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La S’ciara de oro

L’ultima decade di agosto 1996 partiamo da Milano, con Luca De Franco e sua moglie Grazia, alla volta di una settimana non meglio identificata: potrebbe essere Austria, ma anche Slovenia, o anche Alpi Carniche. Ma quando vedo il sereno sulle cime sopra Belluno, la decisione è presa. Andremo finalmente alla Schiara, la montagna che mi aveva incantato fin dai tempi in cui leggevo le prime annate della rivista Alpinismus. Era il 1968, Toni Hiebeler era affascinato da quelle montagne, il lancio dell’Alta Via N. 1 delle Dolomiti era appena avvenuto; ed io leggevo in tedesco (cercavo di farlo e imparavo in fretta) le gesta dei bellunesi, dei polacchi. Piero Rossi aveva avuto una gran parte, riuscendo a comunicare al mondo un gruppo di crode davvero sconosciuto. In seguito, la volta che mi ero avvicinato di più era stato nel 1985, quando avevo risalito di corsa la Val di Piero per fotografare il colossale Burél. Ma oggi finalmente si va a vedere il cuore della Schiara. La prima sorpresa è il leggere quante ore sono necessarie, dal posteggio di Case Bortòt, per arrivare al Rifugio VII° Alpini: 2,45! E che ambiente!

Rifugio V Alpini alla Schiara
Rifugio V Alpini alla Schiara

Una valle davvero selvaggia, altro che facile palestrina per gli alpinisti di Belluno! Mentre camminiamo tranquilli, con uno zaino neppure troppo eccessivo, Luca ed io ci accorgiamo che Grazia non sta bene. Sono reduci da una settimana nel Gran Parasiso, forse è stanca. Vado avanti, non riesco ad aspettare: ma giunto al secondo dei quattro attraversamenti di torrente, decido di attendere. Una coppia di baschi mi raggiunge e fa segno che indietro c’è qualcosa che non va, poi arriva Luca trafelato per dirmi che Grazia sta davvero male e che loro sarebbero tornati a Belluno, avrebbero passato lì la notte e l’indomani si sarebbe visto il da farsi. Peccato, volevo proprio condividere con qualcuno la felicità che provo a muovermi in questi luoghi. Raggiungo così da solo il rifugio, dove il custode Giuseppe Pierantoni mi riconosce. Parliamo per un po’, poi lui deve scendere alla teleferica. Tornerà bagnato fradicio, perché naturalmente alle 19 si scatena un temporale con lampi e tuoni. Meglio, penso, così domani sarà più limpido. Con questo pensiero mi addormento nella mia cuccetta. Il mattino dopo non voglio rinunciare alla colazione, ma qui l’orario non è certo antelucano. Decido di aspettare il fidanzato della figlia del custode: Giampaolo Sani sta salendo e farà la Ferrata Zacchi assieme a lei. Anche con Giampaolo una breve chiacchierata di conoscenza, in tempo per capire che il ragazzo ha grandi qualità. Dalle Pale del Balcòn continuo nella nebbia per la Ferrata Sperti, nella speranza che qualche squarcio si apra. Non succederà, così transito veloce in quel caos di guglie, creste e canali, sempre aggrappato ai ferri dell’uomo. E così sarà fino in fondo, fin quasi al rifugio.
Caro Gianpaolo, mi ha fatto molto piacere ricevere posta da te. Mi è spiaciuto di non averti più rivisto, ma ho dovuto scappare perché la moglie del mio amico continuava a stare male. La notte a Belluno non le era giovato un gran ché e abbiamo dovuto riportarla in fretta a Milano, dove le è stata diagnosticata una bella infezione alimentare. Ne ha avuto per una settimana. Sai, Grazia, Schiara deriva da S’ciara, che in dialetto significa «anello». È l’anello che san Martino, cui piacque tanto nei suoi vagabondaggi alpini questa vetta a metà tra la neve e il mare, aveva conficcato nella roccia per fermare il suo cavallo. Ma l’anello si era subito tramutato in oro e da allora tutti lo cercano e non lo trovano, perché non hanno la purezza del santo. Sarà per la prossima volta, anche tu tornerai qui, all’inutile e inebriante ricerca della S’ciara de oro.

Gruppo della Schiara, Pale del Balcon e Gusela del Vescovà
Gruppo della Schiara, Pale del Balcon e Gusela del Vescovà

Tra i parchi nazionali italiani quello delle Dolomiti Bellunesi contende il primato di ambiente wilderness a quello della Valgrande (province di Novara e Verbania): infatti la difficoltà a ricavare pascoli in passato per la successione continua di versanti dirupati se non rocciosi, e quindi la scarsità di sentieri, sono le principali caratteristiche di entrambi. Le Alpi sud orientali presentano zone molto impervie che non furono ricoperte dai ghiacci del Quaternario: l’ultima glaciazione sulle Dolomiti Bellunesi si era esaurita 10-12.000 anni fa. Questo ha favorito una situazione paesaggistico-naturalistica di grande singolarità, specialmente per la flora (fin dal XVIII secolo le Vette Feltrine e il Monte Serva erano noti per alcune specie davvero rare). Il territorio del Parco, istituito nel 1993, è vasto 32.000 ettari, interessa ambienti di media ed alta quota, in genere pochissimo abitati. Suoi confini naturali sono a ovest la Valle del Cismon, a sud est e a est la Valle del Piave; a nord giunge fino alla Val Prampèr e fino al basso Agordino. Comprende quindi le Alpi Feltrine (Sass de Mura, Piz de Sagròn e Monte Pizzocco), i Monti del Sole (Feruch), la Schiara, la Talvéna, la Cima di Prampèr e lo Spiz di Mezzodì, «con i valloni deserti, con le gole tenebrose, con i crolli improvvisi di sassi, con le mille antichissime storie e tutte le altre cose che nessuno potrà dire mai… (Dino Buzzati, Barnabò delle montagne)».

Dalla Prima Pala del Balcòn sulla Schiara e sulla Gusela del Vescovà
Dalla Prima Pala del Balcòn sulla Schiara

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