Posted on Lascia un commento

La svalutazione della montagna – 02

Svalutazione della montagna 02
Il primo ad accorgersi della svalutazione dell’alpinismo, nei tempi moderni intendo, è stato Reinhold Messner, che nel 1968 scrisse un articolo, che risultò poi fondamentale, dal titolo L’assassinio dell’impossibile. Denunciava la tecnica che stava invadendo il nostro alpinismo; e prima o poi questa avrebbe ucciso il drago, cioè la montagna. Allora dire tecnica era dire soprattutto i chiodi, però in questi quasi cinquant’anni molto è cambiato, nel senso che oggi si può dire che tecnica sia tutto, non più certamente soltanto i chiodi o il materiale estremamente studiato e provato; oggi c’è l’alimentazione che evidentemente ha permesso tante nuove cose, l’allenamento specifico per le diverse discipline; le previsioni meteorologiche che sono ormai quasi infallibili; un soccorso alpino efficiente, almeno per le Alpi; comunicazioni satellitari.

La salita al Monte Bianco, miraggio di tanti, è significativa spia di generale mancanza di fantasia
Svalutazione2-195210

Se era facile eliminare il chiodo, portandone meno con noi, è molto più difficile oggi rinunciare a una tecnica base di comportamento, che tutti ormai abbiamo assunto. Ed è anche vero che questa tecnica di comportamento è la base della moderna attività alpinistica, delle opere d’arte, degli exploit e delle piccole opere di artigianato; non si può insomma rinunciare alla nuova tecnica globale.

La competizione non è l’unico elemento che spinge al nuovo e che muove l’alpinismo in senso evolutivo; anzi è un piccolo elemento, forse minore. Altrimenti, si dovrebbe sostenere che per creare una grande opera d’arte, per esempio di pittura, si debba fare una gara di pittura tra i pittori; li mettiamo tutti lì in una sala, gli diamo tre giorni di tempo e vediamo quello che fa il quadro più bello; questo è ridicolmente assurdo, ogni artista deve essere libero di esprimersi come meglio crede nel proprio isolamento, nel proprio raccoglimento, da solo con se stesso e con la propria tela, che è lì vuota ad aspettare. Se si riduce tutto a competizione si uccidono fantasia e creatività; penso che questo l’abbiano capito in molti, anche fra i giovanissimi free climber: alcuni tra coloro che hanno sperimentato le competizioni hanno riferito che in gara il loro gesto risultava abbastanza impoverito e che si sentivano non liberi di esprimersi come meglio potevano; altri invece sostengono il contrario.

La competizione oggi è in Himalaya o in Patagonia; mi chiedo, quando vedo un exploit, quanta creatività ci sia dietro. Mi piace indagare su ciò che l’uomo ha potuto creare facendo quella cosa; oppure su quanto conformismo ci sia dietro, conformismo alpinistico, cioè il seguire le idee degli altri, inseguire le prassi altrui. Per esempio io non sono un grosso ammiratore delle salite superveloci. Dico bravi ai velocissimi, però il mio cuore rimane un pochino estraneo a questo tipo di cose.

Penso che bisogna avere il coraggio delle proprie intuizioni, poiché esse sono la cosa che manda avanti l’alpinismo; l’esibizione pura e semplice dei muscoli mi ha sempre lasciato abbastanza freddino. In più la competizione da sola fa perdere anche il senso personale dell’andare in montagna; non può più essere la sola vittoria la motivazione per andare avanti. Quando non c’è più la vittoria, e questa può non esserci sempre, spesso la passione può scemare: è la «svalutazione della montagna». La montagna è svalutata proprio a causa della passione che diminuisce, che tende quasi a zero se è dominata da una competizione che per il singolo solo raramente è vittoriosa. Non vedo altre fonti che amore e rapporto individuale per sviluppare creatività e fantasia; oggi, invece che sull’assassinio dell’impossibile, occorrerebbe scrivere un articolo sull’assassinio della fantasia, perché mi sembra che da più parti questa sia trascurata. C’è anche chi dice: ma che cosa si può fare oggi, di nuovo? I vecchi ci hanno lasciato molto poco da fare.

La salita all’Everest, velleità di facoltosi, è precisa denuncia del malessere alpinistico
Svalutazione2-Coda-in-salita-allEverest-2Foto-Simone-Moro

La schiodatura della via Maestri al Cerro Torre da parte di Jason Kruk e Hayden Kennedy, indipendentemente da come la si giudichi, è spia di totale spegnimento di creatività
Svalutazione2-10558Non sta a me indicare a un giovane che cosa deve fare e certamente non lo ha fatto Cassin e neanche mai Bonatti, come Buhl o Desmaison; eppure, qualcuno che ha fatto qualcosa più di loro c’è stato. Anche oggi, se un giovane assimila tutto quello che c’è da imparare di tecnica, di storia dell’alpinismo e di arrampicata sportiva, di boulder, di cascate di ghiaccio, ecco che produrrà sicuramente altri exploit che avranno di nuovo le caratteristiche dell’opera d’arte.

Sponsorizzazione ed esibizione non sono preoccupanti; comunque la produzione di opere d’arte avverrà in silenzio e in solitudine, questo è sicuro, perché è sempre stato così. Si va oltre gli sponsor, si va oltre le esibizioni e i media, si va oltre perché a quel punto si rimane soli, si parte da casa con questi aiuti, ma poi là è tutto diverso, in una dimensione che non può essere ridotta a spettacolo.

Quando c’è solo competizione esasperata, quando cioè si perde di vista il proprio rapporto con la montagna, essenziale, di equilibrio, di serenità, penso ci sia addirittura pericolo di vita.

In Himalaya sono avvenute tragedie che dovrebbero far riflettere; se ricordo il maledetto 1986 al K2, è esemplare il raccapricciante racconto su Alpirando che ne fece Michel Parmentier. Chi sa leggere tra le righe capisce che Parmentier racconta che quelle persone avevano perso di vista il loro «proprio» modo di essere in montagna per una frenesia competitiva di cui a tavolino stentiamo a capire il senso.

Il compressore di Cesare Maestri, abbandonato a poca distanza dalla vetta al Cerro Torre, è un monumento alla colonizzazione e al suo tempo
Svalutazione2-Compressore Cerro TorreUn grande dell’alpinismo del sesto grado degli anni ’30, Giovan Battista Hans Vinatzer, di Ortisei, proprio a proposito della competizione e del rapporto di se stesso con la natura e con la montagna, mi disse una volta che lui spesso aveva avuto paura: un chiaro sintomo d’amore e di equilibrio con la montagna, forse il più evidente, perché quando c’è la paura vuol dire che c’è questo rapporto. Vinatzer ha avuto paura quando si trovava in alcune situazioni un po’ pericolose, perché magari era su un passaggio dove non poteva più né salire né scendere. Allora lui chiedeva alla roccia di «farlo salire». Proprio così: «… e mi facevo salire dalla roccia». Direi che questo forse riassume nel modo più semplice quello che voglio dire a proposito di un rapporto con la montagna che non va assolutamente svalutato.

postato il 13 ottobre 2014

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.