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La pervicace ricerca del destino – parte 2

La pervicace ricerca del destino – parte 2 (2-2)
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onversazione con Alessandro Gogna (Milano, 14 luglio 2015)
di Giorgio Robino

PARTE 2 (l’azione interiore)
L’Amicizia, il Mistero, il Destino: Gian Piero Motti, Renato Casarotto, Gianni Calcagno

Con Gian Piero Motti eravate amici?
Sì, certo. Non è che lo vedessi tutti i giorni, ma è stato un compagno di molte avventure.

Ti riporto uno stralcio di testo tratto dal libro di Enrico Camanni, “Gian Piero Motti. I falliti ed altri scritti”, Incontro con Carlo Mauri, pagina 294:
«A tutta prima potrebbe sembrare che Mauri abbia rinnegato la sua esperienza alpinistica, o per lo meno la consideri in luce negativa.
“No, affatto, considero ogni esperienza valida di per se stessa e sopratutto cerco di inquadrarla storicamente nel periodo che ho vissuto. E’ una esperienza che è stata fondamentale nella mia vita, utile anche in seguito come metro di paragone e confronto. Io non so se questo alpinismo di tipo occidentale avrà vita lunga: certo mi pare un po’ stanco, esaurito. Mi sembra che certe realizzazioni – ascensioni invernali, “solitarie”, spedizioni extraeuropee – ormai siano un po’ scontate e non esprimano nulla di nuovo, se non una più profonda insoddisfazione da parte degli alpinisti. Io invece penso ad un giorno in cui si guarderanno ancora le montagne dal basso, sorridendo e con un po’ di curiosità: come di fronte ad una rovina archeologica, si dirà che un giorno quelle creste, quelle pareti erano scalate da uomini che si arrampicavano su con corde e chiodi per giorni e giorni. O forse si andrà ancora in montagna, con lo stesso spirito con cui si va al cinema o a teatro…”.
Ancora una volta riaffiora il sospetto dell’utopia della fine della competizione uomo-uomo. Allora gli dico: “Ma un mondo così anch’io lo sogno, solo che non è più il mondo, perché è semplicemente la fine dell’uomo e quindi anche la fine di un mondo. Indubbiamente sarebbe un bel salto dialettico…”.
Forse non ci siamo ben capiti, e Carlo si arrabbia un po’. Si stropiccia la barba rossa e gli occhi azzurri sembrano bucare con il loro sguardo, mi accusa a viva voce di essere un egoista, un individualista, di non credere nella lotta collettiva».

Gian Piero Motti
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Alessandro, sei a conoscenza di questa conversazione? Perché Gian Piero Motti lamenta l’incomprensione? Sai cosa c’era “dietro”?

Ti dico subito che su quell’incontro non so niente, perciò non vorrei parlarne.

Forse Carlo Mauri stava proiettando i suoi contenuti su Gian Piero, scusa il discorso psicologico. Ai tempi c’era sempre un gran parlare del collettivo… allora c’era questa mania, di Mauri, di molti, anche mia, di pretendere che l’alpinismo avesse una sua validità in quanto forza collettiva… bisognava credere in questo valore ideale condiviso tra tante persone e tramite questo migliorare l’umanità, noi stessi…

Qual è il problema? E’ che Gian Piero è arrivato ben prima di altri a capire che tutte queste cose sono cazzate! Mauri accusa Motti, ma il mondo era ed è così soprattutto per chi sta accusando: l’egoismo, il non credere nella collettività, l’individualismo, sono esattamente le caratteristiche di ogni alpinista… A volte accusare un altro è proprio perché non si capisce che siamo noi stessi i primi a essere coinvolti… se a me dà fastidio l’azione di un altro dovrei domandarmi: ma perché mi sto incazzando? La risposta è: perché ho dei contenuti dentro di me che sono uguali a quelli che io sto vedendo nell’altro e questi contenuti mi danno fastidio perché li ho dentro; è un transfer (Freud, Jung, ecc.), non è che stiamo parlando di chissà che cosa. E’ la proiezione psicologica di contenuti: io vedo in altri quello che ho dentro di me e se non voglio riconoscerlo, lo riconosco negli altri, perciò mi dà fastidio. Mauri c’è cascato in pieno! Chi più individualista di lui?! E non è che lo dico per un giudizio negativo, tutt’altro! Per me gli individualisti sono persone eccezionali, però ripeto, della vicenda non so nient’altro che il passo che hai riportato.

Che Gian Piero fosse ben oltre l’alpinismo lo si comprende bene anche da come egli ricorda uno degli ultimi scambi avuti con Guido Rossa: “Incontrerò una sera d’inverno Guido Rossa, il quale fissandomi con quegli occhi che ti scavano dentro e ti bruciano l’anima, con quella sua voce calma e posata mi dirà che l’errore più grande è quello di vedere nella vita solo l’alpinismo, che bisogna invece nutrire altri interessi nobili e positivi”.

Ti leggo un altro passo, sempre dal libro di Enrico Camanni, “Gian Piero Motti. I falliti ed altri scritti”, Lettera a Ugo Manera, pagina 318:
«Così nel giugno del ’75 dovetti tacere in silenzio e subire con tanta amarezza insinuazioni, calunnie, cattiverie di ogni sorta. E poi via di seguito. Mi consola una cosa: che quando un giorno apparirà la verità (ed apparirà) sarà la sua forza a tappare la bocca a tutti. […] Il tuo amico (qui Motti parla di se stesso) è’ sempre stato perfettamente lucido e cosciente. Il tuo amico era impegnato in una impresa al di là del credibile, al di là dei sogni, al di là della fantasia stessa. Il tuo amico in questa impresa ha dato tutto se stesso, tutte le sue energie, anche la sua vita. Per chi? Perché? Un giorno certamente lo saprai. Ma durante tutti questi anni, sovente come Ulisse sbattuto per i mari, in mezzo ad avventure terrificanti, dove si affrontano mostri, streghe, uomini e dei, il tuo amico pensava alla sua pietrosa Itaca, a quei giorni passati sulle grandi pareti. Ma dimmi, sono forse ancora così come noi le vedevamo? Certo le montagne sì, sono immutabili nel tempo. Ma a me pare che gli uomini siano cambiati. […]
Si è frainteso tutto. Non si è capito che la montagna resta sempre la montagna. È l’uomo che deve mutare” ».

E riporto un altro stralcio estratto dal testo di Carlo Caccia, “Visionario dell’eterno ritorno” [http://www.intraisass.it/ritratto02.htm]:
«Per il “Principe” esisteva perfetta coincidenza tra il trovarsi sulla Nord-ovest del Civetta o su una solare placca granitica a pochi metri da terra. Scendere per poi risalire, lasciare il mondo di cristallo dell’alta quota per tornarvi con uno sguardo nuovo: ecco l’essenza del “Nuovo Mattino” che, nelle intenzioni di Motti, non avrebbe avuto alcuna ragione di esistere se non in funzione delle “Antiche Sere”, ossia del grande ritorno che ricorda quello di Ulisse ad Itaca. Anche se, come spiega perplesso Alessandro Gogna, “Le ‘Antiche Sere’ sono forse la contemplazione dell’irraggiungibile”».

Cosa significa: “Le ‘Antiche Sere’ sono forse la contemplazione dell’irraggiungibile”?
Questa è poesia, quindi la forma più estrema della realtà… e ti stai addentrando in un campo… pericoloso.

Ti confermo che sono stato un carissimo amico di Gian Piero, ci siamo frequentati dal 1967 fino a quando è morto. Ho assistito a tutta la sua evoluzione, fin da quando scrisse l’articolo “I Falliti” fino agli ultimi articoli… “Arrampicare a Caprie”, “Zero the hero”, ecc., cioè tutte le cose belle di Gian Piero… io l’ho seguita tutta l’evoluzione, con telefonate chilometriche di ore e ore in teleselezione, le chiacchierate di persona a Torino. E questo è il quadro in cui si svolge la vicissitudine con lui.

A un certo punto Gian Piero ha preso una sua strada, che era quella della ricerca e introspezione, un individualismo spinto al limite proprio, sul significato dell’uomo su questa terra, sfruttando molto le sue visioni oniriche, soprattutto alla mattina… quando era a casa non si alzava mai prima delle 9 perché quella è l’ora migliore per i sogni…

Tu mi guardi come un pazzo Giorgio, ma è così: queste cose o le credi perché le hai vissute o non le credi perché non le hai vissute, la cosa è molto chiara.

Allora lui aveva spinto la propria ricerca interiore a livelli “interstellari”… io non riuscivo a seguirlo, un po’ perché non volevo, un po’ perché non c’ero portato, un po’ perché forse il mio destino era diverso… però ti assicuro che quando lui parlava era una magia, lui non parlava in pubblico, parlava tra amici come stiamo parlando noi due… rapidamente in poche battute ti portava in un mondo del quale capisci non puoi fare a meno… che vedi non dico con invidia, ma con ammirazione.

Ma lui lo ha sempre detto: questo mio cammino mi porterà alla morte, la morte fisica, perché questo è il mio “destino”… una specie di Gesù Cristo, senza la pretesa di esserlo. Molto laico. La matematica certezza che questo cammino sarebbe finito solo così. Questa cosa è nata nel 1975 ed è durata 8 anni quando poi si è tolto la vita, al secondo o terzo tentativo… prima si era fermato perché la “voce” gli diceva che non era ancora il momento… lo so, siamo a livelli di racconti quasi paranormali… quasi incredibili!

Non voglio addentrarmi più di tanto in questo perché c’è un regola, Giorgio, per cui in questo mondo non puoi entrare solo perché qualcuno ti fa entrare, devi entrare volendoci entrare ed è estremamente pericoloso non solo ascoltare queste cose ma anche dirle! Scusa se sono ermetico.

Il motivo per cui quello che si scrive su Gian Piero è incomprensibile è proprio questo: volutamente c’è una censura precisa che impone a chi legge di conservare la curiosità senza che la curiosità possa essere soddisfatta a meno che non sia lui a volerlo, a proseguire il percorso.

I boschi di Breno (Val di Lanzo) in cui Gian Piero Motti “scomparve” per qualche giorno
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E tu hai fatto questo percorso?
L’ho fatto a modo mio nel senso che dal 1975 fino ad oggi, e sono passati 40 anni, non mi è mai passato per la testa che il mio cammino mi avrebbe portato al suicidio, mai! Perché il mio cammino è diverso. Indubbiamente meno estremo del suo, questo è certo. Io non avuto sogni così “costrittivi” di comando al quale devi obbedire.

Quindi più tranquillamente io mi auguro di morire nel mio letto, come tutti… ma nello stesso tempo la sua avventura ha cambiato la vita a tante persone, da quando nel giugno 1975 si è ritirato in un bosco in Val di Lanzo e per tre giorni è stato là senza che nessuno sapesse dove cazzo fosse… e nemmeno lui sapeva dove cazzo era! E’ partito per la tangente e si è risvegliato dopo un bel po’.

“Un giorno la verità si saprà”… No, saremo morti tutti prima, questa verità sarà all’apocalisse… cioè non credo che Gian Piero volesse dire, rivolto ad Ugo Manera: “un giorno anche tu Ugo Manera, saprai…”. Manera e noi tutti faremo a tempo a morire prima, perché questo sta succedendo… perché i tempi di realizzazione di questi disegni sono tempi “interstellari” e non hanno nulla a che fare con la nostra vita biologica!

Noi siamo delle “ombre”, come diceva Platone, del resto.

La materia… la materia che compone la nostra vita, quello che noi vediamo, tocchiamo, ecc. in realtà è la proiezione quasi filmica di una realtà che invece è spirituale e che sta da un’altra parte. Platone l’aveva chiamata “teoria delle ombre”, noi siamo cioè delle ombre di qualche cosa che esiste altrove, mentre l’ombra in realtà non esiste. Toglieva valore alla materia e lo dava invece allo spirito.

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Gian Piero diceva che è così: c’è una realtà precisa che viene proiettata come fosse un film e noi siamo delle inconsapevoli ombre e ci muoviamo in una superficie bidimensionale quando invece le dimensioni sono ben più di due, ci muoviamo e ci agitiamo al massimo come i topi nella gabbia, questa è la nostra condizione… poi ogni tanto qualche informazione arriva extra, passando dai buchi delle serrature, che sono i sogni, che sono le intuizioni.

Quella frase lì, “un giorno anche tu Ugo Manera, saprai” è troppo ottimistica.

Ugo non vedrà, Alessandro non vedrà.

Quindi Gian Piero non si riferisce alla sua morte fisica?
No. Lui si riferisce alla realtà che ci sta proiettando tutti, sullo “schermo”. Lui sta dicendo che un giorno le immagini riconosceranno di essere proiettate.

Tutto questo ha a che fare con uno dei cinque libri al mondo che salverei: “Risposta a Giobbe” di Carl Gustav Jung [https://it.wikipedia.org/wiki/Risposta_a_Giobbe]. Libro epocale, una roba che apre la mente in maniera incredibile.

Giobbe si fa delle domande sul perché Dio lo tortura e lo massacra in questo modo. Pur essendo lui un uomo di fede, glie ne fa passare davvero tante. Il “libro di Giobbe”, quello della Bibbia [https://it.wikipedia.org/wiki/Libro_di_Giobbe], è molto, molto bello.

“Risposta a Giobbe” è da leggere avendo letto prima il libro della Bibbia, che peraltro si legge velocemente… per modo di dire, perché ogni versetto ha la sua importanza.

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E Risposta a Giobbe è la visione che Jung ha di questo fenomeno, che poi è l’uomo. Alla fine del libro si dimostra che Dio ha bisogno dell’uomo almeno quanto l’uomo ha bisogno di Dio…

Per fare cosa? Per auto-riconoscersi! Perché Dio non si auto-riconosce.

E lo sta facendo solo grazie al nostro lavoro e la nostra sofferenza qui in terra. E’ come se l’entità che ci proietta sul muro, avesse bisogno di vederci per capire che cosa è.

Capisci che è la stessa cosa che sta dicendo Motti? Questa è la sostanza.

Motti era un tramite tra un mondo e l’altro. Qualcosa che noi non possiamo quasi immaginare. Deve essere stato così grandioso da rinunciare a tante cose… poi lui era uno che non aveva bisogno nemmeno di lavorare, si godeva la vita, non era un eremita, se c’era da trombare, trombava! Ma rispetto a “questa” cosa, tutto il resto non aveva importanza. Diceva: perché ti sbatti, fai…? tanto non è questo che conta…

Io riconoscevo l’energia necessaria per stare dietro a questo mondo: d’altronde sapevo che il mio destino era un altro. Lui non ti chiedeva niente, di essere suo allievo o altre cazzate del genere… questi discorsi li faceva con pochi, massimo quattro o cinque persone.

Ed ora ti sto facendo un magrissimo riassunto sempre per il motivo che non voglio andare oltre un determinato livello, perché può essere molto pericoloso, per me soprattutto, non tanto per te che ascolti. Abbi pazienza, ma così stanno le cose.

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Sulla morte poi evidentemente… a quelli che mi domandano: “Ma perché su Renato Casarotto hai scritto determinate cose?” ma ragazzi… ogni tanto qualcosa passa… e la morte di Casarotto è esemplare, veramente esemplare! Ma io non voglio andare oltre quello che ho scritto, perché è già troppo! Lo potrei fare solo con l’ansietà di apparire una specie di guru che ne sa più degli altri… cosa che veramente è lontana dalla mie intenzioni: io non voglio apparire come qualcuno che ne sa più degli altri, vorrei saperne più degli altri e basta!

Forse l’avevi già detto nel tuo libro “La parete”. Ti leggo uno stralcio tratto da un articolo di Marco Bellini, recensione al libro [http://www.intraisass.it/recstor1.htm]:
«Nel mio libro precedente
Un alpinismo di ricerca concludevo le mie teorie con le due fatidiche parole a stampatello: rivoluzione totale. […] In seguito non potei più evitare di pormi lo domanda: quale rivoluzione totale? L’idealismo mi spingeva a credere che dopo la rivoluzione toccasse a noi ricostruire […]. L’Annapurna e i suoi seracchi m’insegnarono che non toccava a me ricostruire un bel niente. Ciò sarebbe stato solo un atto di orgoglio. L’unico atto che mi si richiedeva era il continuare l’esplorazione di me stesso senza pretesa di successo».

Mi sembra, Alessandro, che tu abbia detto già lì quello che è tutt’ora la tua via. E’ così?
Assolutamente sì, uguale! Ma c’è un distinguo sull’ultima parola, la parola “successo” che può essere in due modi: successo perché sei riuscito nel tuo intento (la pretesa di successo), di fare una esplorazione raggiungendo delle conclusioni che ti soddisfano, oppure si può parlare di successo in termini sociali.

Però quella frase lì: “senza pretesa di successo” è riferita ad entrambi i successi: quello sociale e quello personale, perché io non so se avrò successo in questa impresa, ma questa è la mia strada.

Il blog è una manifestazione di questo.

Lorenzo Massarotto bivacca in una caverna
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Ti leggo un passaggio estratto da un tuo articolo pubblicato appunto su Gogna Blog il 25 aprile 2014, [http://www.banff.it/gian-piero-motti-la-contemplazione-del-mistero/]:
“La svolta ci fu nel giugno 1975, quando ebbe, ricercata e voluta fortemente, un’esperienza visionaria nella sua amata Val Grande (Lanzo). Dopo di allora, dapprima tutti gli amici, ma poi anche gli estranei, sentirono che quell’uomo aveva «visto» di più degli altri, e quindi che «sapeva» di più. È naturale che altri ancora, refrattari, sviluppassero per Gian Piero una vera e propria insofferenza.
[…]
Piuttosto, gli piaceva non dire tutto, lasciare quelle curiosità che così abilmente seminava. Infatti i suoi scritti dicono di lui molto più di quanto sembra a prima vista. I piani su cui scriveva erano SEMPRE due. Era responsabilità soprattutto del lettore se molto rimaneva nascosto. Semplicemente perché qualcuno non «vedeva». Ciò non toglie che molte cose non abbia mai avuto il coraggio di scriverle e se le sia tenute per sé. Al massimo si lasciava andare a qualche lungo discorso con amici, cui rovesciava nel profondo dell’anima sogni che ti rivoltavano come un calzino.
[…]
Lo scritto più rivelante da questo punto di vista è
Le antiche sere, ossia la sintesi felice. Motti, ad un certo punto, si è trovato di fronte a qualcosa di irraggiungibile. Forse le Antiche sere sono una contemplazione dell’irraggiungibile, l’annullamento dell’Io di fronte alla grandezza del Mistero. Nella nostalgia del tempo in cui, vivere nel Mistero, era la normalità.
La nostra intera vita dovrebbe essere permeata dalla contemplazione del Mistero: e per questo insegnamento non finirò mai di ringraziare il mio più grande Maestro: Gian Piero Motti.”

Questo “mistero” è quello indicibile di cui mi hai parlato prima?
Ci sono sempre due livelli: faccio riferimento sia al mistero della proiezione di cui ti ho accennato prima (il mondo, la proiezione…), sia ad un livello più vicino, di mistero più raggiungibile, in senso più generale, che chiunque può vivere.

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Di misteri ne abbiamo tanti e non c’è bisogno di andare nel “cosmo”, basta guardarsi un attimo intorno: il mistero di come la formica riesca a fare quello che fa… ci sono milioni di misteri!

La contemplazione del mistero è una attività, un esercizio che il positivismo ha cercato di eliminare senza per fortuna riuscirci. E’ stata quella forza (per carità, che ben venga, non sto demonizzando) che ha spinto l’uomo a farsi domande e darsi delle risposte con la “scienza”, Ma questo è l’ “anti-mistero”! Invece l’uomo ha bisogno del mistero! Della fede, della religione, perché sono mistero.

Quindi la contemplazione del mistero, nel nostro piccolo, senza andare a toccare il grande mistero di Motti, è quella. Abbiamo bisogno dei nostri misteri, di cui per altro siamo invasi: c’è già il mistero della nostra vita, della nostra nascita. Nessuno ha mai provato niente, su dove andremo, cosa faremo, da dove veniamo. Boh, mistero!

“Contemplare” significa mettersi lì e vivere serenamente, pacificamente questa condizione che è salubre ed assolutamente quasi necessaria all’organismo, alla psiche.

Affinché non si impazzisca?
Sì. Le “antiche sere” sono un po’ questo. Sono irraggiungibili. Intanto le sere sono passate, sennò non le chiameresti sere, è vero che stasera ci sarà una altra sera e domani sera ce ne sarà un’altra ancora. Non ci sono più ma evidentemente le abbiamo vissute. Ma allora è un ricordo?

No. E’ qualcosa di più che un ricordo anche perché la frase è detta in antitesi al “Nuovo Mattino”. Quindi credo che la definizione di “contemplazione dell’irraggiungibile” e quindi del mistero sia la definizione più esatta di quello che voleva dire lui. Ma… “senza pretesa di successo”.

Sai, Giorgio, qui siamo in un campo molto minato, molto minato.
Pervicace2-1515500015La forza psichica è quella che abbiamo sondato di meno e misurato di meno. Perché non è razionale, non è scientifica, non è qualcosa che puoi ricondurre alla ragione. E’ qualcosa che si impone e basta. E’ un mondo che soltanto alcuni, chiamiamoli “eletti”, hanno avuto modo di provare e qualcuno ci ha lasciato anche le penne, tipo Gian Piero.

Del resto, la morte di un individuo è nulla in confronto a quello di cui stiamo parlando.

La morte è un “passaggio”?
Sì… Vediamo le cose il meno egoisticamente possibile: il nostro egoismo ci dice che dobbiamo continuare a vivere finché possiamo, ma poi nel 2100 saremo tutti morti, no? Tu, io…

E nel momento in cui moriremo non avrà alcuna importanza se il tuo amico Gian Piero Motti è morto prima di te. Non so se rendo l’idea.

Se la sua vita è durata meno della mia, in fin dei conti non avrà importanza! Perché l’importanza c’è per chi vive, non per chi muore.

Quindi cambieremo tutti idea. Questo è tragicamente chiaro! Cambieremo tutti idea.

Egoisticamente ci dispiacerà morire, certo. Specie se te ne accorgi. C’è gente che muore nel sonno… bene.

Perché parli di “terreno minato” da cui stare alla larga?
Perché c’è un’energia dentro di noi che siamo certi di non poter controllare.

Non puoi avere la pretesa di controllare questa energia, quindi la devi trattare con molta circospezione. E’ come mettere le dita dentro una presa di corrente a 220 Volt. L’elettricista ha un mestiere che gli permette di averci a che fare senza avere danni, ma un non elettricista può rimanerci secco. E’ solo un esempio.

Con questa energia di cui stiamo parlando il rischio c’è.

Io lo sento dentro di me, sento quando può esserci trasmissione. Se con te sono reticente… non che io sappia chissà che cosa di più, è nella “intensità” che sono reticente… perché sento che non potrei essere diversamente. Con un’altra persona non mi passerebbe nemmeno una parola, sarebbe dare perle ai porci, di più, sarebbe mettere semi nell’acqua, perché i semi vanno messi nella terra.

L’energia è senza controllo. Non è il bene! E’ costruttiva e distruttiva. E’ tutto. E’ Shiva.

E’ Dio Brado, proprio quel Dio che ha bisogno di Giobbe per riconoscersi e Giobbe deve stare molto attento, molto attento… Il Libro di Giobbe racconta una grande tragedia finita abbastanza bene…

Perché Gian Piero parla di “dei” e di “mostri”, quando scrive a Ugo Manera? Perché c’è la grandissima balla del Cattolicesimo che dice che Dio è “Bene”!

Dio è Bene un accidente di niente perché se fosse così tanto Bene non ci sarebbe tutto il casino che c’è qui. Non è Bene per nulla! E’ qualcosa di orribilmente potente che noi ogni tanto intendiamo come Bene. Perché la maggior parte delle volte viviamo solo tragedie e basta e la tragedia stessa di essere uomini, di nascere e morire.

Gian Piero ha fatto un “patto” con l’energia? O ne è stato risucchiato?
Questa è una domanda molto valida. Quanto è stato risucchiato o quanto poteva padroneggiarla? Mah… sai, c’è la parola “martirio” che può salvare in questa vicenda…

Il martirio di Guido Rossa
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La parola “martirio” pare cristiana, o islamica di questi tempi…
Sì. E’ una persona che va alla morte convinta che la sua morte sia nulla di fronte alla grandiosità di quello in cui lui è immerso in quel momento, vedi per esempio quando il Cristianesimo doveva affermarsi rispetto ai pagani, agli imperatori e ai leoni che ti mangiavano…

Quando uno è convinto, quello è un martire vero… e allora come possiamo stabilire se è l’energia che lo ha divorato o se invece è stato proprio lui ad abbracciare l’energia, nella convinzione che quella fosse la strada giusta?

Noi la risposta non la possiamo dare.

Lessi qualcosa sullo sciamanesimo tolteco, a proposito di “libertà”, e sulla via degli sciamani, i “guerrieri dello spirito”, che sostenevano di controllare l’energia arrivando a una “liberazione totale”, senza esserne “mangiati e basta”… Ha a che fare tutto questo con quel mondo di Gian Piero?
Sì, ha a che fare. Credo che l’uomo sia sempre stato a contatto, tramite questi personaggi, con l’“iper-potere assoluto”, il Mistero! Perché qualcosa filtra e la luce passa sotto le porte… ciò che è curioso è come questo possa facilmente mescolarsi con l’ignobile tentativo di sfruttamento di questa tendenza umana… ma non è proprio il caso di Gian Piero.

Renato Casarotto
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Vuoi dirmi qualcosa di Renato Casarotto?
Quello che ho detto, ho detto! Ho detto fin troppo, mi ci ha trascinato Alberto Peruffo e ne ho scritto anche quest’anno nel blog. Sono stati tre i post su Casarotto: Ricordo di Renato Casatotto [http://www.banff.it/ricordo-di-renato-casarotto/], Renato Casarotto l’insubordinato p. 1 [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/05/renato-casarotto-linsubordinato-parte-1/] e Renato Casarotto l’insubordinato p. 2 [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/06/renato-casarotto-linsubordinato-parte-2/].

E lì siamo vicini, siamo al limite.

Certo, mi ha fatto piacere che Alberto, a sua volta investigatore del mistero e della grandiosità di Renato, alla fine mi abbia ringraziato e detto che ci saremmo risentiti… prima era proprio curioso, poi qualcosa deve essere passato attraverso le fessure e attraverso di lui, perché non l’ho più sentito…

Da qualche parte lessi che Lorenzo Massarotto nelle sue solitarie aveva un “amico silenzioso” con cui parlava ed era un lettore di Castaneda. Lo hai mica conosciuto personalmente? In qualche modo la sua vicissitudine umana è simile a quella di Renato Casarotto?
L’ho incontrato di striscio, quando ancora non era il “grande” che sarebbe poi diventato. Nel 1979 venne una volta a casa mia, a Milano, con Toio De Savorgnani. Stavano partendo per la spedizione al Manaslu volevano qualche “consiglio”. In seguito, la sua riservatezza, sia in montagna che nella vita, ha un po’ impedito a tutti coloro che s’interessavano alle sue imprese di saperne di più. Figuriamoci cercare di sapere qualcosa di più su di lui!

Lorenzo Massarotto
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Come ho già detto in un mio post (http://www.banff.it/le-vie-e-la-via-del-mass/), le idee e le imprese di Lorenzo Massarotto nascevano e si realizzavano senza una pianificazione del proprio successo, senza pensare a un domani più bello di oggi: esattamente quando ogni giornata è così ugualmente serena che potrebbe essere la tua ultima. In pari con l’anima.

Quanto alla domanda se la sua vicissitudine umana sia o non sia simile a quella di Casarotto, posso solo dire che purtroppo la morte accomuna tutte le vicissitudini.

Ti leggo un passaggio, tratto dal libro di Piero Tarallo, Gianni Calcagno, pag. 154 (1994):
«“Mi sento sempre più solo”, ha confidato Alessandro Gogna in una intervista rilasciata a Sandro Filippini della
Gazzetta dello Sport, il 19 maggio 1992, subito dopo aver saputo della scomparsa del compagno di tante scalate.
[…] Totale, semplice pura la loro passione giovanile per la montagna. Passione che li ha uniti, ma anche divisi. […] Non lo vedevo più tutti i giorni, ma per me Gianni era rimasto ugualmente un punto di riferimento, una sicurezza. Pensavo spesso: “C’è Gianni”. Ed era bello avere questa certezza. Ora devo riorganizzare queste mie sicurezze. Sono molto più solo con me stesso.
E’ difficile trovare solamente con le proprie forze l’equilibrio interiore necessario. Sapere distinguere tra il vero equilibrio e quello falso: questo è il passaggio che porta alle disgrazie. Quell’equilibrio per lui evidentemente era svanito e non se ne era accorto».

Gianni Calcagno all’Annapurna
Annapurna 1973: G. Calcagno

Che successe a Gianni Calcagno?
Siamo ai livelli di Casarotto. Siamo lì, al limite di quello che si può dire. Purtroppo è una questione di “equilibrio”, un equilibrio che a volte si sa che c’è e a volte non si capisce che non c’è più.

Tu, forse hai “deciso” di stare sotto la “crepaccia terminale”, cioè di non superare la linea di equilibrio?
Io questa linea la supero tutte le volte che parlo con gente come te! Il momento pericoloso è questo! Non quando sei sotto una crepaccia terminale! E’ quando hai a che fare con la “forza”… poi la crepaccia può essere occasione di morte, o di un incidente in cui puoi sopravvivere o non sopravvivere… ma il momento in cui si decide tutto è nella tua testa, prima, non dopo!

Certe cose sono chiare: ora che io mi senta sempre più solo è una cosa emozionale, vera, perché se tu sei stato amico di una certa persona… “C’è Gianni!”. Perché ti guardi intorno e vedi che è morto questo e quell’altro… e dici: io ho cominciato con Gianni, e Gianni c’è!

Ed ha fatto un sacco di cose che io non ho fatto, quindi mi completa in qualche modo, o io completo lui… vedevo in lui un completamento, non dico che fossimo quasi la stessa cosa, non sono così rincoglionito, ma è una sensazione, una emozione che tu provi!

Come adesso, che c’è mia moglie! Le voglio bene, lei c’è! Altro che sentirmi più solo…! Non parliamo di cose così strane, no?

Dopo, sull’equilibrio, lì andiamo nel campo minato, non si può dare alcuna spiegazione, solo ricordare a colui che legge che è in un campo di dimensioni più ampie di quelle del semplicemente umano. E’ un campo metafisico certamente, pericoloso, che ti mette in contatto con forze ed energie che tu non puoi controllare, assolutamente!

Vatti a leggere attentamente quello che ho scritto su Casarotto, perché lì veramente c’è il mio pensiero, “quasi preciso”, specialmente il passo che riguarda la sua solitaria alla cresta del McKinley, che poi lì c’è il “tentativo” di morte subito dopo, nel crepaccio, episodio rispetto al quale quello fatale di un anno dopo sul K2 è quasi la replica. Questo è agghiacciante, se ci pensi! Lo dico. Però bisogna farci caso, perché è quasi detto con non-chalance.

L’equilibrio interiore è la capacità, o conscia o inconscia (perché potrebbe essere un po’ l’una e un po’ l’altra cosa) di fronteggiare le grandi forze sconosciute del tuo inconscio e dell’inconscio collettivo in cui siamo tutti immersi.

La maggior parte dei “sereni”, quelli che non hanno problemi, ha un equilibrio quasi innato, istintuale: e vive felice; altri lo cercano più volutamente, con contrasti e mettendosi nei pericoli, perché c’è il rischio che il mostro ti mangi. E’ un mostro!

E la “diplomazia interiore” tra ciò che noi riusciamo a comprendere con il nostro intelletto (la nostra parte razionale e cosciente) e la parte incosciente, è una diplomazia difficilissima… le trattative tra Grecia e Unione Europea sono niente in confronto! Anche la parte inconscia è lì a riscuotere crediti!

E’ difficilissimo l’equilibrio ed è un attimo che salti qualche fosso e “caghi fuori dal bulacco”, come dicono a Genova. E’ un attimo, ed è per questo che dico che è estremamente pericoloso. Perché potresti lasciarti prendere, potresti inflazionarti da solo, dare troppa importanza al tuo “io cosciente” che crede di avere raggiunto chissà quali mete di dominio su di sé.

Senza pretese di successo?
Senza pretese di successo! La traduzione è che il nostro io non deve minimamente mai pensare di essere superiore al tutto quello che lo circonda.

Vuol dire umiltà. Vuol dire limite! Come ho già detto, no-limit è una bestemmia. Purtroppo la maggior parte della gente non lo comprende.

Mi è chiaro che non è chiaro…
E’ chiaro che non è chiaro, giusto! Ma c’è un quadro, che può essere terrificante e nello stesso tempo così soddisfacente da essere auto-bastante, totalizzante, perché non c’è bisogno d’altro. “Tutto il resto non conta”. Però poi ti accorgi che questa frase è una grandissima stronzata, è solo un pensiero… perché alla fine tutto si traduce negli “atti” che fai!

Le azioni umane quotidiane?
Uno non può, nel suo proprio quotidiano, dire: faccio qualunque cagata perché tante le cose importanti sono quelle là e le so! Le so un cazzo! Perché sapere non significa niente. Quello che è importante è che tu le faccia, e non solo saltuariamente, bensì sempre, nelle cose che sei chiamato a fare, dal cagare tutti i giorni al mangiare, dal volere bene ai tuoi figli e ai tuoi cari al dovere del lavoro. Le tue azioni devono essere precisamente inquadrate in questo modo di vita, che prevede anche la superficialità.

Non fai niente senza la “superficialità”, quel moto di non-importanza!

Un gesto d’amore è qualcosa che fai perché lo senti. Chi lo riceve è contento e la cosa muore lì, ma questa azione rinfocola un amore, continua a costruire qualcosa che emozionalmente è importante. Tu hai bisogno delle tue emozioni, la tua compagna ha bisogno delle sue emozioni. Ed entrambi abbiamo bisogno di dare.

E quindi dobbiamo vivere così: se mi metto a pretendere che tra di noi tutto è già stato detto e fatto e che quindi io possa negarle una carezza (o una sicurezza), è finita, non va più bene.

Ecco perché dico che nelle tue azioni di tutti i giorni si deve rispecchiare questo mondo, deve essere quasi cristallino, anche se a volte ombroso, e l’ombra c’è proprio quando viene detto che il mistero è importante.

Nel momento in cui tu difendi il mistero, passi al “nemico”! Non so se ti rendi conto? Passi al nemico letteralmente! Perché il mondo visibile che ti sta circondando è nemico del mistero. Chi vuole il mistero, chi lo ama? Dimmelo! Nessuno!

Nemmeno le religioni?
Intanto la religione fa un grosso errore perché si basa sul mistero per darti una “verità” che è così, punto e basta. Cioè tu devi avere fede e vedrai che sarai ricompensato. Ma che cazzo mi dici? Io devo avere fede in quello che mi racconti tu e quattro libri detti Antico e Nuovo Testamento? Devo avere fede in questo? Sono strumenti che io leggerò, magari anche con avidità… ma non chiedermi la fede cieca in una verità “rivelata”.

Ma non può essere considerata la religione come un “difesa” del mistero?
Può esserlo, ma nel momento in cui una religione pretende che “quel” mistero sia verità, allora diventa una difesa del mistero tramite una verità affermata. Che mistero è più nell’“ipse dixit”?

Ecchecazzo! No! Io voglio invece indagare cosa c’è dietro ‘sta roba, a quel punto contemplando il mistero, perché se io so che quella lì non è la verità, allora il mistero c’è ancora e riesco a contemplarlo.

Nell’indagine del mistero, alla fine, senza pretesa di successo, c’è la contemplazione di esso!

Gian Piero ha “preteso” quel successo?
So solo che di fronte all’accettazione della propria morte, tutto passa in secondo piano, cioè cambia il piano: non puoi più affibbiare i tuoi coefficienti di ragionamento e di emozione a una persona e a un individuo che hanno cambiato determinate regole.

Se tu giochi a scacchi e il tuo compagno gioca con altre regole, beh, il gioco non è più possibile. E’ un altro gioco e non riesco più ad applicare la formula “ha sbagliato/non ha sbagliato”, non ci riesco perché siamo su un altro piano. Io accetto che ci possa essere un piano diverso, nel quale io non mi sono mai addentrato né voglio farlo.

Nelle lunghe telefonate parlavate di queste cose?
Dopo il 1975, nelle lunghe telefonate parlavamo proprio di questo. Prima si parlava solo di vie.

E’ stata una grande esperienza. Tra l’altro, dopo che lui è morto, “confesso” (posso usare questa parola: confesso!) che mi sarebbe piaciuto, nel periodo in cui iniziavo a fare l’editore, prendere i suoi scritti e farne un libro (esattamente come è stato fatto un bel po’ di anni dopo da altri, con il titolo “I Falliti”, un bel titolo di merda), perché talmente grande era l’emozione per quanto successo, che mi sembrava dignitoso raccogliere gli scritti e proporli…

Ma non mi è stato possibile per motivi che a raccontarli non ci si crede. E che non voglio raccontare! Perché metterei in cattiva luce delle persone e questo non è giusto, questo non è giusto! Ma li so bene i motivi, piccole miseriette.

Oggi sono contentissimo che non sia successo e che quindi il libro lo abbiano fatto altri, meno coinvolti di me: mi sarei messo in una situazione allucinante di pericolo, perciò sono stato salvato!

Le miseriuccie… perché dare importanza alla superficialità? Perché, porca puttana, a volte ti salva! Piccole cattiverie di una persona nei tuoi confronti ti salvano! Allora rivalutiamole queste cattiverie!

E’ una lotta senza quartiere… Per esempio l’eliski: ti dicevo “ci si incista”… ma ora capisci di più il significato della parola “incistarsi”?

Ci si incista su una cosa di questo genere perché non si prendano in considerazione tanti altri problemi. C’è un doppio piano: un piano più forte.

Ci si incista perché ti rendi conto che è su queste piccole miserie che vale la pena di combattere. Ti ho fatto l’esempio di ‘sti qui che credevo mi avessero fatto del male impedendomi di realizzare quel libro… invece, a distanza di qualche anno, ho capito che mi hanno fatto del gran bene, non del male e li ringrazio ancora oggi!

Certo involontariamente, ma che importanza ha se considero che la parte involontaria e quella volontaria fanno parte di un unico essere?

Quello che ti ha pestato il piede e ti dice che non l’ha fatto apposta: va bene, non l’ha fatto apposta, ma qualcosa che glielo ha fatto fare c’è. Io non credo al caso. Dopodiché non è che l’ammazzi perché ti ha pestato un piede, e se pestarti il piede significa salvarti, benissimo!

Ma perché chiami Gian Piero proprio: “Maestro”?
Ma perché, porca miseria, io ero un “baluba totale” di questo genere di cose, uno che brancicava nel buio… perché è pur vero che io avevo cominciato il mio processo di individuazione, per citare Jung (ma si può chiamare in tanti altri modi), ma ero ancora alle prime scaramucce…

Sì, ciascuno lo inizia quando nasce, ma il momento in cui tu riconosci che lo stai facendo è una situazione particolare. Finché lo fai senza accorgertene e fai la tua vita, va bene. Ti stai modificando pian piano ma non lo sai. Nel momento in cui cominci a saperlo, e sai che stai cercando di dare una direzione capendo cosa hai dentro, è lì che comincia il processo di individuazione.

Questo è successo dentro di me, guarda caso nel 1975. Eravamo coetanei con Gian Piero (lui era del 6 agosto e io del 29 luglio).

Il glorioso pullmino verde con il quale Ornella e io compimmo il viaggio in Oriente 1974-1975. Qui nella Khagan Valley (Pakistan)
1975.01 Khagan Valley 001, pullmino verde

Nel 1975, per un motivo contingente, ero reduce da una sbandata amorosa con una francese che aveva portato il mio matrimonio con Ornella a condizioni disastrose di casino totale… con Ornella avevamo deciso di partire e fare un viaggio in Asia, lasciando 50 lire sul conto corrente. Il viaggio iniziò nel novembre ‘74 e tornammo nel settembre ‘75, dunque quasi un anno. La “scomparsa” di Motti è esattamente del 21 giugno 1975 e io ero in Ladack… l’ho saputa solo quando sono tornato.

Il processo di individuazione mio è incominciato in un momento preciso: durante il viaggio di ritorno, con il furgone, Ornella ed io eravamo in Grecia. Nei pressi di Salonicco, molto stanchi, ci fermammo per dormire vicino al mare e mi venne una terribile diarrea. Sono andato in mare ed ho cagato in acqua! La diarrea è importante perché ti libera! E’ mancanza di controllo… il controllo delle feci non c’è più, stai perdendo controllo su qualcosa in termini psicologici.

Appena tornato a Milano, dopo un anno di furgone e di 8000 (ero stato sul Lhotse), lì a casa ho capito che avrei dovuto intraprendere una certa strada, che è quella dell’introspezione e ho iniziato a leggere una quantità spaventosa di libri.

In quel momento ho rivisto, credo a novembre, Gian Piero ed è lì che ho avuto da lui determinati input. Le due strade si sono incrociate e abbiamo capito entrambi che il mondo che avevamo condiviso, quello di prima, quello alpinistico, dell’andare in montagna, era un mondo non morto, non da seppellire, ma che andava letteralmente in secondo piano! Per lui, ma anche per me.

Da allora non ho più fatto queste grandi cose, sì ho fatto qualcosina, ma non stiamo parlando delle grandi imprese degli anni prima: la solitaria alla Walker, il Naso di Zmutt… e avrei potuto farne anche altre perché la forza ce l’avevo, ma non avevo volontà di passare un certo limite!

Ho riconosciuto un limite ed ho preferito andare in un’altra direzione, questo assieme a lui, e siccome lui aveva avuto quell’esperienza del 21 giugno 1975, da lui ricercata peraltro e comandata quasi dalle sue voci del mattino, capisci che tutto questo mi metteva nella posizione di “allievo” puro e semplice. Ecco perché lo chiamo “maestro”… perché lo è! Non è che sto esagerando! Anche se lui probabilmente si incazzerebbe…

Ma non che lui ti abbia indicato una strada precisa da seguire, giusto?
Beh, certe affermazioni le faceva, per carità! Ma era anche uno che ti stava a sentire. Gli raccontavo di quello che facevo, della cagata in mare, dei libri che leggevo, del mio rapporto con Ornella, tutto un insieme di cose che faceva parte del bagaglio di due amici che parlano.

Ma in tutto questo pian pianino si è affermato lui e lo riconosco con la massima umiltà: aveva fatto delle esperienze più forti delle mie, più intense, più paurose, più tutto. Non mi ha mai detto “bisogna” fare così! Non è che facesse il maestro, nessuno ha mai supposto questo. E’ che si imponeva a tal punto… in un consesso di persone magari diceva mezza parola e basta, e tutti quanti lì come pecore ad ascoltare, poi c’erano quelli che lo odiavano, ma la maggior parte era affascinata, senza che lui lo volesse, perché doveva stare attento a esercitare in pubblico determinati suoi fascini, perché non andava bene…

Ricordo per esempio che c’era più trasmissione per telefono che non a voce; per telefono si lasciava andare di più. Chiudevo la telefonata intontito… mentre nell’incontro faccia a faccia era più leggero. Magari di persona, o con altre persone, non si entrava eccessivamente in profondità… ma invece la telefonata tra noi due era micidiale!

Sai quante volte ho detto: mi piacerebbe fare quello che fa lui, ma per fortuna non l’ho fatto, non era la mia strada!

La mia strada era altra: la mia strada è stata quella di fare due figlie con la seconda moglie e poi prendere anche una terza moglie. Questa era la mia strada, e ognuno la giudichi come vuole.

In una vecchia intervista di Filippo Zolezzi, disponibile sul web (ma non so di che anno) [http://www.alpinia.net/editoria/interviste/int_008gogna.php], dicevi che avevi un sogno nel cassetto; cos’è questo sogno cui accennavi?
Il “sogno nel cassetto” è sempre quello: è vivere la propria vita seguendo quello che è già scritto. Fare in modo che la tua vita coincida con ciò che è stato scritto. E’ chiaro?

No…
Sì… perché il libero arbitrio c’è quando c’è un limite o più limiti, chiamiamoli “paletti”. Tu scegli e scegliendo determini la tua libertà. Questa è la libertà dell’adulto. Quella dell’infante è il fare il cazzo che vuole, ma quella non è vera libertà!

Ma la tua libertà, di adulto, ha bisogno, per essere tale, di paletti. Allora quale può essere il paletto più grosso? Il paletto più grosso è accettare che esista un “destino”. Ma questo destino è “variabile”: è qualcosa che tu effettivamente puoi cambiare, quindi libertà!

La vera libertà consiste nel fare esattamente quello per cui tu sei stato destinato, sapendo che puoi fare altro.

Quindi l’abilità di riconoscere ciò che è il tuo destino, la capacità, la voglia anche di farlo, non l’acquiescenza al come va va, ma la voglia di fare esattamente quello che tu sei stato chiamato a fare.

Carl Gustav Jung
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Questo mi è difficile da capire, perché sembrerebbe una contraddizione in termini!

No, no! Perché tu sei libero di non farlo e diciamolo pure, non è che ci si riesca così facilmente. E’ una impresa disperata! E’ disperato riconoscere quello che sei portato a fare, e poi farlo davvero… può essere fastidioso, può essere brutto, può implicare la tua morte… questo è successo a Gian Piero.

Questa è secondo me la funzione dell’individuo sulla terra, perché è evidente che il contadino vietnamita nella sua risaia è chiamato a fare al mondo delle cose abbastanza diverse da quelle che sono chiamato fare io piuttosto che tu o l’esquimese, o la signora Merkel! Ci sono dei destini, cazzo, dai!

Già come nasci, vuol dire determinare il 99% della tua vita. Nel momento in cui nasci in un certo posto da certi genitori. E’ vero o non è vero?

Non è che uno che nasce nelle risaie o nel deserto ha le stesse possibilità di uno che nasce a Milano o a Londra… Non è così, non mi possono dire questo.

Allora significa che c’è una prima bozza di destino: tu sei stato chiamato a fare questo: sei nato là con questi genitori, con questa educazione. Questo è da accettare, porca puttana! Non è vero che siamo tutti uguali. Siamo uguali fisicamente, questo sì, non c’è differenza tra uomo nero e uomo bianco. Ma se nasci in una squallida periferia in Nigeria, o nel Biafra o nella guerra del Darfur, se nasci lì, sei condannato a sopravvivere o morire dopo pochi giorni di fame! Non vogliamo parlare di destino, qui? Quindi è da scemi dire che il destino non esiste! Non è vero che il destino non esiste e quindi non è vero che possiamo fare il cazzo che vogliamo purché che lo vogliamo.

C’è un destino e l’abilità consiste nel fare esattamente quello che lui vuole. Questa è l’unica libertà che ti è concessa. A tue spese e a tuo pericolo e nella pressoché totale incertezza sull’avere successo.

Ma allora qual è la differenza tra la ricerca disperata e pervicace del proprio destino e il non fare un cazzo, ovvero il vivere superficialmente, senza farsi domande?
Io ti potrei dire che la differenza non la so! Perché sono preso a tal punto nell’altra via, che mi riesce quasi impossibile che ci sia gente che questa via non la cerchi… però sono abbastanza integro da riconoscere che hai ragione, c’è un sacco di gente che vive così… e, a ‘sto punto, non mi rimane altro da dire che per loro è abbastanza facile seguire il loro destino. Se il loro destino è quello di non avere alcun tipo di curiosità… ebbene, lo stanno facendo! E io devo tenerne conto, perché come ho detto prima, i superficiali, chi non guarda al mistero… io li devo rispettare come tutti gli altri, perché se io non lo facessi, mi metterei in una posizione di superiorità che non mi compete, che mi esalterebbe e che m’inflazionerebbe pericolosamente.

La conversazione si deve interrompere qui, e forse manca una ultima domanda conclusiva, ma anzi no, l’incontro si chiude forse nel modo più significativo, il più bello: appena chiudiamo il registratore entra a casa di Alessandro sua figlia Elena (non si vedono da un po’ di tempo), e si abbracciano a lungo. Forse l’abbraccio è il destino!

Elena, circa dieci anni fa
Elena a casa di Simone

Li lascio subito soli, e tornando in auto verso Genova, mi vergogno un po’: per essere stato inadeguato, non avendo seguito nemmeno la traccia delle domande che mi ero preparato, dimenticandomi di chiedere di Messner, e di questo e di quell’altro, e dell’Arte, dell’Amore, della Natura… e mi sento davvero ignorante sugli argomenti filosofici trattati. Che velleitario sono!

E quando ha detto Perché Dio non si auto-riconosce!”… Io non sono certo un teologo… ma la frase mi spiazza forse più di tutta la sua spiegazione sulla “energia”, che invece in parte “capisco”.

L’auto-riconoscersi… questo sì che è complicato al cubo! Avrà fatto riferimento al testo di Jung, ma mica ce la si può cavare con l’intuizione inconsapevole!

Ma poi in fondo credo mi abbia detto già molto, e lui direbbe: anche troppo!

La temperatura esterna a Milano è 40 gradi, ma quella interna dentro di me è stranamente fresca. E se la ricerca del destino è una impresa disperata… mi pare di essere ora quasi leggero.

Libri citati
La Sacra Bibbia, Il Libro di Giobbe, circa 575 a.C.
Platone, Repubblica, Libro VII, Il mito della caverna, circa 360 a.C.
Carl Gustav Jung, Risposta a Giobbe, 1952
Alessandro Gogna, Un alpinismo di ricerca, 1975
Alessandro Gogna, La parete, 1981
Gian Piero Motti, I falliti e altri scritti, a cura di Enrico Camanni, 1983-2000
Renato Casarotto, Oltre i venti del Nord, 1986
Carlos Castaneda, L’isola del Tonal, 1974
Pietro Tarallo, Gianni Calcagno, 1993

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