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La Palestra di Pietralunga – 1

Per lunghi anni la Pietralunga (ma si chiama anche Bajarda) è stata la palestra di arrampicata più gettonata dagli alpinisti genovesi. Diciamo che ebbe un periodo davvero d’oro dagli anni Cinquanta fino alla “scoperta” di Finale Ligure (1968), avvenuta peraltro dopo la costruzione dell’Autostrada dei Fiori.

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Fu proprio in quel periodo che iniziai ad arrampicare, dunque Pietralunga ebbe in serbo per me parecchie piccole avventure. Qui di seguito alcune di esse, dal mio diario del tempo.

La Palestra di Pietralunga
(dal mio diario)

21 ottobre 1962. Sveglia alle 6.45. Mi metto addosso le solite cose: scarponi, calzettoni, calzoni alla zuava e, novità, la camicia “scout”. Con uno zaino bello pieno e grazie alla “30” mi ritrovo alle 7.35 alla Stazione di Piazza Principe. Alberto Martinellì è già lì ad attendermi, pronto e vestito come me, a parte il sacco, ridicolo nella sua piccolezza. Come ha fatto a farci entrare corda, chiodi, moschettoni, staffe, cibi e un maglione proprio non lo so.

Alberto prende i biglietti ma si dimentica il festivo A/R. Credevamo che il primo treno per Acquasanta-Ovada fosse alle 7.55 invece è alle 8.33. Un po’ innervositi per l’attesa imprevista, quando saliamo sul treno il viaggio per Acquasanta risulta proprio breve. E’ Alberto a conoscere la strada, presto entriamo nel selvaggio vallone del rio Bajardetta. Il paesaggio è nudo, con versanti ripidi, rocciosi e brulli: l’unico rumore è lo scorrere dell’acqua del torrente. Arriviamo al Masso del Ferrante, un roccione posto sul letto del rio. Qui ci fermiamo e tiriamo fuori corda, chiodi e moschettoni. Due o tre zuccherini non ci stanno male. Salgo in cima per la via più semplice (ovest) e pianto un chiodo per la corda doppia. Quello che ci aspetta è un salto di appena 4 o 5 metri, neppure nel vuoto. Scendo giù applicando la teoria imparata sui manuali, più o meno alla “Piaz”. Male, ma scendo. In quel momento arrivano due del CAI che ci sembrano esperti e ci stanno a guardare. Probabilmente gli facciamo un po’ pena, così decidono di farci vedere come si fa. Uno di loro prende il cordino di Alberto, lo raddoppia due o tre volte, poi se lo mette alla vita, poi lo prende da sotto il cavallo e lo unisce all’arco anteriore con un moschettone. Poi si passa la corda doppia nel moschettone, poi sulla spalla destra e infine nella mano sinistra. Va giù a saltelli, elegante. Tocca ad Alberto: va giù come un rospo, ma va giù. Io intanto salgo la paretina sud sotto lo sguardo di uno dei due che bonariamente mi corregge un po’ di scorrettezze. Infine scendo anch’io con la nuova tecnica, divertendomi.

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Leviamo il chiodo e ce ne andiamo. Li salutiamo mentre stanno arrampicando sul Masso: un diedro strapiombante, con staffe e tutto il resto.

Noi risaliamo i ripidi pendii erbosi verso il Canalone dei Briganti. Naturalmente, senza guida, sbagliamo. Per raggiungere una terrazza, da cui tramite un’ulteriore cengia si può arrivare al Canalone dei Briganti, bisogna salire un diedro irregolare. In libera non ci riusciamo, così pianto un chiodo e vi aggancio una staffa. Sono slegato, dunque scendo e gli cedo il passo. Alberto, legato, arriva alla terrazza, una specie di grosso pulpito. Poi, per mezzo di un cordino, gli faccio tirare su gli zaini. Tocca a me salire, ma mi manca il martello per schiodare, lui me lo manda giù per mezzo della corda.

Adesso gli urlo di piantare un chiodo dove è lui: lo può fare con il mio martello che è nel mio zaino.
– Fatto! – mi urla dopo un po’.

Con qualche acrobazia riesco a togliere il mio chiodo e lo raggiungo. Togliamo subito l’altro chiodo messo per assicurarmi, poi ci mettiamo a mangiare. Siamo in un punto comodo ma molto ventoso. Dominiamo tutta la valle e a nostra volta c’incombono sopra le ultime rocce. Finito di mangiare, vado a vedere, assicurato alla corda e traversando una cengetta a sinistra, il cosiddetto Gran Diedro (o diedro Gozzini). Non ci vuole molto per capire che non è ancora pane per i nostri denti. Così, per una cengia a destra, entriamo nello scuro ed enorme Canalone dei Briganti. Anche le pareti a destra e sinistra sono troppo difficili, così ci accontentiamo di sbucare in alto al Colletto dei Briganti. Poi raggiungiamo la Cima Bajarda 722 m. Dopo qualche ginnastica su roccette varie, scendiamo all’attacco di una fessura-camino della Cresta Settentrionale. Passando prima nei pressi vi avevamo visti impegnati un uomo e una donna. Consultando in seguito la guida di Euro Montagna, verrò a scoprire che si tratta di una variante di IV grado. Ora però noi non sappiamo nulla, neppure se ci sono chiodi. Non abbiamo esperienza, però attacchiamo lo stesso.

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Ci leghiamo e salgo per primo, armato di tutto. Pianto un chiodo in basso dove non serve a niente. Assicurato, proseguo. C’è un cespuglio che mi ostacola: lo tagliuzzo con il coltello! Salgo per tre metri e pianto altri due chiodi. Beh, di sicuro non siamo all’altezza. Per di più ai chiodi attacco le staffe. Sapevo già però chi era stato Paul Preuss e pensavo che se mi avesse visto gli sarebbe venuto un colpo! Perdiamo tempo anche a scattare foto che tra l’altro non riusciranno. Scendo perché sono stanco, poi sale lui senza significativi progressi. Allora riparto io e riesco ad agganciarmi a un chiodo trovato lì. Poi tocca di nuovo a lui e in tanti va e vieni la corda è stranamente a zeta! Non ci facciamo caso, in una serie di idiozie incredibili. Mi metto dietro di lui, assicurandolo solo in teoria, gli porgo i moschettoni e le staffe che ha lasciato in basso, mentre lui pianta chiodi a tutto andare. Frattanto la corda, tirata da un capo e dall’altro, si blocca e lui non può più andare avanti. Scendo un po’, così Alberto riesce a guadagnare un terrazzino. Si slega e io tiro per vedere se la corda viene: niente da fare. Tiro ancora: niente! Sono bloccato con una mano senza appigli e un piede in una staffa. Tornare non posso, proseguire neppure: l’unica è slegarsi. Ma il nodo si è indurito e io con una mano sola non riesco a scioglierlo. Per fortuna in quel momento arriva il sig. Ravajoni (sì, Piergiorgio, quello che in seguito diventerà un caro amico, NdR) con la sua ragazza e ce ne dice di tutti i colori. Ravajoni è espertissimo e conosce Alberto. E’ davvero infuriato. Dice che abbiamo piantato un sacco di chiodi per niente, che siamo due scellerati, e se questo è il modo di salire, e che abbiamo rovinato il passaggio, ecc.

Comunque sale, mi scioglie e io posso salire sul terrazzino. Mi slego. Lui intanto sale in libera, senza assicurazione, riprende tutti i moschettoni, pianta un chiodo per la corda doppia e ci mette il cordino di Alberto. Scendiamo a corda doppia e arriviamo al Masso del Ferrante che è buio completo. Ci facciamo tutta la strada di notte e ad Acquasanta prendiamo il treno. Per fortuna i genitori di Alberto sono alla stazione ad attenderci. Tutto il materiale da roccia è ben nascosto negli zaini…

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Il 13 aprile 1963, sveglia alle 3.05 per vedere il tempo: brutto! Ma alle 7.20 mi telefona Alberto Martinelli e decidiamo di andare. Meta ufficiale: gita a piedi nei dintorni di Acquasanta, poi fino a Lencisa e Santuario della Guardia. Metto nello zaino corda e cordini vari, moschettoni e imbrago di corda di Marco Ghiglione, di solito ben nascosti in un cassetto. Mentre saliamo al Masso del Ferrante comincia a piovigginare. Oltrepassato il roccione, dotati della guida di Euro Montagna (che ormai ho comprato anch’io), ci dirigiamo nella nebbia verso lo Spigolo Rosso. Al di sopra, quel Gran Diedro che ci aveva respinti a ottobre, nonché la Fessura degli Svizzeri un po’ a destra. Sotto di questa, il Diedrino. Tutte le vie elencate sono state da noi messe in programma, massimo delle difficoltà è IV+. Ma oggi la roccia sarà da umida a bagnata, dunque prevediamo una lotta senza quartiere…

Come prima cosa, nella nebbia, sbagliamo l’attacco dello Spigolo Rosso e mi faccio un tiro che non c’entra nulla. Poi troviamo l’attacco giusto, c’è pure scritto “spigolo rosso”. Con qualche incertezza riusciamo a salire (lui davanti) arrivando così a una placca “quasi senza prese (IV)”, che tocca a me. Con un po’ di tensione (non c’è alcun chiodo) riesco a passare e raggiungo un terrazzino. Stiamo salendo recuperando con la corda, ad ogni sosta, gli zaini spropositati!

Alla base del Gran Diedro, dopo uno spuntino, facciamo a sorte per chi deve andare per primo: il caso favorisce me. L’aspetto del diedro è ributtante: è scuro, viscido, mi dà l’idea che butti in fuori e non se ne vede la fine. La nebbia poi gli dà un ulteriore aspetto spettrale. Salgo qualche metro e raggiungo un chiodo in posto, cementato e arrugginito. Ho il piede sinistro pressoché fluttuante, la mano sinistra in cerca di appigli, la destra ben aggrappata a una maniglietta e il piede destro su un appoggio che sarebbe ottimo se fosse asciutto. Su questo piede comincio a tremolare, poi avanzo un poco. Non resisto alla tentazione di piantare un chiodo, buono. Mi ci afferro e mi alzo, per i piedi solo viscidume. Però riesco a salire su un blocco strapiombante, ben descritto nella guida (IV grado). Proseguo fino ad un punto di sosta, qui il diedro si è allargato a camino. Guardo in basso e non vedo nulla dalla tanta nebbia. Questa volta gli zaini li abbiamo lasciati sul terrazzino dove avevamo mangiato. Tengo un volo con imprecazione di Alberto che poi, raggiunto il mio chiodo, lo toglie a vigorose martellate. Dopo un suo breve tiro, vado ancora avanti e riesco fuori dal Gran Diedro, sulla sinistra per evitare il tetto finale, come dice la guida. Entusiasmato, arrampico in discesa per riuscire dal tetto a destra (è una variante più difficile…). Ma poi ho paura e rinuncio: mi domando a che scopo, visto che ormai il Gran Diedro è vinto…!

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Quando Alberto mi raggiunge, scendiamo per erba, risaliamo al Colletto dei Briganti e per il Canalone arriviamo ai nostri zaini. Cerchiamo di fare corda doppia sul Diedrino, ma abbiamo fifa, così scendiamo dall’altra parte con l’attrezzatura. Attacca lui il Diedrino, ma sbaglia scegliendo la faccia sinistra. Io sono sicuro che occorre seguire il fondo (IV+) e solo alla fine andare a sinistra. Alla fine si arrabbia, prova sul fondo, vede il chiodo distante e non ne vuole piantare altri. Così scende. Tocca a me. Cerco di districarmi, provo tutte le posizioni, individuo quella giusta ma poi non ho il coraggio di eseguire. Così rinunciamo. Ci rivolgiamo così alla Fessura degli Svizzeri. Va davanti Alberto e, raggiunto un chiodo, s’incastra quasi completamente nella fessura senza più riuscire a muoversi. Si alza centimetro dopo centimetro. tecnicamente la Fessura degli Svizzeri è data più difficile (IV+) del Gran Diedro, ma almeno qui è asciutto e i piedi non scivolano sul serpentino. Raggiunto un altro chiodo ci siassicura, poi prosegue lamentando crampi ai polpacci. Finalmente riesce a disincastrarsi, mettendosi quasi in spaccata. Qui ha una grossa indecisione, mi dice che vuole tornare indietro. Io lo incito, così lui in un impeto abbastanza disperato riesce a fare il passo più difficile. Con la corda dall’alto per me è tutto più facile. Torniamo agli zaini che sono le 17.10. Nella discesa inciampo da qualche parte, metto le mani avanti e mi spezzo un’unghia. Sangue.

Alla Stazione Brignole arriviamo alle 19.54. Prendiamo il “16” e io scendo alla mia fermata prima che il bigliettaio faccia a tempo a chiedermi il biglietto. Salgo le scale di casa: ho una paura maledetta. Suono, mi apre la mamma ed entro in camera mia. In un attimo apro il sacco e butto la corda di Marco sotto all’armadio. Nei minuti che seguono, quando posso, metto i moschettoni tra i materassi del letto. Vado in bagno e rapido mi levo i quattro chiodi che avevo nei calzoni e li metto sotto il mobiletto. Poi mi lavo i piedi. Solo dopo mangiato, con calma, potrò mettere tutto a posto, nascondigli scientifici. Non mostro l’unghia e per il sangue nel fazzoletto dico che me ne è uscito un po’ dal naso per via della “troppa nebbia”…

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