Posted on Lascia un commento

Invernale alla Pania Secca

Invernale alla Pania Secca
Riportiamo i racconti di due dei protagonisti di una salita invernale di tanti anni fa, in un remoto angolo delle Alpi Apuane. Il primo è mio.

Il ricordo della Pania Secca
(già pubblicato su Annuario della Sezione di Bolzaneto del CAI, 2006-07)

Inverni come una volta la mamma non ne fa più… ma anche Franco non c’è più, e di gente come lui ce n’è sempre di meno (Franco Piana è morto all’Everest nel 1980, NdR).

Per ben due volte eravamo andati in ‘500 (e dentro in quattro) fino a Fornovolasco, uno sperduto paesino incassato alla fine degli anni ’60 al fondo di una valle che in zone più ragionevoli del mondo anche allora sarebbe stata disabitata.

Il versante sud-orientale della Pania Secca: a sinistra, la Cresta di Gialunga, a destra il Pilastro Montagna-Dellacasa. Scatto senza neve del 29 dicembre 2007, dal Monte Trecorna (San Pellegrinetto di Fornovolasco, Garfagnana)Alpi Apuane, Garfagnana, da San Pellegrinetto su Pania Secca

Alla terza eravamo almeno riusciti a partire, ed era più o meno ai primi di febbraio del 1968. L’alba ci vide impegnati in quel budello sinistro che caratterizzò quasi tutte le tre ore dedicate per arrivare alla base del pilastro.

Anzitutto il nome di questo canalaccio: Trimpello. Ricordo una specie di tormentone, forse dovuto alla sfortuna di tutti quei viaggi a vuoto, trimpello stava per strimpello, vocabolo che ci risuonava nel cranio e che non evocava alcun suono sgraziato di strumento musicale, bensì, chissà perché, un fastidio continuo alle parti basse, più o meno la stessa molesta figuratività della parola “menata”, che già allora era in gran voga.

Gianni Calcagno, Lino Calcagno e Alessandro Gogna sullo sperone Major della Brenva, 30 giugno 1968. Foto: Nello Tasso.
Gruppo del Monte Bianco,  parete della Brenva, via Major (30.6.1968), G. Calcagno, Lino Calcagno e A. Gogna, (foto Nello Tasso)

Il tempo era bellissimo, ma di neve ce n’era davvero tanta e ci vollero quattro ore per arrivare dove d’estate ci si lega. Noi ci eravamo legati già da un bel po’. Gianni Calcagno osservava dubbioso le condizioni davvero spaventose della roccia, il fratello Lino e Nello Tasso non commentavano, ma in cuor loro erano ben decisi a scendere. Avrebbero lasciato sfogare i due più pazzi per una, magari anche due, lunghezze. Poi sapevano che il buon senso avrebbe trionfato.

Nello Tasso e il versante meridionale del Monte Grondìlice (Alpi Apuane), 6 gennaio 1969Nello Tasso e M. Grondilice da sud. 6.01.1969

Non alla prima, ma alla fine della seconda ci azzeccarono! Dopo le due o tre ore che mi furono necessarie per fare il primo tiro, comunque quello tecnicamente più difficile, anche Gianni e io ci convincemmo che non era il caso di insistere. Sul secondo tiro Gianni aveva dovuto ripulire la roccia centimetro dopo centimetro, perché la neve era incrostata ovunque. C’erano delle condizioni che in seguito avrei definito “scozzesi”, l’umidità atlantica era quella tirrenica della Alpi Apuane e quanto a freddo ce n’era stato e ce n’era abbastanza.

Altro tentativo abortito nel gennaio dell’anno dopo (il quarto!), poi finalmente, ma cambiando compagni (perché quelli vecchi avevano deciso che il Canalone di Trimpello portava sfiga), mi ritrovai a dormire nella Locanda La Buca, l’unica di Fornovolasco. Non lo sapevo: ma lì, complice la bambinetta dell’oste, avrei preso il morbillo: la cosa invece mi apparve ben chiara qualche settimana dopo…

Con l’automobile di Giorgio, se non ricordo male, avevamo raggiunto il paese per la solita scomoda e tortuosa strada ricca di pericoli oggettivi, sbarrata da massi di notevoli dimensioni e financo esposta al tiro di ragguardevoli formazioni di ghiaccio pencolanti da neri strapiombi notturni.

Nella ruvida ed essenziale locanda alcuni paesani discutevano animatamente di politica dietro a gotti di vino ed era un fiorire di esilaranti bestemmie.

I nuovi compagni erano il gaudente e ottimista Giorgio Noli, l’atletico Gianluigi Vaccari, detto il “professore” e infine una nuova conoscenza, quel Franco Piana la cui attività cominciava a far parlare di sé nel giro degli alpinisti genovesi. E genovese lui lo era davvero, tanto è vero che il suo eloquio escludeva per principio qualunque espressione in italiano. La lingua nazionale la conosceva benissimo, credo però che all’inizio considerasse Gianluigi e me un po’ come fighetti borghesi, quindi quello era il suo modo d’imporre la sua natura “radical pop”.

Alessandro Gogna sul Pilastro Montagna della Pania Secca, 26 gennaio 1969
A. Gogna sul Pilastro della Pania Secca, via Montagna, 1a inv. 26.01.1969

 

Vogliamo fare la prima invernale, nonché prima ripetizione, della via di Euro Montagna e Gino Dellacasa al pilastro sud-est della Pania Secca 1711 m, una via di circa 400 metri di dislivello aperta il 7 luglio 1963.

E partiamo alle solite e buie tre e mezza di notte, dai 480 m di quota di Fornovolasco. Ci sembra di essere Tuckett o Freshfield un secolo fa. Secondo Gianluigi, che le Apuane le conosceva bene, quello era davvero uno dei posti più remoti: secondo lui in questo paese d’inverno la luce del sole non supera le due ore al giorno…

Alle quattro del mattino del 26 gennaio 1969 ci addentrammo nel Canalone di Trimpello, aiutandoci con le pile frontali. Il percorso lo ricordavo bene, ma questa volta era asciutto, sarebbe stata una bellissima giornata.

Più o meno a metà budello trovammo il saltino di IV grado, una bazzecola rispetto all’altra volta, e con i primi raggi del sole arrivammo alla base del pilastro.

La prima lunghezza dura, vista la mia esperienza precedente, era affare mio, ma non c’era confronto con l’altra volta. Ricordo però che notai l’inaffidabilità di una lastra rocciosa, davvero temibile. L’anno scorso con tutta la neve e il ghiaccio la bastarda si era camuffata…

Gianluigi giunse dunque alla fine della seconda lunghezza: tre chiodi lucenti e un cordino segnavano il limite massimo raggiunto nel tentativo.

Si era instaurata una bella collaborazione. Gianluigi ed io davanti, Franco e Giorgio dietro a schiodare (ma anche eventualmente pronti a darci il cambio). Soprattutto Giorgio era scatenato: sollazzava il secondo di turno della prima cordata con il racconto di esperienze amorose (non capivo bene se reali o fantastiche) cui lui si sottoponeva con entusiasmo e ripetutamente. Era così tranquillo mentre declamava che riusciva a fare del pornoalpinismo anche nelle posizioni più assurde, un piede nella staffa e la mano abbrancata a un ciuffo d’erba. Franco commentava a modo suo e stimolava con battute graffianti e molto “genovesi” la creatività del meno giovane Giorgio, una vita, sembrava, spesa negli accoppiamenti improbabili.

Intanto Gianluigi, girato uno spigolo, si ritrovò in un diedro completamente intasato di neve e ghiaccio e anche vetrato (perché in ombra). 25 metri di difficoltà altrimenti classiche furono superati con sette chiodi in circa quarantacinque minuti.

In cima arrivammo alle sedici, in piena luce calante. Non ci fermammo che qualche minuto, poi ci buttammo giù verso il Rifugio Pania (oggi Rossi, NdR) in quell’atmosfera da crepuscolo che ti rimane stampata nella mente. I pendii erano innevati, ma si scendeva bene. Il problema era che, dal rifugio, avremmo dovuto risalire, altro che scendere!

A passo di carica e abbastanza assetati raggiungemmo la costruzione del rifugio. Desolante! Il serbatoio di raccolta dell’acqua piovana era pieno di neve e ghiaccio.

E quel giorno ci doveva essere stata molta gente a scalpicciare intorno: qualcuno aveva defecato lì accanto.

Bisognava far presto. Era assolutamente necessario raggiungere con la luce almeno il Passo degli Uomini della Neve, quasi a 1700 m, una specie di spalla della Pania della Croce, punto obbligato di passaggio per raggiungere la Foce di Valli e da lì poter scendere a Fornovolasco. I valligiani si recavano un tempo negli anfratti della Borra di Canala, dove la neve resisteva anche in piena estate, e da lì la trasportavano a spalle fino a Fornovolasco e poi Gallicano.

Il sole sparì all’orizzonte della ben visibile Corsica proprio quando raggiungemmo il passo. Riaccendemmo le frontali molto al di sopra della Foce di Valli, poi ci fu una navigazione buia, tra civette e gufi esagerati, fino alle 19.30, ora in cui vedemmo la tenue illuminazione del nostro paesino di partenza.

– È andata bene la passeggiata? – ci accolse lieta la padrona della locanda.
– Certo che è andata bene… belin, e come doveva andare? – le rispose in italiano Franco.

Giorgio Noli sul Pilastro Montagna della Pania Secca, 26 gennaio 1969
Giorgio Noli sul Pilastro della Pania Secca, via Montagna, 1a inv. 26.01.1969

 

 

Pania Secca, prima invernale
di Gianluigi Vaccari
(già pubblicato su Rassegna Alpina n. 9, marzo-aprile 1969)

Tre ore circa per giungere all’attacco. Nove di arrampicata. Tre e mezza di discesa. Milleduecento metri di dislivello: settecento in un canalone, e cinquecento lungo un poderoso sperone con difficoltà (estive) di quarto e quinto grado e tratti di A1. Quindi altri milleduecento di discesa. In totale duemilaquattrocento metri di ginnastica. Quattro tentativi falliti, il quinto (il nostro) vittorioso.

Non si parte da Courmayeur o Chamonix, non siamo in Occidentali, né ad Alleghe o a Cortina, non siamo in Dolomiti. Si parte da Fornovolasco 480 m. Siamo nelle Alpi Apuane.

Si tratta della prima invernale, nonché prima ripetizione della via Montagna-Dellacasa al Pilastro sud-est della Pania Secca 1711 m.

Base dell’azione non è uno sperduto bivacco di problematico accesso, bensì la Locanda La Buca situata in pieno centro di Fornovolasco, che come posizione è però più isolato di molti rifugi. Si trova infatti al fondo di una gelida gola in posizione tale da godere d’inverno di circa un’ora e mezza di luce solare.

Tale paese può essere raggiunto in automobile percorrendo una scomoda e tortuosa strada ricca di pericoli oggettivi: infatti essa è spesso sbarrata da massi di notevoli dimensioni, ed è esposta al tiro di ragguardevoli formazioni di ghiaccio pendenti dagli soprastanti strapiombi. La locanda non è frequentata da rudi alpinisti, né si odono struggenti melodie alpine; la clientela è infatti composta da indigeni forse però ancora più rudi e decisi, che quando arriviamo noi discutono animatamente di politica estera.

Alle quattro del mattino del 26 gennaio 1969 ci addentriamo nel Canalone di Trimpello. Fa freddo, è bel tempo e per fortuna il fondo è asciutto, se no la sua risalita sarebbe problematica, infatti c’è ogni difficoltà torrentizia: rapide, cascate, marmitte dei gi­ganti, ecc…

Alessandro Gogna sul Pilastro Montagna della Pania Secca, 26 gennaio 1969
A. Gogna sul Pilastro della Pania Secca, via Montagna, 1a inv. 26.01.1969

Si procede alla luce delle pile frontali. Unico accompagnamento sonoro è costituito dai richiami dei gufi e delle civette che pare siano abbondantissimi. A ogni impennata del canale qualcuno esclama: siamo al salto!

Infatti tra gli innumerevoli saltini, protuberanze, caminetti, ce n’é uno di circa otto metri di IV grado, primo assaggio delle asprezze della salita. Stando al parere di uno dei nostri predecessori, pare che bagnato diventi di V, con un poco di vetrato di VI, se poi si ha sulle spalle un sacco di diversi chili forse VII! Oggi è di IV.

Giungiamo all’attacco ai primi raggi solari. Seduti ci godiamo lo spettacolo. Verso oriente e verso sud montagne a non finire, ad occidente la Versilia e il mare. A nord l’impressionante muraglia delle Panie. Le pareti est e ovest sono innevatissime, le creste sono invece piut­tosto pulite, si vede che il vento ha lavorato bene. I primi cento metri dello sperone sono facili sebbene in alcuni punti ci sia del vetrato. La roccia non è certo ideale: in diversi luoghi è tanto sbriciolata da essere persino sof­fice, ci si sta bene seduti sopra.

Franco Piana sul Pilastro Montagna della Pania Secca, 26 gennaio 1969
Franco Piana sul Pilastro della Pania Secca, via Montagna, 1a inv. 26.01.1969

Dove la parete è verticale fortunatamente è migliore. E qui, a parte i primi metri, il resto è verticale.

Sul primo tiro di artificiale c’è una lama dall’aspetto mal­sicuro, e Alessandro che al momento è in testa, conferma che potrebbe benissimo cadere. Noi sotto guardiamo lui e la lama, chiedendoci con aria ebete cosa accadrebbe se cadesse.

La lama resiste, e noi ci restiamo quasi male: era così grossa…

Sul terzo tiro di corda tre chiodi lucenti e un cordino nuo­vissimo segnano il limite massimo raggiunto nell’ultimo tentativo.

Le nostre due cordate funzionano egregiamente: la prima è la cordata di assalto, la seconda ha il duplice compito di schiodare e di sollazzare l’intera «equipe». Essa è in­fatti composta dal giovane e valente Franco Piana, e dal­l’altrettanto valente e meno giovane Giorgio Noli. Nel frattempo costui tra una spaccata e una Dülfer declama a gran voce i ricercatissimi sollazzi amorosi a cui sotto­pone la sua esigentissima persona.

Tali avventure veramente non comuni ascoltate con un piede sul gradino di una staffa, con una mano attaccata a un ciuffo d’erba e l’altra alla ricerca di qualche cosa che permetta di procedere sono senza dubbio rilassanti. La relazione dice che ora dietro lo spigolo c’è un diedro di IV. Facile quindi. Giro deciso una quinta rocciosa, e altrettanto decisamente affronto il diedro alzando un piede e una mano. Rimango fermo; provo con l’altro piede e l’altra mano, non mi muovo. Il maledetto è in ombra, ed è intasato di neve e ghiaccio e la sua parete destra l’unica percorribile è interamente vetrata. I suoi 25 metri di IV vengono superati con sette chiodi in circa quarantacinque minuti.

Franco Piana e Giorgio Noli quasi in vetta alla Pania Secca, dopo la 1a invernale del pilastro Montagna-Dellacasa
Uscita in vetta della Pania SEcca, dopo la 1a invernale del pilastro MOntagna-Dellacasa (gennaio 1968) , Alpi Apuane

Un’aerea crestina nevosa interrompe brevemente la serie di passaggi e consente di osservare l’intorno.

Veramente strane queste Apuane. Non superano i due­mila metri, ma cominciano quasi da zero. Intricatissime, solcate da gole profonde. Cosparse da antichissimi paesini, abitati da gente forte e ospitale.

Gianluigi Vaccari in vetta al Pilastro Montagna della Pania Secca via Montagna, 1a invernale, 26 gennaio 1969
Gianluigi Vaccari sul Pilastro della Pania Secca, via Montagna, 1a inv. 26.01.1969

 

 

Interessanti d’inverno, quando innevate offrono vie di no­tevole impegno con dislivelli considerevoli. Siamo nuovamente a ovest. Nella neve e nel ghiaccio. Un camino da superare in spaccata. Poi una terrazza con tanta neve.

Gli ultimi due tiri in pieno sud e al sole li percorriamo insieme, ridendo e discorrendo. La roccia non è molto buona. Gli appigli ogni tanto cedono, ce li passiamo gentil­mente e li lanciamo nel vuoto; intanto dietro non c’è nessuno. Chissà quando verrà ripetuta questa via.

Alle sedici siamo in vetta. Il sole comincia a scendere. Ci lanciamo giù per il versante ovest della Pania. I pendii sono innevati. La neve un po’ tiene, un po’ no. Bisogna raggiungere il Passo degli Uomini della Neve col chiaro, poi siamo a posto. Ma il passo è… laggiù. Anzi lassù. Quasi in cima alla Pania della Croce. Alessandro, l’esperto, ci precede di corsa. Noi dietro. Bisogna far presto.

A passo di carica raggiungiamo il rifugio Pania. È chiuso. Il serbatoio di raccolta dell’acqua piovana è pieno di neve e ghiaccio. Ad ogni modo ci deve essere stata gente, anche molta a giudicare dalle innumerevoli orme e dalla corona di escre­menti.

Assetati continuiamo. Arranchiamo in lotta con le tenebre sui pendii orientali del­la Pania della Croce e finalmente eccoci al desiderato passo in tempo per vedere il sole sparire. Si vede benissimo la Corsica. Le luci si accendono in Versilia. Di fronte a noi il Monte Nona e il Procinto con i Bimbi. Due anni fa su quella parete rossastra soffrivo la sete e il caldo.

Ora con altri amici, ho ancora sete, e fa freddo. Laggiù, in fondo, Fornovolasco. Quanto è lontano.

Riaccendiamo le frontali. Rincominciano i boschi di castagni e finisce la neve. Si risentono le civette e i gufi. Finalmente una fontana. Bella, così isolata, e desiderata. Alle venti entriamo in Fornovolasco. Dalle finestre illuminate del paese ci spiano le ragazzine indigene. Appena si accorgono di essere notate si ritraggono ful­minee. Qui alpinisti se ne vedono pochissimi: razza strana. Loro che sono nati qui, non sono mai stati sulle Panie.

Alla locanda la padrona ci accoglie chiedendo giuliva: andata bene la passeggiata? Usciamo lentamente in auto dal paese, diretti verso Genova. In silenzio.

Forse a Fornovolasco non torneremo mai più.

Val Veny, casa Bertone: Giorgio Bertone, Giovanni Sicola, Eugenio e Gianluigi Vaccari, Alessandro Gogna. Agosto 2008.Val Veny, casa di Giorgio Bertone: G. Bertone, G. Sicola, Eugenio e Gianluigi Vaccari, A. Gogna

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.