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La prima volta a Sciarborasca

La prima volta a Sciarborasca
(dal mio diario)

28 dicembre 1962. Quest’anno a Natale è stato molto freddo. Qui a Genova siamo arrivati a -3°. Poi i rigori del clima mollano un poco, così Alberto Martinelli ed io ci avviamo verso i Torrioni di Sciarborasca, un paesino vicino a Cogoleto. Qui arriviamo facilmente in treno, poi ci mettiamo alla ricerca di una corriera che vada a Sciarborasca. Entriamo da un panettiere e Alberto chiede un sacco di informazioni. La cosa non mi garba, lui chiede tutto a tutti. Quando è in viaggio non se la sa sbrigare da solo o, meglio, non ci prova neppure!
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Deve chiedere. Marco e io non faremmo mai una cosa simile e nelle nostre gite ci siamo ridotti a quel punto proprio e solo quando non sapevamo dove sbattere la testa. Alberto perfino la strada si fa indicare, pur avendo noi una bella carta militare della zona. A cosa ci serve se non la usiamo?

Comunque non esiste corriera, perciò ci divoriamo i 4,5 km che ci dividono da Sciarborasca. Prendiamo il viottolo per il Monte Sciguello, sbagliamo un po’ strada, ma alla fine arriviamo ai torrioni di calcescisti.

Altro che “torrioni”! Sono solo rocce informi ammonticchiate una sull’altra, scalabili solo da una parte, perché altre parti quasi non esistono, ad eccezione di due o tre.
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Arriviamo alla base del primo torrione, il più bello, separato dal secondo tramite un camino e relativo intaglio. Sulla guida leggiamo di una via di V-, con variante diretta di V+. Ci leghiamo a un cordino in vita. Attacco subito la variante difficile e naturalmente mi vedo costretto a piantare un chiodo.Che però non entra bene. Mi ci riposo sopra, costringendo Alberto che mi assicura a spalla a far la fatica di tenermi. Non essendoci appigli, cerco di piantare un altro chiodo. Questo entra troppo bene, quasi senza martellarlo. E’ chiaro che non terrebbe nulla. Ma io me ne frego. Sono però esasperato e mugolo di rabbia. Ci attacco il moschettone e, sollevandomi sui piedi in aderenza, cerco di passare la corda nel moschettone. Il chiodo esce d’improvviso e io volo giù. Per fortuna il primo chiodo regge. Questo mi convince a farmi calare, nero di furore. Parte Alberto e non arriva dove sono arrivato io, così mi chiede le staffe. Io gliele rifiuto perché sul V+ non bisogna adoperarle. Lui si arrabbia e io gliele do. Però contemporaneamente mi arrabbio anch’io, mollo la corda e me ne vado. Se la faccia lui in artificiale! Mi dispiace fare così, ma non c’è altro mezzo per imporsi su questa testa dura!
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Lui, afferrate le staffe, comincia a trafficare. Io me ne vado davvero dicendo: – Guarda che io torno solo per aiutarti a scendere!

Detto questo mi rivolgo alla paretina a ovest e salgo da solo sul diedro di sinistra: dopo alcuni metri mi sposto sulla paretina a destra, torno poi a sinistra e per una breve fessura (IV+) esco a un terrazzo con albero e proseguo più facilmente fino in cima. Poi scendo, curioso di vedere cosa sta combinando Alberto.

Quando mi vede, mi dice che vuole scendere. Vedo che non è andato oltre al punto dove ero arrivato io in libera (per “libera” allora s’intendeva “senza staffe”, NdR a distanza di 53 anni). Lo aiuto a scendere e ci rivolgiamo alla via che avevamo snobbato preferendo la variante. Riparto io, raggiungo un chiodo in posto, poi da metà cengetta torno indietro. Alberto riesce a imbroccare gli appigli giusti (V-) e riesce a passare. Ma poi non prosegue diritto e traversa a destra all’intaglio tra il primo e il secondo torrione. Recupero il primo moschettone ma non il secondo. E’ lui allora che torna indietro per riprenderselo. Decisamente Alberto è più bravo di me…
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Dopo aver raggiunto la “vetta” ed essere riscesi, mangiamo qualcosa. Lui ora vuole fare la parete sud-ovest, dove la roccia è un po’ infida.

Sale senza mettere niente e slegato. Gli si stacca un appiglio e lui vola in aria per cinque metri sbattendo per terra di sedere.

Pare che non si sia fatto nulla, però rimarrà scosso. facciamo altri tentativi, come quello sul Diedro delle Spine, ma non combiniamo nulla. In più s’è fatto tardi e fa un freddo cane. Ci tocca anche abbandonare un chiodo.

Arriviamo a Genova e comincia a nevicare. Non siamo per nulla soddisfatti.
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