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Introduzione alla “Storia dell’alpinismo” – 1

Gian Piero Motti pubblicò nel 1977 la sua Storia dell’alpinismo, in due volumi. Questi seguivano una serie di altri sei volumi intitolati Enciclopedia della montagna (Istituto Geografico De Agostini). Nell’introduzione illustrava il nodo cruciale e irrisolto che contraddistingueva il momento storico in cui viveva, tratteggiando i diversi tentativi di dare risposte e prefigurando in maniera profetica quella che sarebbe stata l’evoluzione successiva.

Introduzione alla “Storia dell’alpinismo” – 1 (1-2)
di Gian Piero Motti

Si dice che un tempo la Terra non fosse così come noi oggi la vediamo. Alcune ipotesi molto attendibili dicono che un tempo tutte le terre emerse erano unite in un sol continente, circondato da un immenso oceano. Pare anche che all’interno di questo continente vi fosse un mare o un grandissimo lago salato, di cui oggi rimangono alcune testimonianze (Lago Ciad in Africa). L’avventura di viaggiare a ritroso con la fantasia è forse la più intensa che l’uomo si possa permettere. Possiamo allora immaginare un mondo dove forse non esistevano montagne, un unico continente simile ad una gigantesca landa piatta e desolata, un immenso deserto arido e privo di vita. O forse ancora le terre ricoperte dai ghiacci, altrove una distesa sconfinata di tristi acquitrini e paludi, prive di colore e di luce. Forse densi vapori velavano costantemente il ciclo, in un silenzio cupo e tenebroso che oggi non è più di questo pianeta.

Pagina 14 dell’edizione originale di Storia dell’alpinismo (1977) di Gian Piero Motti
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Poi successe qualcosa, un qualcosa che da sempre ci danniamo a comprendere e a chiarificare, senza risultati peraltro apprezzabili e verificabili. Senza per questo voler sminuire l’enorme tributo della scienza dato alla conoscenza, forse giunse più vicino alla verità il misticismo orientale che, servendosi unicamente dell’intuizione irrazionale, si spinse ben oltre il freddo ed empirico razionalismo occidentale. Di certo vi fu qualcosa di grandioso e terribile, fu innescato un meccanismo esplosivo ed entrarono in gioco forze la cui potenza ci riesce incommensurabile. Ed ecco il pianeta, quasi posseduto da un demone interiore tenuto prigioniero nel suo interno, cominciò a vibrare, a tremare, a sussultare e a contorcersi. Il mito orientale narra di un grande drago che sputava fuoco. Il drago aveva dormito a lungo e si era come raffreddato, avvolto dalla morsa mortale delle terre e dei ghiacci. Poi, per cause a noi ignote, fu risvegliato e trovandosi prigioniero, come racchiuso in un uovo gigantesco, cercò di venire alla luce, quella luce di cui forse aveva ancora ricordo. Sprigionò la sua forza titanica e immensa, fece tremare l’intero pianeta e nel suo sforzo distruttivo eruttò fuoco e materia solare incandescente. Il cataclisma fu tremendo: si dice che la massa continentale fu fratturata in più parti, vi furono urti spaventosi, attriti, frizioni e corrugamenti. I brandelli lacerati del continente cominciarono a galleggiare sull’oceano come giganteschi zatteroni, andando alla deriva.

Le spinte interne determinarono delle frizioni e a volte le zattere gigantesche si urtarono: come se noi avvicinassimo due enormi pile di fogli di cartone e cominciassimo a spingerle frontalmente una contro l’altra. Sotto la pressione costante e regolare, una delle due pile comincia a creparsi al centro e ad inarcarsi, tanto che gli strati si sovrappongono nel punto di frattura. Si determinano dei rilievi e delle creste, separate da forre molto profonde. Così, dicono gli scienziati che studiano la genesi della Terra, un giorno sorsero le catene dei monti. Di certo l’uomo o almeno l’uomo come noi oggi lo pensiamo e vediamo, non fu spettatore di quel cataclisma che forse si svolse nel buio delle tenebre.

E che ne fu del drago? Non sappiamo, forse esaurì gran parte della sua immensa energia in questo tremendo sforzo distruttivo che in fine risultò per essere creativo. Si riassopì ancora esausto e sfinito, ricoperto dai suoi magmi raffreddati e induriti, avvolto ancora dalla morsa delle acque, dei ghiacci e del gelo. Qualche volta però ha come un tremore, un brivido, forse un rantolo o un sussulto ed ecco che la Terra trema, si spacca, ancora erutta il suo sangue incandescente. Dunque è ancora vivo. Lasciamo ora l’immagine mitica ed anche poetica del drago, ricordando però un’antichissima profezia che si legge sui testi mitologici indiani: «un giorno il figlio della luce, il mitico Rama, verrà in Terra e risveglierà il drago liberandolo per sempre dalla sua prigionia…».

Comunque ritorneremo su questi argomenti cercando di mettere a fuoco gli atteggiamenti che l’Uomo ha verso la Natura (e quindi la montagna) e scoprendovi poi due modi ben distinti e contrastanti di pensare e di agire: uno occidentale, o aggressivo, e un altro orientale, o passivo.

Le montagne e la vita dell’uomo: creare per poi distruggere
Sorsero dunque le montagne, belle come le altre mille cose belle di questo pianeta. Dapprima erano un po’ grezze e informi, ma pensò il tempo a renderle ancora più belle, ardite e slanciate. La pioggia e le acque dilavanti le ripulirono dalla terra e dal fango e sui fianchi dirupati e scoscesi misero a nudo le rocce. Il vento cominciò a giocare con la pietra, limandola ed erodendola, scavandola e modellandola. Ma le montagne sono come l’uomo e rispecchiano la sua vita. Nascono, crescono in bellezza e splendore, aiutate da tutti gli elementi vitali: la luce, l’aria e l’acqua. Ma poi gli stessi elementi che dapprima erano creativi con il tempo si rivelano distruttivi e cominciano a incidere rughe sempre più profonde: i fianchi una volta compatti e possenti dei monti, ora mostrano incisioni, canali, forre e valli profonde. L’acqua subito si precipita lungo queste vie di scorrimento naturali e inizia a erodere, a spianare e a livellare, trasportando a valle cumuli e cumuli di detriti ammassati. Il gelo intacca l’epidermide e la dura scorza granitica, frantumando la superficie rocciosa in tante piccole squame che si distaccano e precipitano. Anche il sole surriscalda la roccia facilitando il lavoro abrasivo del vento e della sabbia: ben presto (milioni di anni…!) degli splendidi picchi arditi e slanciati, superbi ed eleganti, non resta che sabbia, detriti e polvere ammassati dal vento che instancabile riprende il suo lavoro creativo nel deserto, formando dune gigantesche che ancora in seguito saranno spianate e distrutte dal vento.

Costruire per distruggere, nascere per morire, salire per poi ridiscendere e ancora risalire per poi nuovamente ridiscendere. Una vera e propria ossessione che collega in un unico filone Natura, Uomo e agire dell’Uomo. Quindi anche l’alpinismo e la sua storia, sicuramente uno degli obiettivi più luminosi per comprendere una storia apparentemente assurda (se non si pensa che tutto abbia un fine) di un pianeta e della sua vita.

Vi è come una sorta di illusione, un omerico canto delle sirene che attrae ed incanta, invitando a provare. Il canto sembra dire: vieni dunque, accetta di nascere e vivere in Terra e guarda tutto ciò che ti offrono la vita, gli uomini e la Natura. Il giardino incantato subito pare splendido e meraviglioso nella sua veste iniziale e non essendo ancora a conoscenza del dolore (non apparente) ci si convince con entusiasmo a venire alla luce. Forse l’inizio non è male (ma non per tutti), poi si corre senza sosta verso quella meta promessa, verso una vetta intravista da lontano e sognata per sempre. Ma purtroppo la vetta che si crede di raggiungere non è mai tale e a poco a poco subentra l’amara delusione e la rassegnazione allo stanco ritorno verso la porta di entrata. È vero, vi è anche chi capisce per tempo l’inganno, e stanco e disgustato di propria volontà cerca tragicamente di ritornare da dove è venuto.

Anche l’alpinista insegue un’illusione. Lascia la pianura dove sovente non si sente inserito nella vita di tutti e di tutti i giorni. Lo attrae l’immagine di una vetta che sembra portarlo molto in alto, una meta che alla luce infuocata del tramonto, quando risplende incendiata dal sole della sera, sembra garantirgli finalmente non solo gloria e vittoria, ma anche quella libertà sconfinata, quella pace e quella beatitudine che ansiosamente e vanamente va cercando in pianura. Egli sa che la via di salita forse sarà dura e difficile, che dovrà soffrire, ma per ora rigetta da sé queste immagini di dolore e invece pensa a ciò che la salita e la vetta sapranno offrirgli durante la lotta. E già emotivamente vive ancor prima dell’azione le sensazioni forti che poi vivrà durante la scalata. Quelle stesse emozioni uniche e irripetibili ed esclusivamente “sue” che poi, una volta tornato, non riuscirà a comunicare, malgrado il suo sforzo, a nessuno.

L’illusione della vetta e il problema dell’insoddisfazione
A mano a mano che la salita procede l’alpinista si ritrova sempre più solo e molto lontano dal mondo che ha lasciato in pianura. Egli comincia ad assaporare lo strano piacere della lotta individuale addentrandosi nei labirinti un po’ magici e arcani della separazione della propria personalità. Raggiungendo una condizione psichica assai affine alla schizofrenia, egli a poco a poco scopre un altro in se stesso, ben vivo e presente, a volte un amico, ma più spesso un vero e proprio nemico che si fa sentire con la voce della paura. È una voce costante e insistente che sembra dirgli nei momenti più difficili: «Cadi! Cadi!» Certo l’alpinista non percepisce il messaggio inconscio così formulato, ma gli giunge invece sotto forma di ansia, di angoscia e di paura di cadere che insorge nei momenti di più forte tensione durante la salita, ed è una paura che l’alpinista o cerca di reprimere o di dominare, o meglio, di mediare e tenere sotto controllo durante tutta la fase di salita necessaria per raggiungere la vetta. Sovente la fase più nevrotica della lotta lo porta a invertire completamente i valori del piano che ha lasciato: il dolore diviene piacere, la sofferenza è accettata, anzi il più delle volte cercata e goduta con gusto raffinato. Le emozioni e le sensazioni provate vengono accomunate in un’unica parola giustificante: l’avventura. Il più delle volte l’alpinista non si sente di osare da solo, in quanto i rischi sono enormi; ogni minimo errore potrebbe essere fatale ed egli ci tiene troppo a raggiungere la vetta. Allora per precauzione ecco che escogita il meccanismo della cordata e si lega a un compagno. Per far sì che il legame non sembri troppo arido e utilitaristico, egli cerca di “vestire” questa unione in modo umano e sentimentale, parlando di amicizia e di legame fraterno e unito nella vita e nella morte. In realtà molti di questi legami “di corda” sono solo ed esclusivamente utili ai fini della riuscita dell’impresa, in quanto ciascuno conduce la salita chiuso nel proprio microcosmo individuale, senza alcuna comunicazione che non sia la sicurezza garantita dalla corda. Non per nulla ci si lega alla base della parete e ci si slega appena giunti in vetta. E non per nulla il più delle volte i legami intrecciati in parete non hanno alcuna ragione di esistere in pianura.

Cesare Maestri (al centro) assieme ai compagni di spedizione e al famoso compressore che si portarono in parete per infiggere chiodi a pressione nel granito del Cerro Torre
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Comunque, da soli o in cordata, la scalata procede verso la vetta che sovente viene raggiunta come si era sognato nel sole del tramonto, dominando spazi sconfinati sottostanti, con la breve illusione di essere al di sopra di tutte le cose mortali. Ma non sempre e così, anzi il più delle volte accade il contrario:

«… Ecco la cima. Per questo momento ho lottato e vissuto, ne valeva la pena?
Mai come ora mi rendo conto che nessuna montagna vale una vita. Mi prende schifo per questa cima. Che schifo questo vento, le foto scattate, le firme depositate.
No, non ne vale la pena… Andiamo via… In mille sogni ho visto le nostre bandiere sventolare al sole sulla cima. Ed ora rimango indifferente. Abbrutito dalla fatica, con i nervi a pezzi, mi preparo a consumare il sacrificio alla più stupida manifestazione umana: la vanità
… (Cesare Maestri, Arrampicare è il mio mestiere, Garzanti 1961)»

Così si esprime Cesare Maestri parlando delle sue emozioni in vetta al Cerro Torre, al termine della prima difficilissima ascensione con Toni Egger.
E anche Walter Bonatti, forse il più grande esponente dell’alpinismo di tutti i tempi, non si rivela più entusiasta, se si pensa che dopo sette giorni passati da solo sul pilastro del Petit Dru (Monte Bianco), al termine di una scalata solitaria quasi incredibile per la sua audacia, giunto in vetta e coronando la sua fatica titanica, disse:

«… Alle 16.37 esatte sono in vetta al Dru. Uno sguardo veloce tutt’intorno e quasi di corsa, con lo zaino sulle spalle, incomincio a discendere per la via normale (Walter Bonatti, Le mie montagne, Zanichelli, 1961)».

Il Petit Dru con il tracciato della via di Bonatti (1955), oggi crollato
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Per una specie di gioco un po’ maligno, sembra che vi sia una proporzione inversa tra difficoltà della salita e soddisfazione che si prova in vetta. Al termine di una facile escursione che non ha richiesto un ingente tributo fisico e psichico, il più delle volte la vetta appaga in pieno: si può godere il panorama a lungo, osservare attentamente le valli sottostanti, dormicchiare al sole, restarsene un po’ di tempo in cima senza l’assillo di dover subito scendere per evitare il maltempo o un bivacco penoso per le condizioni fisiche e psichiche ormai esaurite. Comunque, in ogni caso, ci si troverà costretti a scendere a valle. Invece se l’impegno per raggiungere la vetta è stato importante, certamente quest’ultima sarà piuttosto deludente, rivelandosi come scontata, una sorta di noioso passaggio obbligato per poi subito ridiscendere in tutta fretta verso i ristori e gli agi del fondo valle, che in quella situazione appariranno molto gradevoli.
Possiamo quindi formulare una curiosa equazione di questo genere: scalata lunga e difficile = sofferenza, ma anche grande soddisfazione durante l’azione. Però poca o nessuna soddisfazione in vetta, anzi immediato desiderio di fuga e di ritorno a valle.
Invece salita facile e breve = poca sofferenza durante l’ascensione e quindi (per quanto questa considerazione di stampo masochista a molti risulti inaccettabile e amara) anche scarsa soddisfazione e poca avventura. Però la vetta sarà assai soddisfacente e appagatrice, generando desiderio di restarvi a lungo, contemplazione e rammarico per il pensiero del ritorno a valle.


Come sempre, appare più che mai chiara la drammaticità della condizione umana, dove le contraddizioni non riescono a trovare una sintesi soddisfacente: pure in questo caso, anche se il paragone e un po’ banale, non è possibile salvare contemporaneamente la capra e i cavoli del famoso proverbio.
Ma in fin dei conti, perché mai la vetta delude? Perché la si era vissuta come meta finale e liberatoria, quasi assoluta nella sua purezza. Per raggiungerla si è dato tutto, si è lottato allo spasimo, sacrificandosi e sottoponendosi a rinunzie di ogni genere. Invece una volta giunti in vetta si comprende purtroppo che era solo un sogno, un fantastico sogno che si è cercato di materializzare nell’immagine della scalata: in vetta però non vi è nulla, vi sono pochi metri quadrati di roccia o di neve, sovente ci si sta anche scomodi, fa freddo, tira vento e forse non si vede alcun panorama. Il più delle volte non si ha certo il tempo per perdersi in contemplazioni, ma inesorabilmente bisogna pensare a scendere e a ritornare a valle, anche perché la discesa non sempre sarà facile. In ogni caso la discesa il più delle volte sarà uno squallido rito da consumare, uno stanco e mesto ritorno verso usi e abitudini di un mondo mediocre ed insoddisfacente dal quale si era creduto di fuggire con la scalata. E invece bisognerà riadattarsi a questo mondo, reinserirsi a fatica per poi ancora sognare e sperare. Ancora si tornerà sulla “parete” e ancora si tornerà a portare una propria croce, nell’illusione di poter finalmente raggiungere una vetta dove si sarà paghi e felici.

«… Raggiungiamo la vetta alle 11. Ci stendiamo al sole, fa caldo ed abbiamo una gran voglia di dormire. Niente fremiti di gioia. Niente ebbrezza della vittoria.
La meta raggiunta è già superata. Direi quasi un senso di amarezza per il sogno divenuto realtà… Sceso a valle cercherò subito un’altra meta. Se non esiste la creerò… Ed ogni meta raggiunta scompare per lasciare il posto ad un’altra più ardua e più lontana
(Giusto Gervasutti, Scalate nelle Alpi, Società Editrice Internazionale, 1961)».

La parete est delle Grandes Jorasses con il tracciato della via Gervasutti-Gagliardone (da Iborderline)
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Queste le riflessioni di Giusto Gervasutti, forse il più “eroico” e romantico alpinista italiano: sulla vetta delle Grandes Jorasses (Monte Bianco) dopo aver ottenuto la sua più folgorante vittoria sulla parete est della montagna. Si comprende allora che anche una volta tornati in pianura fallirà il tentativo di comunicare le proprie sensazioni ad altri, in quanto, con amarezza, ci si accorgerà che esse sono esclusivamente personali e incomunicabili. Esse appartengono a un vissuto troppo eccezionale e troppo lontano dal vissuto quotidiano di chi alpinista non è. E allora una volta di più ci si troverà costretti, come diceva Gervasutti in un suo scritto, a lasciare le piccole brune a raccogliere da sole le more e i lamponi nei boschi, perché la nave volge la prua al vento delle bufere…

I giovani alpinisti di fronte al problema dell’insoddisfazione e della sofferenza
Oggi [ricordiamo che l’oggi di Motti è il 1977, NdR] molti giovani alpinisti hanno capito di trovarsi bloccati in una “impasse” non troppo simpatica e cercano, anche un po’ affannosamente, dei tentativi di soluzione. Si delineano quindi alcune correnti di pensiero e d’azione ben definite, sulle quali ritorneremo in seguito con un’analisi molto più profonda. Per ora è sufficiente sintetizzare queste correnti in modo da inquadrare già sin dal discorso introduttivo quello che sarà il “taglio” filosofico dato alla parte storico-evolutiva, fornendo così al lettore una buona chiave interpretativa.

Vi è dunque una corrente contestatrice ed antiindividualista, che vorrebbe proporre un modello rinnovato e differente di alpinismo. Un alpinismo privo di sofferenze volute, privo di sacrifici accettati sullo stampo cristiano, vissuto lontano dai pericoli oggettivi, all’insegna quindi della sicurezza cercata sotto tutti gli aspetti tecnici e soprattutto assai meno misoneista, “serio” e drammatico dell’alpinismo tradizionale. Chiaramente non è che il ribaltamento dialettico dell’alpinismo cosiddetto “eroico”, simpaticamente sintetizzato da alcuni giovani arrampicatori emiliani (tra i promotori di questa corrente) dal motto «La pace con l’Alpe», antitesi scherzosa del famigerato «Lotta con l’Alpe» di Guido Rey.
In questa corrente appare chiaro il fine di smitizzare l’alpinismo e di umanizzarlo rendendolo un fatto sociale e non più individuale (sempre se tutti siamo d’accordo che l’uomo sia individualista o socievole per necessità e costrizione), portandolo alle masse come sana attività creativa e sportiva non alienante: soprattutto non asservita alle strumentalizzazioni del sistema (sul che si possono nutrire dubbi molto fondati…). Qualche esempio del caso si è cercato di realizzare nei Paesi dell’Est europeo, ma purtroppo si è completamente soppressa la libera scelta dell’individuo, creando classifiche di valore cui si giunge attraverso le discusse “gare d’arrampicata” compiute in sicurezza totale ed estremamente competitive.
Forse l’intento è buono e onesto, per lo meno compiuto in buona fede, ma un’attività del genere non può essere chiamata alpinismo: la si potrà chiamare forse sport dell’arrampicata o qualcosa di simile. E anche sulle soddisfazioni che un alpinista può trarre da un’attività del genere, non si può essere del tutto convinti. Chi è stato alpinista e ha capito che nel suo agire esiste una forte ritmica ossessiva che genera in lui insoddisfazione e alienazione può anche dire basta e rinunciare a una attività ripetitiva e un po’ masochista. Tuttavia la rinuncia non sarà per nulla facile e piacevole (vedi l’articolo I Falliti di Gian Piero Motti su Rivista Mensile del CAI anno 1972). Certo, in montagna si soffre, ma si è anche ripagati da sensazioni e da situazioni ambientali che non hanno pari altrove. È solo e sempre un fattore di scelta personale, una volta che si sia attuata una lucida presa di coscienza dei pro e dei contro esistenti nell’alpinismo.

Ma se poi uno accetta il gioco con tutte le sue regole, resta un suo fatto individuale. Reinhold Messner, forse il migliore alpinista vivente, segue appunto la corrente tradizionalista, portandola alle sue più estreme conseguenze individualiste e trascendentali. Sovente viene criticato perché il suo alpinismo non segue un filone umanizzante e collettivista e nella critica vengono anche coinvolte le sue imprese. È un errore: si può criticare la scelta filosofica di Messner, ma bisogna onestamente ammettere che le imprese da lui realizzate sono straordinarie. Ancora i critici dicono: ma che prezzo paga Messner per realizzare queste imprese? Paga evidentemente il prezzo che si sente di pagare e soprattutto paga con denaro suo e non preso a prestito da altri. Altri ancora dicono: è vero, ma il suo esempio è negativo, in quanto spinge i giovani verso modelli filosofici superati dalla storia attuale (le teorie del superuomo di Nietzsche), verso un idealismo antiquato e sconfitto dalla critica materialista. Può anche essere vero, ma in ogni caso se si parla di libertà, bisogna accettare un pluralismo che ammetta la libera espressione individuale, altrimenti sorge il sospetto più che legittimo che la critica muova più che altro da invidie feroci e gelosie corrosive, con forte desiderio di decapitare e ridurre al livello “normale” chi è riuscito a trascendere questo livello.

Comunque se vi sarà rinunzia, come si è già detto, sarà certamente sofferente, con strascichi di melanconia e nostalgie (a questo proposito si veda il libro di Walter Bonatti I giorni grandi, Mondadori, 1971). Si può anche fare «La pace con l’Alpe» ma forse, anche se il paragone non è molto efficace, è come passare nello stesso giorno da una rappresentazione del teatro shakespeariano a un film musicale hollywoodiano. Il proverbio dice anche che «chi si accontenta gode», cosa di cui si può essere più o meno convinti, soprattutto perché si è occidentali, quindi educati e cresciuti in una cultura occidentale, che ripone soddisfazione e felicità nella conquista di una meta. Se si fosse nati in Ladakh (Kashmir) e cresciuti nella cultura buddista, forse il proverbio avrebbe anche ragione. Ma certamente non si sentirebbe il bisogno di scalare le montagne e di misurarsi con noi stessi sulle pareti: l’alpinismo è un classico derivato della società occidentale e della sua cultura, impostata gerarchicamente nel rapporto uomo-Natura.

La Pietra di Bismantova, uno dei più bei “prati di vetta e luogo di elezione della “pace con l’Alpe”
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Accanto a questa corrente “pacifista”, esiste il filone tradizionalista e conservatore, che propone un alpinismo forse non più romantico ed eroico come un tempo, ma comunque estremamente serio e severo nelle sue regole, anche se l’accettazione del gioco risulta meno istintiva ed emotiva, più razionale e analitica. L’alpinista che si inserisce in questa corrente sa molto bene che per la conquista della meta vi è un tributo di angoscia, di fatica e di sofferenza da pagare, ma evidentemente accetta il gioco in quanto si sente ampiamente ripagato da ciò che la scalata gli può offrire. I rappresentanti di quest’alpinismo proseguono, come se fossero investiti di una missione, nel portare avanti un discorso culturale tipicamente occidentale, inserito in una mentalità evolutiva tesa a spostare sempre più avanti il limite dell’impossibile (quindi a estreme conseguenze, anche a vincere la morte) o con mezzi molto severi e leali (ideologia di cui Messner si fa paladino), oppure con mezzi assai compromessi con la tecnologia e ambiguamente in simbiosi con interessi finanziari e commerciali.

Alessandro Gogna sulla via Messner al Sass dla Crusc
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Vi è poi una terza corrente di pensiero che cerca di realizzare una difficile sintesi tra le due correnti ma che opera invece una proiezione dal concreto all’astratto, trasferendo l’ideologia della vetta e della meta nella difficoltà pura. Costoro hanno rigettato il cosiddetto alpinismo eroico e non accettano i sacri canoni di unità di tempo e d’azione che invece sono regola nelle imprese dell’alpinismo tradizionale. Per essi arrampicare è (o per lo meno dovrebbe essere) un gioco, dove non esiste una meta da raggiungere (generatrice di insoddisfazioni a catena), ma semplicemente la gioia si trae dall’arrampicare stesso, senza pressioni finalistiche interne od esterne, assaporando a lungo la stessa permanenza e “vita” in parete e quasi dimenticando la fretta di riuscire e il tempo.
È certo una proposta interessante, che però richiede una grossa rinunzia: quella dell’alta montagna, dove esistono pericoli oggettivi e dove l’ambiente è particolarmente ostile e severo (Alpi, Himalaya, Ande). È un gioco che può essere magnificamente condotto sulle solari muraglie granitiche della Yosemite Valley (California) o sulle fantastiche scogliere delle Calanques (Provenza, Francia), dove anche un cambiamento del tempo non presenta alcun rischio data la bassa quota e le possibilità di ritirata.
Particolare curioso: le scalate di questo genere sfociano quasi tutte su altopiani boscosi e prativi, assai lontani quindi dalla tensione drammatica della vetta simbolica. Su questi altopiani tutto finisce come per incanto: cessa l’ansia della salita e non esiste preoccupazione per la discesa in quanto inesistente, è la fine delle linee verticali. Come se si giungesse al termine di una salita mitica che porta a un Eden ritrovato; qui finalmente ci si slega, si godono il sole, l’acqua fresca, il verde, i fiori e gli animali. In perfetta armonia con la Natura orizzontale ritrovata, senza ansia per il dopo, ci si assopisce con la corda sotto il capo e poi scalzi, camminando sull’erba o nel sottobosco, ci si incammina senza meta e senza fretta.

La proposta piace parecchio ai giovani, soprattutto perché la “vita in parete” assume un po’ il significato di disciplina di conoscenza di se stessi, riportando alla ribalta filosofie orientali introspettive oggi assai di moda (yoga, buddismo-Zen). Il distacco infatti è molto più lento e graduale, vissuto più dolcemente. Il dialogo tra sé e sé, seppur raggiungendo dei livelli schizofrenici di separazione della personalità, non è combattuto e represso, anzi è cercato e usato dialetticamente come strumento di conoscenza di se stessi. Vi è però un grande pericolo che si cela nella pratica di questo tipo d’alpinismo: si può correre il rischio di mantenere la stessa ideologia dell’alpinismo tradizionale, trasferendo il simbolo della vetta nella difficoltà del singolo passaggio. La meta da raggiungere e superare non è più la vetta, ma la lunghezza di corda o il passaggio difficile e sempre più difficile, instaurando il concetto di limite delle possibilità umane. La scalata allora diviene come una serie di tante piccole vette da raggiungere, rappresentate da una sequenza di passaggi a sé stanti, dalla base alla cima. Così si genera una competitività con se stessi e un’angoscia di caduta ancora peggiore, sfociando quasi sempre nel tecnicismo più esasperato e nell’arido atletismo. E poi, anche in questo caso, la rinunzia alla “grande montagna” costa sicuramente sacrificio, in quanto questi ambienti di alta montagna creano un eccezionale palcoscenico naturale, in cui l’azione acquista un fascino e un sapore ineguagliabili.

Non vi è dunque possibilità di sintesi? Per ora pare di no. Anzi senza tema di smentita si può asserire che un alpinismo ideale, completo e felice, soddisfacente e privo di rischi e sofferenza, non possa esistere. D’altronde l’alpinismo non è che lo specchio della vita: per ora la morte, per quanto combattuta, è limite invalicabile. Morte equivale a dolore, combattuto da sempre, almeno nella cultura occidentale, dagli uomini, sviluppando civiltà e scienza.
Ma allora che fare? Cercare forse di riconoscersi in uno di questi modelli o non riconoscersi affatto in essi e negare il valore dell’analisi? Un grande drammaturgo disse: «A ciascuno il suo». In questa analisi del fenomeno alpinistico si cercherà di scoprirne cause e moventi seguendone poi l’evoluzione e la cronaca dei fatti fino ai giorni nostri, tenendo sempre presente la chiave interpretativa che si è esposta, sottoposta alla critica e quindi più o meno accettabile.

(continua)

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