Posted on Lascia un commento

La scalatrice del pomeriggio

La scalatrice del pomeriggio
Riflessioni disorientate di un’irriducibile scalatrice pensante
di Eva Grisoni
(per gentile concessione dall’Annuario del CAAI 2014-2015)

Eva Grisoni, esile camuna D.O.C dai movimenti scattanti, fin dai tempi dell’università è stata soprannominata Eva Kant, per via degli studi approfonditi sul filosofo tedesco. Va in montagna da pochi anni, anche se ce l’ha nel cuore da quando era bambina, una passione che l’ha presa in modo molto profondo, parte integrante e irrinunciabile della sua vita. Le piace arrampicare, ama le vie di più tiri come si dice, in ambiente, sia in granito che in calcare, sia moderne che classiche.

Le piace anche scrivere ma, a differenza di molte ragazze, non ha mai tenuto il classico diario cartaceo. Così ha deciso di realizzarne uno virtuale dove racconta impressioni, emozioni, giornate ed esperienze vissute in montagna con i compagni di cordata: http://evak.altervista.org

Prologo
Sono nata nel 1977. Due mesi prima che fosse salita Oceano Irrazionale sul Precipizio degli Asteroidi, per intenderci. Ho iniziato a scalare perché volevo salire le montagne per la loro parte rocciosa, nel mio immaginario c’erano le pareti, c’era la roccia e c’era un modo da imparare per salirci sopra. Quando mi sono iscritta al corso roccia, ingenuamente non sapevo che la gente andasse a scalare anche in falesia e nemmeno che si salivano i monotiri difficili per allenarsi o semplicemente per fare arrampicata sportiva fine a se stessa. Prima sapevo poco o nulla di alpinismo, camminavo per sentieri, percorrevo ferrate, ho salito qualche cima in alta quota. Ho iniziato quindi ad arrampicare dopo i 30 anni, ma nonostante questo “ritardo anagrafico” ho da subito vissuto l’arrampicata con autentica passione, non solo sportiva ma anche culturale: attratta soprattutto dal desiderio di affrontare quello che avevano da dirmi la storia dei primi salitori, i loro itinerari e lo svolgimento della loro linea sulle pareti. Di mano in mano che la mia autocoscienza di rocciatrice cresceva, ho capito che la “faccenda” della roccia e dell’arrampicata erano due cose distinte e complesse, per il fatto che le pareti non sono nate già con gli spit e i chiodi, tante persone hanno creato la storia dell’arrampicata con le loro idee oltre che con la loro bravura, e per forza di cose mi resi conto di non avere l’opportunità di immaginarmi il fermento di quelle epoche passate.

Eva Grisoni sulla quarta lunghezza della via Panzeri bassa al Torrione Magnaghi
ScalatricePomeriggio--CIMG2107

L’Era del Disorientamento
Quando ho cominciato a scalare, le vie storiche a chiodi della Grignetta e del Medale erano già state riattrezzate a fix, nell’ambito del grande progetto dell’inizio anni 2000. La mia generazione di scalatori sembra radicalmente allontanata dalla storia, come se i sedimenti del tempo fossero ormai appiattiti in un presente multiforme: quasi 100 anni di storia di alpinismo su roccia convivono, a volte affiancati, sulle nostre pareti, e noi possiamo usufruire di essi in base a gusti, capacità, esperienza.

Noi “giovani” dell’arrampicata, se non stiamo bene attenti, rischiamo solo di scalare “senza capire” il senso di ciò che accade: una volta lungo una via a spit, un’altra volta su una via a chiodi e un’altra ancora, magari senza saperlo, lungo una via antica a chiodi rispittata. Rischiamo di fare le cose “senza sapere perché” le facciamo, per la fretta di trovare, il venerdì sera dopo il lavoro, una possibilità da salire il giorno dopo. La maggior parte delle persone che inizia a scalare ora, frequenta per qualche mese le palestre indoor, per poi trasferirsi in falesia e infine, se proprio ha coraggio “da vendere”, si butta sulle vie sportive a spit, mentre la montagna, se verrà, sarà solo molto più avanti. Personalmente ho avuto la fortuna di evitare in parte questo iter perché, forse per mia ingenuità, ho iniziato a scalare da subito in montagna, dopo un paio di anni di trekking, e non ho subito quel “terrorismo psicologico” che descrive la montagna solo come pericolosa e che, prima di affrontare una salita come la Normale ai Magnaghi, impone un apprendistato di riferimenti prestabiliti. Fino a una decina di anni fa era ancora possibile imparare a scalare su roccia senza passare per l’arrampicata sportiva (indoor o in falesia), ora molto meno, e l’alpinismo su roccia deve sempre essere preceduto da una fase di apprendimento a livello sportivo.

La luce lontana del Nuovo Mattino e della Filosofia dell’Altopiano
Chi ha la fortuna di sentire racconti di quel periodo da amici più “grandi” o di sfogliare solo una copia originale dei “100 Nuovi Mattini”, sulla quale con gli appunti a matita del proprietario sono annotati i ricordi, ha un’idea di cosa accadde in quel periodo, ma per molti si tratta solo di una storia lontana. Così come abbiamo studiato a scuola le contestazioni del ’68, i movimenti operai e studenteschi, gli attentati delle Brigate Rosse e dell’Estrema Destra, come ci hanno raccontato del concerto di Woodstock, abbiamo anche saputo del rifiuto che i giovani di quegli anni hanno avuto nei confronti di una “concezione sofferta” della scalata. Certamente in quel periodo si era formato un movimento di idee “dei giovani per i giovani”, che tentò di dire e proporre qualcosa riguardante l’arrampicata e l’alpinismo. I messaggi indicati dal Nuovo Mattino sono assai validi per chi ne ha colto il senso alternativo alla severità irriducibile dell’Alpinismo Tradizionale, e la spinta alla ricerca personale e al rispetto ambientale. Dopo quella storia ce ne è stata un’altra… quella dell’arrampicata a spit che ha indirizzato al culto della sicurezza, e alla sistemazione delle vie storiche, sostituendo i chiodi con gli spit e raddrizzando le lunghezze di corda originali per renderle più continue, alla ricerca della roccia “più bella”.

In parallelo alla filosofia del Nuovo Mattino ed a quella dell’arrampicata a spit, c’è comunque un’altra di storia, in questi decenni passata quasi inosservata e per ora non ancora raccontata interamente. L’arrampicata come gioco dell’uomo “con la natura”, per impostare con lei un dialogo non invasivo, perché si gioca con la natura e di conseguenza non si ha diritto di rovinarla, di aggiungere niente che non possa poi essere tolto per ripristinare la situazione di prima. Si arrampica secondo le caratteristiche della roccia, passando “dove si può passare”, proteggendosi dove la natura offre possibilità di protezione, salendo solo se si è in grado di farlo, fisicamente e mentalmente. Dunque, un gioco che “non è per tutti”, che non è solo difficile ma ha anche regole precise da rispettare. Questo è almeno il messaggio arrivato a noi, che siamo già oltre la trentina. Ogni volta che andiamo in val di Mello, ma anche in valle dell’Orco (dove alcune vie erano state sistemate a fix, poi tolti, mentre quasi tutte hanno soste a fix), possiamo constatare come questo “messaggio” si perda nella moltitudine delle possibilità che abbiamo. Come esempio potrei citare la via a spit Cochise di Gian Luca Maspes, che sale di fianco a Kundalini e addirittura si conclude su quest’ultima. Diverse persone le hanno fatte tutte e due ma per loro non fa alcuna differenza, se non che su Kundalini “bisogna proteggersi” e i chiodi sono distanti.

Eva Kant Grisoni a Finale Ligure
ScalatricePomeriggio-2

Scalatori Pomeridiani
Se confrontata con il Nuovo Mattino, credo che la mia generazione possa essere definita quella degli Scalatori Pomeridiani, per il fatto di avere alle spalle la luce del Nuovo Mattino e di sentire lontani gli echi della Filosofia dell’Altopiano: messaggio di un cambiamento ormai avvenuto ma senza i contenuti iniziali.

E’ normale e scontato che per gli scalatori pomeridiani della mia generazione, che si sono trovati circondati da vie attrezzate e in certi casi nemmeno ancora salite, tra Altopiano e Montagna ci sia poca differenza: ci sono i monotiri e i “più tiri” sulle alte pareti, in estate si va in quota, nelle mezze stagioni si arrampica nelle valli.

Se ho tempo, buon allenamento e un compagno fidato, posso recarmi sulla Cassin al Badile… se in quei giorni invece ci sarà brutto tempo in montagna, con il mio fidato compagno passeremo tre giorni in val di Mello su qualche “classica”… se però il tempo sarà proprio instabile e non avremo “voglia e testa” per metterci su qualche placca improteggibile andremo a fare monotiri attrezzati in falesia o magari a trascorrere una mattinata sui blocchi. Per noi il terreno del divertimento è già tracciato, non abbiamo niente da inventare o ideali da seguire, la storia è stata scritta e noi ne seguiamo inevitabilmente la traccia, senza essere obbligati a conoscerla. Qualcuno si interessa, qualcuno no, e sceglie una via solo in base al grado di difficoltà e al tipo di impegno richiesto. Un esempio di questo modo difforme di arrampicare, decisamente più antico di quello della Val di Mello, è quello legato alle vicissitudini storiche della stupenda Valle del Sarca, che ho frequentato per un certo periodo e merita davvero molto più di una visita. Per noi bresciani è la meta più gettonata/ ambita tra l’inverno e le mezze stagioni, perché ha un panorama vastissimo nonostante la strada, belle e altissime pareti e quindi c’è tutto “quello che vuoi” scalare, dalle vie classiche alle vie a spit, ci sono grandi vie in libera e i vioni in artificiale. Spesso ci è capitato di decidere quale via salire durante il viaggio di avvicinamento in macchina, nelle giornate incerte in cui non si sapeva bene cosa fare. Questo è sommariamente il panorama delle scelte che ho notato nella mente degli scalatori pomeridiani della mia generazione.

La fine del Nuovo Mattino
L’ideologia che ha caratterizzato il Nuovo Mattino è morta. Sono arrivati poi gli spit e l’arrampicata sportiva è dilagata socialmente negli ultimi decenni spingendo moltissimi a salire pareti che altrimenti sarebbero rimaste inviolate. Sono arrivate le palestre indoor dove tutti quanti possono imparare ad arrampicare. A queste possiamo però aggiungere altre due attività che testimoniano come in fondo i contenuti di quei tempi non siano stati del tutto dimenticati: il Boulder e la Libera da Attrezzare (nota ora come “Trad”). Il Boulder è spesso considerato da chi arrampica in parete come una vera e propria “aberrazione”, perché si salgono massi anche molto piccoli, sebbene in fondo sia il modo “più semplice” di arrampicare, basta avere di fronte un sasso, scarpette, sacchetto di magnesite e materasso! Si tratta di una attività che si può praticare anche da soli, camminando in un bosco fino a scoprire un sasso dove ci si diverte a salire.

Molti praticano il boulder solo perché è individualmente divertente e anche socialmente aggregante, come una sorta di condivisione. Alcuni lo fanno per allenarsi all’arrampicata sportiva. Il boulder ha una sua storia, è stato il primo modo che avevano gli alpinisti per allenarsi fisicamente alle grandi scalate in parete quando falesie spittate e palestre indoor non esistevano, ma oggi si è staccato dall’alpinismo, è diventato una delle possibilità, fine a se stessa, di arrampicata su roccia.

Il Trad è una replica ulteriore del clean climbing britannico di un tempo, che permette di salire solo utilizzando protezioni amovibili. Si tratta di un modo di arrampicare diffuso da sempre in Gran Bretagna, in Germania e nei paesi dell’Est europeo e praticato in Italia da una esigua élite di arrampicatori che in questi ultimi anni ne emulano l’esempio. Un’attività resa possibile oggi dai materiali più sofisticati e sempre nuovi che sono ora presenti sul mercato. Di fatto l’arrampicata è nata clean: basti pensare ai primi pionieri che salivano le vie, alle polemiche sull’uso del chiodo nei primi decenni del Novecento… Insomma, non dovremmo dimenticarci che l’arrampicata è nata senza protezioni infisse nella roccia, sfruttando i punti deboli che offre una parete. Quanto sta succedendo negli ultimi anni è un rinnovato interesse per l’arrampicata da proteggere anche sui monotiri. In un’era come la nostra, in cui la sicurezza e la regolamentazione sono ai primi posti nella scala di valori della vita, questa controtendenza ha una sua importanza.

Eva Kant Grisoni sul diedro Manolo al Pian de la Paia (Sarca)
ScalatricePomeriggio--manolo

La fine del cambiamento e delle scelte
Nella nostra attività di scalatori abbiamo i nostri gusti, le nostre idee, ma credo che oggi non abbiamo più ideali: nella vita di tutti i giorni, nella politica, quindi anche nell’arrampicata. Non c’è più nessuna lotta, nessun valore, nessun cambiamento effettivo che possa trasformare l’attuale situazione di stallo: potendo “far di tutto”, decidiamo soprattutto di fare “quello che ci piace”, che ci diverte. Ma non riusciamo più a distinguere “ciò che conta” davvero ed eventualmente a sceglierlo. Infatti, non conosco nessuno che rifiuti l’idea di scalare in falesia sugli spit, se lo fanno è per poco ma solo perché non sono interessati ai monotiri, oppure perché la cosa non li incentiva a sufficienza. Nessuno metterebbe mai in discussione che scalare su monotiri e lavorarli sia un metodo efficace per migliorare rapidamente la tecnica di salita, da utilizzare poi sulle vie.

Gli Scalatori Pomeridiani, vedono in Cassin, Comici o nel più giovane Bonatti indiscutibilmente degli Eroi che hanno sofferto e faticato davvero a salire per primi, con mezzi tecnici rudimentali per noi inconcepibili, praticando l’arrampicata libera e artificiale, facendo “ciò che riuscivano” fin “dove potevano”. Quando andiamo a ripetere una “loro via” non possiamo che emozionarci, rispettando e ammirando come sono saliti, pensando che quei “nostri eroi” sono in fondo come i “nostri nonni”.

Abbiamo da imparare da tutti: da questi eroi come dagli scalatori del Nuovo Mattino, che spesso vengono definiti, con un sorriso e tanta ammirazione, “dei pazzi”. Sì, ci sentiamo in debito nei confronti delle generazioni precedenti: i primi perché affrontavano pareti ancora considerate molto molto impegnative con mezzi rudimentali, i secondi perché anche se i mezzi li potevano avere, avevano deciso di non utilizzarli e di unire una gran tecnica di arrampicata alla sfida mentale della scalata su placche improteggibili a meno di bucare la roccia. E loro la roccia non l’hanno bucata.

E noi? Noi, a parte la grandissima crescita sulla difficoltà nell’arrampicata sportiva, cosa lasceremo alle generazioni future?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.