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La parete nord-ovest del K6 West

Slawinski e Welsted, 1a ascensione della parete nord-ovest del K6 West 7040 m
di Raphael Slawinski
L’impresa è stata nominata al Piolet d’Or 2014.

Nella prima estate del 2013 Ian Welsted e io andammo in Pakistan per scalare nella bellissima Charkusa Valley e tentare la cima del K6 7282 m da nord. E’ difficile riassumere due mesi così intensi in poche righe, ma ci provo.

La parete nord-ovest del K6 West con l’tinerario Slawinski-WelstedPareteNW-K6 West-1

Nel 2005 ero andato in Pakistan per la prima volta. In quell’occasione Steve Swenson e io passammo tre settimane nella Charkusa Valley, scalando cime “da trekking”, cioè cime sotto ai 6500 m, e arrivando così alla base dei giganti in fondo alla valle: K6 e K7.
Così, quando Jesse Huey, Ian Welsted e io l’autunno scorso cominciammo a pensare a un obiettivo di rilievo, ci venne in mente la Charkusa.
Questa valle è il paradiso per tutti, dal bouldering all’alpinismo d’alta quota, è un posto stupendo per passarci l’estate. E il K6, mai scalato da nord e con una cima inviolata (K6 West 7040 m), era una delle più ambite mete della valle.

PareteNW-K6 West-2Pochi giorni dopo il nostro arrivo a Islamabad, gli estremisti islamici avevano attaccato il campo base Diamir del Nanga Parbat, uccidendo dieci alpinisti e un cuoco pakistano. Eravamo sopraffatti da quella tragedia e ci domandavamo se era il caso di rimanere ancora in quel paese, per due mesi poi…
Alla fine Jesse decise di tornare a casa, mentre Ian e io restammo. Essendo già stati in Pakistan, pensavamo che il Baltistan fosse più sicuro, dato che le popolazioni lì sono assai diverse dalle aree tribali attorno al Nanga Parbat.

Evitando il faticoso e pericoloso viaggio lungo la Karakoram Highway, volammo direttamente alla polverosissima Skardu, il punto di partenza di numerose spedizioni. Poi un viaggio di circa sei ore di jeep lungo un paesaggio di rocce lunari interrotte da occasionali oasi verdi ci portò a Hushe. Sullo sfondo della valle primeggiava il Masherbrum 7821 m.

PareteNW-K6 West-3Con due giorni di trekking arrivammo al nostro campo base, una bella radura a circa 4300 m. L’oggetto del nostro desiderio, il K6 West, troneggiava circa 3 km al di sopra di noi. Avevamo bisogno di acclimatarci. E’ facile distrarsi nella Charkusa, è facile andare a giocare sulle guglie di granito piuttosto che impegnarsi sui pendii di neve. Ma riuscimmo a non farci tentare dal granito al sole, riuscendo quindi a salire in alto, cercando di scalare il meno possibile. Non era così divertente, ma di certo più utile.

Il lato nord del K6 è una fortezza di roccia verticale, creste con cornice e seraccate attive, con poche linee ragionevoli. Non si sa bene cosa voglia dire “ragionevoli” qui, ma alla fine saltò fuori una possibilità sulla parete nord-ovest. Forse sono di parte, ma penso sia una delle linee più estetiche che abbia mai visto: una successione di pendii ghiacciati, interrotti da risalti rocciosi e misti. Di certo si trattava di un Settemila inviolato, ma la cosa più importante era come scalarlo. Lo vedevamo bene dal campo base, lo abbiamo potuto studiare giorno dopo giorno, con il bello e con il brutto tempo.

Pian piano prendemmo confidenza con la montagna, capendo bene quali erano gli aspetti sicuri e quali quelli minacciosi. Dopo le nostre osservazioni, di cominciare la salita della nostra parete nord-ovest subito dopo un periodo di brutto tempo, quando c’era speranza di trovare innevati i primi pendii di ghiaccio.

Mentre il percorso da fare era chiaro, non altrettanto per l’approccio. Sembrava ostile, una selvaggia seraccata portava a un avvallamento stretto e circondato da tre lati ripidi e giganteschi. Pochi giorni prima di partire andammo alla base della seraccata e scoprimmo con gioia una possibilità per aggirarla. Dovevamo solo aspettare semaforo verde da Mohammad Hanif, il nostro meteorologo di fiducia.
PareteNW-K6 West-425 luglio, da 4300 a 5500 m
Lasciammo ilcampo base al mattino presto con carichi da 20 kg. Salire su per la seraccata e al cwm al di sopra non fu esattamente la cosa più sicura che avessimo mai fatto, ma avrebbe potuto essere peggio. Ci fermammo per il primo bivacco in una crepaccia terminale, sicura ma assai “bagnata”, esposta all’acqua che si scioglieva, di sera e anche di notte.

26 luglio, da 5500 a 6000 m
Tutto il giorno a salire pendii di 50° e 60°, con qualche risalto roccioso per variare. Questi sarebbero facili sulle Canadian Rockies, ma qui, a quasi 6000 m e con questi carichi, avevamo il fiatone. Bivaccammo al riparo di una paretina di roccia strapiombante, su una stretta cengia scavata nel ghiaccio duro.

27 luglio, da 6000 a 6300 m
Le tre lunghezze sopra al bivacco, su un granito rotto e coperto da una sottile patina di ghiaccio, furono le più difficili della via. Sulla prima la roccia era un po’ sabbiosa e difficilmente proteggibile, l’ultima era un po’ strapiombante. Nella lotta dell’uscita dallo strapiombo, alle prese con la roccia ghiacciata, pensavo di venir via in ogni momento. Di certo era quello che volevamo: arrampicata difficile sopra ai 6000 m. L’inclinazione dopo diminuiva un poco, ma per via della quota e della stanchezza, andavamo piano. Avevamo sperato di raggiungere la cresta e quindi un terreno più facile, ma alla fine fummo costretti a scavare per la notte un’altra cengia nel ghiaccio

28 luglio, da 6300 a 6500 m
Al mattino dopo ci vollero altre ore per raggiungere la cresta. Per la prima volta avevamo sotto i piedi qualcosa di orizzontale. Dopo una bevanda calda lasciammo lì una corda e buona parte della ferraglia, e ci dirigemmo sulla facile cresta di neve al di sopra.
Non avevamo fretta di fare il tentativo finale, preferimmo programmare un altro bivacco prima del giorno finale. Sfortunatamente la facile cresta presto degenerò in un’affilatissima lama di granito coperta di cornici, perciò fummo costretti, per bivaccare, a tornare al punto in cui avevamo raggiunto la cresta.
Montavamo la tenda e ci facevamo il puré di patate: parlavamo su cosa fare.
L’unica via possibile era calarsi sul versante sud della cresta e traversare al di sotto su un risalto ghiacciato. Non ci piaceva perdere quella quota che poi avremmo dovuto recuperare, ma non sembrava esserci altra soluzione.
Era deciso. Saremmo partiti il mattino dopo senza equipaggiamento da bivacco. Il successo, che sembrava a portata di mano poche ore prima, ora appariva distante.

29 luglio, da 6500 a 7040 m
Lasciammo la tenda prima dell’alba. Con il sole ancora sotto all’orizzonte, il freddo era siberiano. Cominciammo a scendere su ghiaccio fino a un facile ghiacciaio. La cima ci sembrava ancora più lontana ora, ma fortunatamente le condizioni della neve erano buone, solo raramente si sfondava fino al bacino.
Dopo qualche ora riguadagnammo la cresta, oltre al tratto affilato. Eravamo ancora all’ombra, e facevamo fatica a muoverci veloci, non riuscivamo a scaldarci. Indossavamo tutto quello che avevamo, eppure ogni pochi minuti bisognava sbattere mani e piedi per la circolazione.
Per fortuna, dopo un’altra mezz’ora, fummo baciati dal sole, e poco dopo ancora arrivammo in vetta: un moderato pendio a sud e un precipizio a nord.
Restammo lassù a scaldarci, assaporando ogni momento sotto a un cielo del tutto azzurro.

30 luglio, da 6500 a 4300 m
Poi ci decidemmo a scendere, sperando di essere fuori dalla parete prima di notte. Una doppia, poi un’altra, poi un’altra ancora. Perdemmo il conto. Alla fine ne facemmo più o meno trenta.
Come temevamo, appena il sole apparve sulla parete, cominciarono a volare sassi, per lo più piccoli, ma anche qualcuno grosso abbastanza da staccarci la testa. Ma fummo fortunati e raggiungemmo la crepaccia terminale che avevamo lasciato giorni prima senza incidenti. Restammo lì tutto il pomeriggio, mentre sulla montagna si scatenava l’inferno per il caldo. Poi, verso sera, ci buttammo verso il campo base, che raggiungemmo dopo il tramonto. Fummo accolti dal nostro cuoco Rasool, dal suo aiutante Iqbal, dall’ufficiale di collegamento Farhan e da due nostri amici inglesi, Andy e Jon. C’erano riso, tè, malto: una vita bella… molto bella!

Che altro dire? Alla fine, dopo un inizio un po’ esitante, avevamo fatto un giro fantastico, perfino due belle guglie di granito ci siamo fatte…
Il Baltistan si è confermato quello che speravamo: un paese bellissimo dove non esistono i rischi di altre regioni pakistane.

Raphael Slawinski è un alpinista professionista dell’Alberta (Canada) che gioca su ogni terreno, ghiaccio, roccia, drytooling e bouldering. Ha compiuto parecchie prime ascensioni nelle Canadian Rockies, in Alaska e Karakorum.

Raphael Slawinski e Ian Welsted

PareteNW-K6 West-5

postato l’8 marzo 2014

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