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Ivo Rabanser

Intervista a Ivo Rabanser
di Giacomo Rovida

Per questa intervista rimaniamo ancora in Dolomiti, dopo Roly Galvagni ho deciso di intervistare l’altra faccia della medaglia (passatemi il termine) cioè Ivo Rabanser.

Ivo è sicuramente uno dei più famosi alpinisti in Dolomiti e ha creato un incredibile numero di vie, facendo dell’etica e dell’adattarsi alla parete un suo punto forte.

Il Sassolungo è la sua montagna per eccellenza e l’ha frequentata sia d’estate che d’inverno, corteggiandola come una donna.

Ho scelto di intervistare Ivo perché mi piace il suo ideale di esplorazione vicino a casa, mettendosi in gioco e cercando di inventare nuove vie anche in terreni ormai considerati finiti se si parla di aperture.

Mi piace perché dimostra che, impegnandosi, si può ancora giocare e divertirsi vicino a casa, entrando nel cuore delle montagne e lasciando la miglior traccia possibile.

1986 – Meisules da la Biesces, L’nein, con Klaus Malsiner (a sin.)
1986 - Meisules dala Biesces, L'nein, con Klaus Malsiner.


Ciao Ivo, chi sei, dove vivi, cosa fai nella vita?
Vivo a Santa Cristina in Val Gardena, in settembre saranno 45 anni, sposato da vent’anni con Rose, con due bambini, ormai adolescenti: Lisa, 17 anni, e Filip, 14 anni.

Come mai hai scelto di diventare Guida Alpina?
Dopo la scuola d’arte ho imparato il lavoro d’intagliatore nel legno, come da tradizione qui in valle. In montagna andavo nel tempo libero, dividendo i miei giorni principalmente tra il legno e la roccia. In seguito decisi d’abbracciare la professione di guida alpina e ora collaboro anche alla formazione della categoria qui in Alto Adige.

1986 – Prima Torre di Sella, via Thomas, da sinistra, Stefan Comploi, Ivo Rabanser, Klaus Malsiner e Thomas Comploi
1986 - 1. Torre di Sella, via Thomas, con Stefan Comploi, Klaus Malsiner, Thomas Comploi.

Quando hai iniziato a andare per monti?
Abitando in una valle tra i monti, l’andarci ha richiesto un passo breve. La molla iniziale era data sicuramente dalla curiosità. Furono poi i racconti di mio nonno materno, ottimo affabulatore e forte arrampicatore nei suoi anni giovanili, a schiudermi questo mondo, che progressivamente mi ha affascinato sempre più.

Stefan Comploi è il tuo “compagno di cordata”, com’e è nato e si è evoluto il vostro rapporto?
Anche l’incontro con Stefan è stato del tutto naturale: di quatto anni più grande, ci incrociammo una sera. Mi chiese se potessimo andare a scalare assieme e la mia prima domanda fu “hai la macchina?” Infatti un problema allora era la mobilità, il riuscire a spostarsi. Sì, poteva usare quella di suo padre e la nostra prima salita assieme fu lo Spigolo Giallo alla Cima Piccola di Lavaredo. Era l’11 settembre 1985. Da allora sono passati tanti anni, in cui ci siamo legati assiduamente alla stessa corda. Non ci sono mai stati screzi o dissapori… Bello, no? E la coppia funziona per un’assoluta condivisione degli obiettivi e la compensazione dei due caratteri. Dei suoi aspetti caratteriali non posso che parlare positivamente.

In vetta al Sassolungo, dopo la salita di Monumento, 1992
1992 - Sassolungo, Monumento.

Che cosa rappresenta per te il Sassolungo?
Il Sassolungo ha rappresentato, oltre che la montagna di casa con pareti tra le più alte, severe e grandiose delle Dolomiti, la possibilità di poter esprimere la propria creatività. I suoi versanti erano stati esplorati fino allora soltanto in parte, quindi si presentava una miriade di possibili salite. Poter realizzare i propri obiettivi su una parete che osservi tutti i giorni, senza doverti spostare in capo al mondo è stato un grosso privilegio.

1997 – Sassolungo, dopo il Pilastro Tschuky, Ivo Rabanser tra Stefan Comploi e Klaus Malsiner
1997 - Sassolungo, Pilastro Tschuky, con Stefan Comploi e Klaus Malsiner.

Hai aperto numerose vie in Dolomiti, cosa ti ha spinto a ricercare in tutti questi anni nuove vie lungo le “tue” pareti?
Dopo la fase d’apprendimento, in cui ripetere le vie che hanno scandito la storia – come visitare un museo – ti affina il mestiere, si è ben presto cristallizzato quello che sarebbe diventato il fulcro delle mie aspirazioni alpinistiche: poter sviluppare la mia propria creatività. Presumo c‘entri anche la mia educazione, in quanto mi è stato insegnato che una virtù poco conta se non porta frutti. Questo piacere, il poter lasciare una traccia, non mi ha più abbandonato. E ritengo che il tempo passato col binocolo a scrutare le pareti, soprattutto nel tardo pomeriggio, quando la luce radente ti svela ogni ruga della roccia, sia stato altrettanto bene “investito” come quello passato arrampicando.

1998 – Torre Lisa, dopo la via della Principessa, con Stefan Comploi (a sin.)
1998 - Torre Lisa, via della Principessa, con Stafn Comploi.

Tutte le tue vie sono state aperte con un etica ferrea, non utilizzando mai lo spit, come mai hai scelto questo stile “classico e pulito”?
Non è vero, gli spit li abbiamo utilizzati e non solo. In questi trent’anni abbiamo piantato in parete di tutto: migliaia di chiodi, qualche chiodo a pressione, spit, cunei di legno, ecc. Nell’ultimo decennio, Stefan ed io, abbiamo ripreso e perfezionato una tecnica già usata in tempi passati. Spessorare i buchi tipici della roccia dolomitica con zeppe di legno duro, per poi piantarvi il chiodo. Così facendo riesci ad utilizzare anche fori svasati, altrimenti inutilizzabili. E il costrutto è spesso anche curioso da vedere.

Più che l’etica m’interessa maggiormente la validità, ovvero l’estetica del risultato. Ed è la parete che in un certo qual modo deve richiedere la via da salire. Una buona linea, che individua i punti vulnerabili della roccia, li collega come in un prezioso ricamo. Con i suoi appigli, i suoi chiodi pertinenti alle difficoltà… trasformare un’intuizione balenante in un percorso concreto… un gioco delizioso!

Summa summarum penso che una bella via fatta male sia meglio che una brutta via fatta bene. L’etica, anche nel mondo dell’arrampicata, è molto relativa. Diciamo che tra la tesi e l’antitesi, come suggerisce Hegel, ricerco la sintesi.

Con Stefan Comploi nel 2005
2005 - con Stefan Comploi.

Pensi sia ancora possibile scovare nuove vie in Dolomiti e salirle con protezioni classiche?
Che sia possibile scovare nuove salite nelle Dolomiti lo confermano le cronache alpinistiche. Anche se diventa sempre più difficile trovare pareti inaccesse, “problemi” da risolvere, come si diceva una volta. Di certo sapienza manuale, nel senso di capacità nella posa di protezioni, sono un fattore molto importante, da formare con tanto esercizio, come per le capacità d’arrampicata.

Come vedi le nuove generazioni? Stanno prendendo una direzione più sportiva o secondo te il “gusto” per l’alpinismo rimarrà sempre?
Le nuove generazioni è giusto che pratichino l’alpinismo che sembrerà più consono al loro sentire e allo spirito del loro tempo. Attraverso la pratica dell’arrampicata sportiva il livello dei giovani si è alzato vertiginosamente. Le capacità di ragazzi come Alex Walpoth e dei suoi compagni qui in Val Gardena sono sorprendenti. E mi rallegra che trovino obiettivi degni per far “fruttare” questa loro straordinaria abilità.

2005 – Lisa, Rose e Filip
2005 - Lisa, Rose e Filip.

Hai voglia di consigliarci tre tue vie, magari una semplice, una difficile e una molto molto impegnativa?
Più che alle vie fatte sono orientato verso quella da fare, almeno finché sarà possibile. Non lontano dalla valle ci sarebbe un muro giallo di 350 metri, non ancora salito al suo centro…

Per le tre vie sceglierei, ma per motivi più che altro emozionali: L’nein al Meisules dala Biesces, che mi ricorda i miei sedici anni e la presenza di mio nonno sotto la parete; Monumento al Sassolungo, per il desiderio realizzato di una via sulla parete più alta qui in valle; Zauberberg al Ciastel de Chedul, per l’unione con Stefan che, malgrado il passare dei decenni, non ci fa desistere ad attaccarci a qualche osso duro da rosicchiare.

Un’ultima domanda, che direzione prenderà nei prossimi anni l’alpinismo in Dolomiti?
Penso che l’alpinismo dolomitico si muoverà in futuro su due binari sempre più distanti fra di loro: l’arrampicata intesa come piacere edonistico, su roccia bella, lungo un percorso preconfezionato, focalizzata sulle difficoltà; l’arrampicata d’ingaggio, dove la soddisfazione deriva dalla propria autonomia, ovvero il riuscire a salire una parete anche senza che qualcuno ti abbia preparato il terreno. Poi, chi vorrà esser lieto, sia…

2007 – IV Torre di Sella, via German Runggaldier
2007 - 4. Torre di Sella, via German Runggaldier.

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