pareti verticali del ponte, in un angolo della periferia di Roma in cui regnavano solamente frastuono e gas velenosi. Lì arrampicavamo, con i treni e le auto che ci passavano accanto, con i passeggeri che dai finestrini ci urlavano contro gli insulti più coloriti!

Pierluigi Bini sulla via del Vecchiaccio, Seconda Spalla del Gran Sasso. Foto: Fabrizio Antonioli
FalesiaComeMontagna-BiniSulVecchiaccio-FotoF.Antonioli

Noi però non temevamo né lo squallore né gli improperi della gente, ci preoccupavamo soltanto di riuscire a concatenare in successione, senza staccarsi mai dal muro, tanti singoli passaggi, un movimento dopo l’altro, migliorare la propria resistenza di braccia, la propria intelligenza motoria ogni giorno di più. Non portavamo scarponi rigidi ai piedi ma scarpette da tennis, non indossavamo pantaloni di velluto alla zuava e camicia a quadri, ma tute da ginnastica logore e impolverate. Anche in montagna arrampicavamo come se stessimo al Monte Morra, leggeri senza zaino in spalla, senza portare giacche a vento pesanti e ingombranti, ma solamente un k-way allacciato alla vita. Finita una salita, spesso se ne iniziava subito un’altra, fino a percorrere settecento, ottocento metri di dislivello di quinto e sesto grado in una giornata. Si faceva affidamento principalmente sulla velocità, sulla capacità di salire senza indugio e senza interruzioni di ritmo, su qualunque genere di difficoltà. Per riuscire bene in questo bisognava arrampicare al ponte ogni pomeriggio per ore e ore, stancarsi fino allo sfinimento; il libro di Messner Settimo grado era il nostro vangelo, predicava la dura disciplina dell’allenamento quotidiano.

Col rinsaldarsi della nostra esperienza in montagna ci si recava alla stessa stregua sia sulle grandi pareti difficili e importanti storicamente, sia sulle pareti impercorse, a seconda dell’ispirazione. La salita con Pierluigi al Sass dla Crusc, forse perché effettuata tutta da secondo, non ha lasciato in me ricordi particolari, sono altre le salite che non dimenticherò mai, soprattutto per il sopraggiungere di temporali, fulmini, frane e quant’altro.

Era il finire degli anni ’70, era l’alba di un nuovo modo di andare in montagna, un nuovo modo di fare alpinismo, di lì a breve sarebbe sorto il Nuovo mattino, con tutti i suoi personaggi e tutti i suoi protagonisti votati totalmente all’arrampicata libera, un nuovo gioco, fine a se stesso, da intraprendere con sacchetto della magnesite e scarpe d’arrampicata a suola liscia, un gioco esente dalle tensioni generate dal grande alpinismo, da praticare soprattutto nelle rassicuranti falesie e sui massi di fondovalle, che da quel giorno spuntarono ovunque come funghi. Nonostante il vento di cambiamento in quegli anni soffiasse forte sulla concezione dell’alpinismo, io continuavo a subire il richiamo irresistibile delle cime immutabili. Attratto sempre più dai tramonti e dalle albe, aspettavo lassù in alto il sorgere del sole. Scoprii così l’incantesimo del buio che incontrava la magia della luce, e quello rappresentò il mio nuovo mattino.

Vito Plumari, il Vecchiaccio
FalesiaComeMontagna-6a01156f63cad4970c0148c6d594c0970c

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.