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La non-risposta del CAI

La non-risposta del CAI

Mi sarebbe piaciuto avere un bel regalo di Natale: ma a noi, diciassette firmatari di due raccomandate, una al presidente del CAI e l’altra al Collegio Regionale dei Probiviri del Piemonte, spedite il 2 ottobre 2015, non è stato ancora risposto da alcuno. E sono passati più dei classici cento giorni.

I testi integrali delle due lettere sono reperibili qui, ma vediamo ugualmente di riassumerle.

La prima, quella spedita al Collegio Regionale dei Probiviri del Piemonte, chiedeva sostanzialmente di adottare gli opportuni provvedimenti disciplinari nei confronti delle sezioni del CAI di Formazza e Macugnaga, nei ruoli dei Presidenti Piero Sormani e Flavio Violatto, essendosi queste rifiutate di votare con tutte le altre sezioni dell’Est Monterosa per l’appoggio alla manifestazione del 29 marzo 2015 contro l’eliski in Val Formazza, violando in questo modo il Punto 4 del Bidecalogo, per il quale il CAI “s’impegna a contrastare o comunque scoraggiare l’uso di aerei, elicotteri, motoslitte per finalità ludico-sportive”.

La seconda, quella spedita al Presidente del CAI, Umberto Martini, poneva a quest’ultimo cinque domande:
1) Quali iniziative ha assunto e sta assumendo il CAI al fine di ottenere legislazioni di divieto della pratica dell’eliski?
2) Non è doveroso che il CAI debba inviare informativa ai propri soci sulle località dove viene praticato l’eliski chiedendo di boicottarle?
3) Quale tipo di richiamo al Bidecalogo può essere indirizzato alle guide alpine socie AGAI, quindi socie anche CAI, per far loro comprendere che sull’eliski il CAI non è disposto a nessun tipo di compromesso?
4) Cosa pensa di fare il CAI nei confronti di quei rifugisti che mettono a disposizione i beni del sodalizio per fare da base all’eliski?
5) Il CAI non dovrebbe radiare i soci che fanno eliski o che usano l’elicottero per andare all’attacco delle vie alpinistiche?

Tutti noi capiamo che i tempi tecnici siano molto lunghi, ragioni dei ritardi ce ne sono a bizzeffe: basterebbe pensare all’impegno profuso dal CAI, dai suoi dirigenti e da tutti i volontari, nella preparazione del recente Congresso Nazionale di Firenze.

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Ai primi di dicembre abbiamo spedito una seconda missiva agli stessi destinatari con le medesime domande, certi che il meccanismo della raccomandata A/R non sia fallace. Ma anche in questo caso non solo non si è avuta risposta, non si è ritenuto opportuno neppure inviare un cenno di ricevuta con la sia pur vaga promessa di prendere in esame le nostre richieste.

Giunti a questo punto è inevitabile che tra i 17 mittenti qualcuno si faccia delle domande e tenti di rispondersi con delle considerazioni pubbliche.

Se al posto di 17 fossimo stati 170 o 1.700 cosa sarebbe cambiato? Qualcuno si sarebbe scomodato? E per quale motivo avrebbe risposto, per l’intrinseca serietà delle nostre domande o per la paura di dover subire lo scontento di centinaia o migliaia di soci?

Volutamente le lettere erano due, una dai contenuti precisi e ineludibili, cui si poteva rispondere solo sì o no, l’altra più sfumata, con cinque domande che fornivano facili modi di aggirare il nocciolo.

Il fatto che siano state ignorate entrambe ci sconforta ma nello stesso tempo inasprisce la nostra domanda.

Cocciutamente ci domandiamo perché non rispondere: comprendiamo che non abbiamo dato possibilità di scaricabarile, i destinatari erano precisi. Io penso che per qualcuno di loro rispondere è evidentemente motivo di ansia e preoccupazione. La paura di non riuscire a trovare le parole giuste per rispondere alle domande che sono state poste, il timore del sentirsi osservati così da vicino, e talvolta interpretati al di là del proprio controllo, fa sì che il dialogo possa essere vissuto con paura, assieme all’idea che in una manciata di parole ci si possa giocare “il proprio futuro nel Sodalizio”.

So che essere un po’ ansiosi e preoccupati circa le risposte da dare è del tutto prevedibile e naturale. L’ansia, ovvero la paura, è una normale e necessaria reazione dell’organismo, che attiva una serie di meccanismi fisiologici grazie ai quali si diventa più reattivi ed efficaci nel trovare le soluzioni neces­sarie alla sopravvivenza. Ma qui, in questo possibile dialogo, non è in discussione la loro sopravvi­venza.

Un poco di tensione è normale, e fa bene; in più accettare di provare una certa quota d’ansia, evitando così che questa produca un timore sempre maggiore, costituisce un notevole vantaggio.

L’ansia comunque non deve superare un certo livello, oltre il quale diventa distruttiva e controproducente. Il rischio cui si sottopone il “non-rispondente” (del tutto ignaro dei meccanismi dell’ansia e della sua possibile utilità) è infatti quello di continuare ad au­mentare il grado di ansia, attraverso la propria stessa intolleranza ad essa.

Non aiuta cercare aiuto in eventuali corresponsabilità, men che meno aiuta pensare di essere “neutrali”. La neutralità è esclusa dal Bidecalogo.

Una risposta è sempre meglio del silenzio. Perché? È un meccanismo psicologico che parte dalla dominanza: se ignori qualcuno stai inconsciamente dicendo che non è degno della tua attenzione, e abbassi la sua importanza. Visto che a nessuno piace essere considerato una nullità, gli altri si arrabbiano. Silenzio equivale a ignorare l’altra parte.

Non serve essere geni della comunicazione, bastano tre secondi scarsi per far capire all’altro che non lo stai ignorando. Anche se la risposta non è da manuale dei rapporti sociali, è sempre meglio del silenzio. Lo dice anche il proverbio: il contrario dell’amore non è l’odio, è l’indifferenza.

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E, giunti sempre a questo punto, vale la pena valutare il comportamento dei destinatari, che di certo hanno messo in atto i primi tre gradini dei meccanismi di difesa primari: il ritiro, la negazione e il controllo onnipotente (vi tralascio i successivi, assai più drammatici, fino a quello finale, la scissione dell’Io!).

Il ritiro: eccessivamente stimolato e bombardato da richieste il soggetto (bambino o adulto) si “addormenta”, si ritira per allontanarsi da una realtà sentita come opprimente e frustrante. In negativo tale meccanismo in età adulta allontana la persona dalla partecipazione attiva alla soluzione dei problemi, il soggetto si ritira in se stesso chiudendo ogni porta con il mondo circostante ed evitando di mettersi in gioco. In positivo esso è una fuga psicologica e fisica dalla realtà che non viene però distorta ma se ne prendono le distanze.

La negazione: consiste nel negare una realtà oggettiva anche innanzi a fatti evidenti e concreti, in tal modo si affrontano le cose spiacevoli rifiutando di accettare che accadano ed esistano (con la non-risposta si sta procedendo in questa direzione ad ampi passi). L’esempio è quello di una persona che si rifiuta di fare una visita medica perché teme l’esito negativo.

Il pensiero onnipotente: sentirsi il centro dell’universo e non accettare l’esistenza degli altri e il fatto che essi agiscono in maniera indipendente, è segno di pensiero soggettivo ed egocentrico. Questo pensiero predispone a non riconoscere i propri limiti e soprattutto le proprie responsabilità, viene minato l’interscambio paritetico.

Queste considerazioni sono pungenti, ma hanno il solo scopo di provocare quella reazione che, in regime d’interscambio paritetico, sarebbe ovvia e soprattutto rapida.

Vogliamo ancora credere che le risposte, se mai ci saranno, avranno le qualità della precisione. Non immaginiamo risposte intellettuali, razionalizzanti o compartimentate.

Se così non sarà, la vita – ci mancherebbe altro – continua. Con le dovute conseguenze, però.

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