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La trilogia di Bernard Amy – 1

Il più grande arrampicatore del mondo
di Bernard Amy
Chi possiede la virtù superiore non agisce e non ha scopi, chi possiede soltanto la virtù inferiore agisce ed ha uno scopo (Tao-Te-King).

(Traduzione di R. Stradella)
Questo racconto ha preso lo spunto da una novella di Nakasima Ton, comparsa ne Il mondo di Zen di N. W. Ross e dall’introduzione di D. T. Suzuki all’opera di Eugen Herrigel Lo Zen e il tiro con l’arco. E’ il primo della cosiddetta trilogia di Bernard Amy. Pubblicato sulla Rivista Mensile del CAI n.12 del 1972.
Benché nessuno abbia mai saputo esattamente il suo nome, tutti lo chiamavano Tronc Feuillu. Era qualcosa come Tron Fo Oyu, ma la pronuncia offerta dai suoi compatrioti era troppo veloce perché un europeo potesse coglierla in pieno.

Questo soprannome però non evocava affatto il personaggio. Tronc Feuillu era un uomo magro, alto, con viso e mani d’asceta. Aveva il cranio rasato. E dietro ai suoi occhi appiattiti d’asiatico, brillava uno sguardo volta a volta severo, ironico e dolce. Rammentava piuttosto il tronco di una di quelle piante delle terre australi che, passate attraverso alle fiamme degli incendi delle foreste, sembravano essere divenute imputrescibili.

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Tronc Feuillu faceva parte della delegazione giapponese al raduno internazionale. Benché fosse la figura che più colpiva nel gruppo, non ne era il capo. Tuttavia i suoi compagni parlavano di lui con un rispetto che non era giustificato soltanto dalle capacità tecniche. Interrogati, si erano rivelati imprecisi, avevano parlato di «una suprema saggezza e una tecnica al di là della tecnica», il che non spiegava niente.

A chi avrebbe voluto saperne di più, i compagni di Tronc Feuillu avevano risposto: «parleranno i fatti; bisogna aspettare la salita alla quale parteciperà il nostro amico».
«La salita? Ce ne sarà una sola?».
«Certamente».

Tre giorni più tardi il tempo si mise al bello. I giapponesi attaccarono subito la parete nord della punta Rekwal, l’itinerario più lungo e senza dubbio il più difficile del massiccio. Guidati da Tronc Feuillu evitarono il passaggio detto du Pendule con una variante rimasta celebre.

Più nessuno da allora l’ha ripetuta. Gli alpinisti più abili d’Europa e d’America vi si sono cimentati. Nessuno ha potuto superare i primi dieci metri.

Tronc Feuillu superò una serie di placche alte ottanta metri, senza terrazzini, senza fessure abbastanza larghe per il piede o la mano. Non utilizzò chiodi, né mai sostò. Lui e i suoi tre compagni, questi quasi trasfigurati dal loro geniale capocordata, superarono il lungo passaggio in un sol tratto di corda. «Senza sforzo apparente, come se fossero su di un facile passaggio», riferì una cordata britannica che era contemporaneamente impegnata sul Pendule.

L’avvenimento suscitò un gran parlare. Gli inglesi, e poi altri arrampicatori che si trovavano in parete lo stesso giorno, descrissero con entusiasmo la sicurezza e l’abilità dei giapponesi ed ancor più la maestria di Tronc Feuillu. Egli divenne «il personaggio» di Chamonix.

Però i suoi ammiratori non ebbero per niente l’occasione di avvicinarlo. Rifuggiva la folla ed i suoi calorosi omaggi. Opponeva, a ogni curiosità, la sua indifferenza per l’«apparenza», la pubblicità, la notorietà e quello che gli alpinisti chiamano le bretelle. Persino ora, che aveva appena terminato una grandissima salita, mostrava una specie di calmo distacco, il rifiuto di esser preda di una frenesia insensibile allo spettacolo di un angolo di azzurro fra le cime delle Aiguilles.

Però non riprese le scalate. E mica rimase in paese, a Chamonix! I giorni di bel tempo continuarono, e lui si accontentò di sparire, per giorni interi, senza che si sapesse se partiva per compiere delle salite solitarie o per restare in contemplazione negli alpeggi. I suoi compagni compirono altre salite, fra le quali tre prime di gran classe. Non li accompagnò. Alcuni alpinisti si stupirono di questo atteggiamento. Si parlò persino di una gran paura provata alla punta Rekwal che gli avrebbe impedito di ritornare in montagna. Lo venne a sapere. Però sembrò che la cosa non lo riguardasse. Quanto ai suoi compatrioti, essi affermarono che Tronc Feuillu faceva parte integrante della loro squadra.
«Ci basta – dissero – che con le sue meditazioni ispiri le nostre realizzazioni».

Vennero considerati degli originali, e le conversazioni ripresero il loro corso ordinario, il loro giro di parole e di frasi sul tempo, sulla roccia, sulle tecniche e sulle ambizioni di ognuno.

Un giorno di pioggia, quando la Chamonix-bene si annoiava nei caffè, Tronc Feuillu si avventurò nel Grande Magazzino. Parlava, discuteva, sembrava sorprendentemente a suo agio. Nessuno riconosceva in lui il personaggio austero dei giorni precedenti. Qualcuno riuscì a porgli domande sulla sua straordinaria scalata: «Come ha fatto?», «Come erano le difficoltà?», «Era possibile piantar chiodi?», «Come ha superato i primi dieci metri?», «Lo sa che da allora soltanto un alpinista è riuscito a salirli e poi a scenderli?». Tronc Feuillu lasciò cadere tutte le domande e poi rispose: «Al termine del passaggio ho visto sulla cima del Monte Bianco uno dei più bei cristalli di neve che io abbia mai immaginato». La risposta venne interpretata come una battuta, tanto più che Tronc Feuillu finì per riderne lui stesso. «Non gli piacciono le domande – Voleva liquidare l’interlocutore – È stata una bella risposta». E la cosa finì lì.

 

Verso la metà di agosto ci fu un periodo di bel tempo. Potei fare qualche salita. Poi ritornai a Chamonix per riposarmi alcuni giorni. Era un mattino. Il sole stava spuntando sopra il Monte Bianco e le Aiguilles in un cielo perfettamente puro. Le strade erano quasi deserte. Erano tutti in montagna. Solo, sulla piazza della Posta, assaporavo questo momento con la certezza che mi attendeva una bella giornata. Stavo godendone, senza preoccupazioni, e abbandonandomi all’inazione, conservando sulle dita il ricordo del granito e del vento delle altezze.

Tronc Feuillu uscì dall’albergo. Aveva un piccolo sacco da montagna e capii che partiva per una delle sue misteriose escursioni. Mi passò accanto, si arrestò e abbandonò il suo silenzio abituale.
– Non è andato in montagna?
Lo guardai sorridendo.
– Oh! Sa, il bel tempo non costituisce un obbligo…
– Comunque sia, non fa bello così spesso.
– Non è sempre necessario toccare la roccia per goderne!

La risposta gli dovette piacere. Contrariamente a ogni previsione, mi invitò ad accompagnarlo.

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Tronc Feuillu mi condusse per sentieri che non conoscevo. In un primo momento pensai che volesse portarmi sul sentiero della Blaitière. Ma ben presto tagliò nel folto del bosco. Con una sicurezza sorprendente, seguiva delle tracce appena marcate nel bosco ceduo, attraversava delle scarpate, ritrovava nuove tracce. A volte incontravamo sentieri ben battuti, ma sembrava che Tronc Feuillu volesse evitarli sistematicamente. Fece in modo tale, che alla fine non sapevo più assolutamente dove fossimo. Attraverso gli alberi ci apparivano gli erti pendii che stavamo salendo. Le piante ci avvolgevano completamente, e mi sembrò che ci perdessimo a poco a poco in un labirinto tracciato da Tronc Feuillu. Mi lasciavo condurre, felice di scoprire questa montagna così poco familiare.

Mi ero posto dietro alla mia guida, e cercavo di seguire esattamente il suo passo. Procedeva regolarmente. Non potevo vedere il suo viso, ma anche lo immaginavo perso in un fantasticare che, ciò nondimeno, gli lasciava la facoltà di orientarsi in quel dedalo di viottoli, di bosco ceduo e di tracce che seguivamo. Infine sboccammo in una radura, su un ripiano della foresta. Tutto il sole del mattino vi si riversava. Il suolo era coperto di un’erba ancor carica di rugiada. Le goccioline brillavano nella luce. Disegnavano degli allineamenti regolari, e lasciavano pensare che un mastro giardiniere le avesse ordinate con un rastrello ideale.

Dall’erba emergevano dei massi disposti in piccoli gruppi. Uno dominava tutti gli altri. Era un blocco monolitico, enorme, alto almeno cinque metri, di un bel granito color ocra già caldo di sole. Era così compatto, così solido che difficilmente si poteva credere che un giorno fosse rotolato dalle rocce sovrastanti. Non avevo mai visto un blocco così bello. Oppure era stata la nostra ascesa che mi aveva preparato a vederlo così perfetto?

Il lato esposto al sole era asciutto. Vicinissimo ad esso l’aria tremolava per il calore che saliva dalla pietra. Non potei fare a meno di pensare a una salita ideale che, su questa parete assolata, mi avrebbe portato sulla cima del blocco. «Toccare un sano granito è piacevole e rassicurante». Mi venne il desiderio di andare a toccare la roccia. Ma Tronc Feuillu mi arrestò con un gesto e quasi bruscamente mi chiese di aspettare. Aveva deposto il sacco. Ne estrasse le pedule che calzò dopo essersi tolti gli scarponi. Senza sapere se là era lo scopo della nostra gita, compresi che il mio compagno aveva pensato come me di scalare il blocco. Pensava veramente di salirlo per il solo lato visibile? Mi sembrava del tutto inaccessibile.

Si preparò lentamente. Dopo aver cambiato, come un bleusard (frequentatori abituali della palestra di Fontainebleau, presso Parigi, NdT) l’abbigliamento, dopo aver asciugato le suole, le dita cosparse di resina, si perse in una interminabile meditazione. Vidi i suoi muscoli rilassarsi, uno per uno, distendersi tutto il suo corpo. La respirazione diventò sempre più regolare. Il suo sguardo percorreva il tappeto erboso che ci separava dalla roccia, s’arrestava sulla parete luminosa, ritornava sull’erba.

Affascinato da quell’immobilità, lo guardavo senza osare muovermi. Il bosco vicinissimo, i grandi pendii tutt’intorno, tutto era silenzioso e compresi che essi vivevano la stessa vita che in quell’istante animava Tronc Feuillu. Come se parlasse a se stesso, l’intesi mormorare: «Se potessi raggiungere la pietra senza spostare una sola goccia di rugiada, la pietra non esisterebbe più. Ed io sarei sulla sua cima».

Poi, dopo un lungo silenzio – e capii finalmente che parlava per me, che lui non ne aveva più bisogno da tempo ormai: «Per essere sulla vetta della roccia, bisogna esser vetta di roccia, e perciò pietra». Ricordai la parete nord della Rekwal, la variante giapponese e la prodezza di Tronc Feuillu. E mi chiesi se stava per darmi un saggio, qui, della stessa maestria.

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Abbandonò la sua immobilità. Era piombato in un’estasi senza però sembrar di essere in preda di forze estranee. Era piuttosto lo estrinsecarsi di tutte le sue forze che emergevano. Si diresse verso la roccia. I piedi non calpestavano i fili d’erba, ma li evitavano dolcemente. Le mani si posarono sulla roccia poi, senza scatti, come se si fosse trattato della più facile salita, raggiunse la cima. Trattenendo il respiro, temendo di rompere quello che mi sembrava un incantesimo – ma Tronc Feuillu mi aveva udito appena? – lo vidi raggiungere il ripiano superiore e drizzarsi con leggerezza. La più bella scalata che abbia mai visto! Un’eleganza nei gesti spinta sino ad annullare l’inerzia stessa dei gesti! Tronc Feuillu era ancor più abile di quanto non se ne fosse detto.

Nel momento in cui si drizzò sulla cima, voltò il viso verso il sole. Per un attimo vidi i suoi tratti accentuati dalla luce più viva. Ognuno di noi porta sul viso una maschera dai tratti duri, amari, segnati a volte dal cinismo o dalla disperazione. Ognuno la porta, con più o meno trasparenza. Quando scorsi il viso di Tronc Feuillu, credetti che fosse riuscito a dare alla sua maschera una trasparenza perfetta. Era andato ancor più in là: la sua maschera non esisteva più. Il sole illuminava un uomo che spaventava per la sua mancanza di personalità – non era che vuoto assoluto di pensiero – e contemporaneamente affascinava per l’immensa pace interiore che si era impadronita di lui.

Questo istante non durò. Tronc Feuillu si chinava verso la parete nascosta del blocco, spariva e poi mi raggiungeva ridendo. Il mio sbalordimento, effettivamente, doveva prestarsi al riso. Ma con il tono più serio del mondo mi chiese se volevo scalare a mia volta il blocco. Il mio silenzio gli bastò. Senza attender oltre, cambiò nuovamente d’abito poi, con un segno, mi fece capire che scendeva a valle. Più tardi, quasi continuando una conversazione che invero non avevamo mai iniziata, si mise a parlare. Senza girarsi verso di me, continuando a camminare: «Abitualmente nessuna di queste cose si può esprimere. Ma io so che lei ha bisogno di parole. E ciò che lei mi ha detto poco fa sulla piazza di Chamonix, mi lascia credere che forse lei potrà capire… Comunque sia, da voi le parole di cui lei ha bisogno esistono già. Mi ricordo d’aver letto in un libro “Se si vuole possedere veramente un’arte, le conoscenze tecniche non bastano. Occorre andare oltre la tecnica, in modo tale che l’arte diventi un’arte senza artificio che abbia le sue radici nell’Incosciente…“. Potrei usare dei paroloni, dirle che possiamo raggiungere la padronanza completa accumulando i risultati oppure usando al massimo i nostri muscoli e i nostri sensi, ma, al contrario, utilizzando il legame fondamentale che unisce la nostra Essenza all’essenza della nostra arte. Ma a che serve dire ciò che non può esser detto?».

Continuavamo a scendere verso la valle. Tronc Feuillu mi precedeva. Udivo le sue parole e sarei stato curioso di vedere ancora una volta il suo viso. Ma non si fermava mai e, a volte, dovevo quasi mettermi a correre per stargli dietro. Per un lungo tratto non parlò più. Non osavo interrogarlo. Più tardi riprese.

«Ciò che mi ha visto fare, per alcuni non è altro che l’inizio della scalata. Da noi si dice: “l’ultimo stadio dell’attività è l’inattività…“. Le narrerò la storia di uno scalatore di nome Chi-Ch’ang.

Viveva in una provincia cinese, ma pochi alpinisti del mio paese ignorano la sua storia. Chi-Ch’ang avrebbe voluto essere il miglior arrampicatore del mondo. La sua abilità era grande, ma lui avrebbe voluto che fosse perfetta. Venne a sapere che il più grande maestro era un certo Wei-Fei. Si diceva che fosse capace di innalzarsi su placche verticali e lisce a qualunque altezza. Alcuni l’avevano visto superare strapiombi di roccia compatta e senza appigli visibili. Chi-Ch’ang si recò nella lontana provincia dove vivera Wei-Fei e divenne suo allievo.

Il maestro lo tenne presso di sé alcuni giorni, poi gli disse che avrebbe potuto continuare l’insegnamento il giorno in cui Chi-Ch’ang avesse imparato a non muovere le palpebre. Chi-Ch’ang ritornò a casa e si sdraiò supino sotto al telaio di sua moglie. Voleva poter tenere gli occhi fissi sul pedale del telaio senza chiuderli quando il pedale passava davanti al suo viso. Un giorno dopo l’altro, si esercitava. Dopo due anni era in grado di non muovere le palpebre, anche quando il pedale gli strappava un ciglio. Ormai, le raffiche di vento cariche di neve o di polvere, il fulmine sulle creste, niente poteva smuoverlo. Persino durante il sonno teneva gli occhi aperti. Un giorno contemplava i campi del suo villaggio, e un ragno gli fece la rete tra le ciglia. Chi-Ch’ang capì che era pronto e partì per trovare il Maestro.

«Non è che una prima tappa», gli disse Wei-Fei. «Adesso devi imparare a guardare. Ritorna quando ciò che è minuscolo ti sembrerà evidente, quando ciò che è piccolo ti sembrerà enorme».

Chi-Ch’ang ritornò nella sua provincia. Sulla riva di un ruscello trovò un sassolino perfettamente liscio, ornato di un lichene così piccolo che lo si vedeva appena. Lo posò presso la finestra della sua camera, andò a sedersi dalla parte opposta della stanza e, un giorno dopo l’altro, si esercitò a guardare. Due settimane dopo poteva vedere il lichene distintamente. Ben presto questo incominciò a sembrargli più grande. Dopo tre mesi Chi-Ch’ang lo vedeva come se avesse le dimensioni di un fiore. Ne conosceva ogni minimo particolare. Ai familiari parlava con ammirazione della sorprendente complessità delle foglie del lichene. Passarono le stagioni. Chi-Ch’ang se ne accorse appena. Non abbandonava più la sua stanza che raramente. Ogni giorno sua moglie puliva il sassolino perché nessun granello di polvere vi si posasse e potesse disturbare la contemplazione. Alla fine del terzo anno, il lichene gli sembrava aver le dimensioni di un albero. Per la prima volta Chi-Ch’ang lo abbandonò con gli occhi e guardò la pietra. Essa aveva adesso le dimensioni di un blocco enorme. Si precipitò fuori della stanza: i cavalli gli sembrarono grandi come montagne, i maiali come colline, i polli sembravano torri di castelli. Chi-Ch’ang ritornò alla palestra di roccia dove una volta si allenava e ritrovò una placca che nessuno aveva mai salito. Le piccole asperità che tuttavia c’erano, quel giorno presero la dimensione, per Chi-Ch’ang, di grossi appigli. Superò facilmente la placca. Senza più attendere, ritornò da Wei-Fei. Questa volta il maestro, impressionato, ammise che l’allievo aveva raggiunto lo scopo.

Erano passati cinque anni da che Chi-Ch’ang aveva intrapreso l’iniziazione all’arrampicata. Sentiva che qualunque impresa era ormai alla sua portata. Decise di sottoporsi a una serie di prove. Cominciò a superare con facilità dei passaggi che erano la specialità di Wei-Fei. Poi li superò di nuovo portando un sacco pieno di pietre e così pesante da squilibrarlo persino in piano. Sulla testa, posò una tazza piena d’acqua: non ne uscì nemmeno una gocciolina. Una settimana più tardi scelse una parete strapiombante così sfaldata che minacciava di crollare da un momento all’altro. Si mise a salirla con un susseguirsi di gesti sicuri e rapidi e tali che ogni pietra spostata dal suo equilibrio a causa di un movimento si trovava subito rimessa a posto dal movimento successivo. Alla fine Chi-Ch’ang raggiunse il sommo della parete senza aver fatto cadere un sol sasso. Wei-Fei, che aveva assistito a questa impresa, non poté fare a meno di applaudire.

Dopo quel giorno, Chi-Ch’ang capì che non aveva più nulla da imparare dal suo maestro. Poteva ritornare al suo villaggio: nessuno l’avrebbe eguagliato. Tuttavia non era soddisfatto. C’era ancora un ostacolo: Wei-Fei. Con amarezza, Chi-Ch’ang si rese conto che non poteva proclamarsi il miglior arrampicatore del mondo. Era l’uguale del suo maestro, ma non gli era superiore. Tutt’e due continuavano ad arrampicare insieme. Un giorno, salivano legati un lungo diedro, Chi-Ch’ang si fermò su una terrazza ingombra di grossi blocchi. Più in basso, Wei-Fei arrampicava. Chi-Ch’ang non esitò e spinse un masso nel vuoto. Ma il vecchio maestro già da tempo era penetrato nell’animo dell’allievo. Questi, senza accorgersene, aveva mollato un po’ l’assicurazione. Wei-Fei comprese quanto stava accadendo e in un attimo si appese alla corda, evitò il masso con un gran pendolo all’esterno del diedro, poi ritornò alla posizione di partenza. Istintivamente, per non farsi strappar via dal peso di Wei-Fei, Chi-Ch’ang aveva bloccato la corda. Lanciò altri massi, ma Wei-Fei li evitò. Scelse allora una grande lama rocciosa che tagliò la corda. Wei-Fei si trovò senza assicurazione e alla mercé del suo avversario. «Questa volta ho vinto», mormorò Chi-Ch’ang. E spinse un ultimo blocco. Ma nel momento in cui stava per esser trascinato nel vuoto, Wei-Fei fece un salto su una delle lisce facce del diedro e vi si mantenne un attimo in aderenza. Contemporaneamente respinse il blocco con una mano. Il blocco, deviato dalla sua traiettoria, colpì la roccia e vi lasciò una minuscola intaccatura. Wei-Fei vi si affidò. Prima ancora che Chi-Ch’ang si fosse reso conto di ciò che succedeva, il maestro aveva raggiunto la base del diedro.

Comprendendo che non sarebbe mai riuscito nei suoi intenti, Chi-Ch’ang si sentì preso dai rimorsi. Da parte sua, Wei-Fei fu talmente soddisfatto di aver manifestato in modo così brillante la sua abilità, da non provare alcuna collera per colui che l’aveva voluto uccidere.

I due uomini raggiunsero slegati la vetta e si gettarono piangendo l’uno nelle braccia dell’altro. Tuttavia Wei-Fei si rese conto che ormai la sua vita era minacciata. Il solo mezzo per allontanare questo pericolo era di indirizzare lo spirito di Chi-Ch’ang verso altre mete.

«Amico mio» gli disse «ti ho trasmesso tutto il mio sapere. Però né tu né io possediamo l’ultimo sapere. Se vuoi saperne di più, devi attraversare il colle di Ta-Hsing e salire sulla vetta della montagna Ho. Là troverai il vecchio maestro Kan-Ying che non ha mai avuto né avrà mai uguali nella nostra arte. Confrontata alla sua, la nostra è un’abilità da bambini. Soltanto lui potrà insegnarti qualcosa».

Chi-Ch’ang partì immediatamente. Dopo un mese di viaggio difficile, raggiunse la vetta della montagna Ho. Si fermò, tolse gli scarponi e calzò le pedule. Poi si diresse verso la grotta dell’eremita. Kan-Ying era un uomo molto vecchio. I suoi occhi brillavano di una gran dolcezza. La schiena era curva e i capelli bianchi scendevano sino a terra. Un uomo così vecchio doveva certamente esser sordo. Chi-Ch’ang gli si avvicinò e gridò: «Sono venuto qui per esser sicuro di essere il miglior arrampicatore». E senza neppur attender risposta si slanciò su una placca di marmo lisciato dalle intemperie e che sovrastava l’ingresso della grotta. Quando scese si accorse che Kan-Ying sorrideva con indulgenza: «Quello che tu hai fatto è davvero semplicissimo: che cosa c’è di mirabile nel fatto di arrampicare sulla roccia? La via è fatta per esser seguita, una placca per esser salita. Vieni, ti insegnerò di meglio».

Seccato per non aver impressionato il vecchio, Chi-Ch’ang lo seguì fino a un colle che dava accesso a una vertiginosa parete di roccia e ghiaccio. Più in su, una fascia di seracchi nascondeva una parte del cielo. Al di sotto, degli strapiombi impedivano di vedere la base della parete. Kan-Ying avanzava senza esitare. Improvvisamente tirò Chi-Ch’ang verso di sé. Con un frastuono spaventoso un intero blocco di seracchi si abbatté su di loro e li avvolse con una nube di polvere di ghiaccio. Chi-Ch’ang si accorse che un leggero strapiombo li proteggeva e che senza l’intervento di Kan-Ying la valanga lo avrebbe sicuramente travolto. Per un attimo seguì la caduta dei blocchi di ghiaccio. Il vuoto sotto di lui prese una dimensione nuova. Ma intanto Kan-Ying lasciava tranquillamente il riparo dello strapiombo e continuava.

La cengia era scomparsa. Non restava che un piccolo bordo di roccia lungo il quale Chi-Ch’ang si muoveva lentamente. Pensava che aveva fatto bene a cambiarsi gli scarponi prima di arrivare alla grotta. Tuttavia, davanti a lui, Kan-Ying a piedi nudi nei vecchi sandali sembrava che camminasse su un sentiero. Chi-Ch’ang ne sarebbe stato umiliato, se non avesse avuto la niente altrove. Entrambi avevano lasciato il provvidenziale riparo dello strapiombo – ma era il caso che li aveva fatti trovare là in quel momento? – e non erano più protetti da nulla. Chi-Ch’ang sentiva che l’incertezza sì stava impadronendo di lui. Se soltanto un blocco di ghiaccio si stacca, è la fine, pensava. Improvvisamente Kan-Ying si arrestò avvolgendosi verso Chi-Ch’ang: «E adesso, fammi vedere la tua bravura. Guarda quello strapiombo sotto la fascia dei seracchi. Hai giusto il tempo di raggiungerlo prima della prossima valanga».

Chi-Ch’ang era troppo orgoglioso per non accettare la sfida. Lasciò gli appigli sui quali si era fermato e cominciò a innalzarsi verso i seracchi. Ma era appena avanzato di un metro, con grandi difficoltà, quando intese sopra di lui uno scricchiolio.

Ridiscese precipitosamente e senza nemmeno fermarsi dove era Kan-Ying, raggiunse il riparo dello strapiombo. Una gamba aveva preso a tremare senza che potesse fermarla. Il vecchio non si era mosso e lo guardava ridendo: «Il ghiacciaio non si muove quando non è il suo tempo. Ritorna qui e seguimi!».

Chi-Ch’ang rifece la traversata. Continuarono fino a raggiungere una cengia sul prolungamento della prima. Essa permetteva di aggirare uno sperone che precipitava nell’abisso. Kan-Ying raggiunse il filo dello sperone. Davanti a loro svettava una bella guglia di granito. Era soltanto a due lunghezze di corda dagli arrampicatori, però il precipizio la rendeva inaccessibile. Di sopra, il filo tagliente dello sperone strapiombava e tratteneva sul vuoto fragili ammassi di blocchi.
– Ora – fece l’eremita – permettimi di farti vedere quella che è veramente l’arte della scalata.
– Ma tu non hai che dei sandali! – disse Chi-Ch’ang con voce strozzata – non supererai mai quegli strapiombi.
– Chi ti parla di strapiombi? Per le gesta più belle occorre la cima più bella. Non pensi che questa guglia vale di più dello sperone sotto il quale siamo noi?

Chi-Ch’ang guardò ancora una volta l’abisso che li separava dalla guglia e senza capire si voltò verso Kan-Ying: – Non c’è né una cresta né una parete che conducano a questa guglia!
– Scarpe? Roccia? Finché si ha bisogno di scarpe e di roccia per salire, non si conosce nulla di quest’arte. Il vero arrampicatore non ha bisogno di artifici, nemmeno di roccia.

Il vecchio sembrò afferrare davanti a sé degli appigli immaginari, poi fu un susseguirsi di gesti meravigliosamente precisi. A Chi-Ch’ang sembrò di udire il battere appena marcato di scarpe inesistenti contro una roccia immateriale. Poi vide Kan-Ying rizzarsi sulla cima della guglia. Ebbe allora la certezza di esser stato il testimone della suprema manifestazione di un’arte nella quale aveva voluto appassionatamente brillare.

Passò nove anni sulla montagna insieme al vecchio eremita. A quali discipline si fosse sottoposto durante quegli anni, nessuno seppe mai. Quando ridiscese verso il suo villaggio e tornò a casa sua, tutti furono meravigliati nel vedere il cambiamento che aveva subito. Non aveva più l’aria risoluta e arrogante di una volta. Il suo viso era di legno, inespressivo come quello di un tonto. Appena seppe del ritorno, Wei-Fei andò a trovarlo. Comprese al primo sguardo: «Adesso, lo vedo, sei diventato un grande arrampicatore. Ed io, ormai, non sono più degno di legarmi alla tua corda».

Gli abitanti della provincia accolsero Chi-Ch’ang proclamandolo il miglior alpinista del paese. E attesero con impazienza le sue imprese, a conferma della sua maestria. Ma Chi-Ch’ang non fece nulla per soddisfare la loro attesa. Non aveva neppure riportato a casa le pedule che aveva con sé nove anni prima, quando affermava che sarebbero state gli attrezzi per la sua gloria.

E a chi lo sollecitava a una spiegazione, rispondeva con tono annoiato: «L’ultimo stadio della parola è il silenzio. L’ultimo stadio dell’arrampicare è il non arrampicare».

Quelli più sottili d’ingegno capivano ciò che voleva dire e l’ammiravano. Ma molti, ingannati dal suo viso inespressivo, lo prendevano per un sempliciotto e si allontanavano senza capire perché godesse di tanta fama.

Incominciarono a circolare su di lui un sacco di dicerie. Spinti dalla gelosia, alcuni superstiziosi, o altri pronti a sfruttare la superstizione altrui, raccontarono che sulla montagna Chi-Ch’ang aveva imparato tutte le magìe infernali e che adesso persino gli uccelli migratori evitavano di sorvolare il suo tetto. Al contrario altri, degli arrampicatori convinti della suprema saggezza di Chi-Ch’ang, dissero che nessuno spirito maligno aleggiava nella sua dimora. Era il dio degli arrampicatori, aggiungevano, che veniva a visitare l’anima del Maestro e a intrattenersi con lui sui meriti degli antichi alpinisti leggendari.

Bernard Amy
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Chi-Ch’ang non dava retta alcuna a ciò che si raccontava di lui. Invecchiava dolcemente. Il suo viso aveva perso ogni espressione. Nessuna forza esteriore poteva scuotere la sua perfetta impassibilità. Si era amalgamato così bene con le leggi dell’universo, così lontane dalle incertezze e dalle contraddizioni delle cose apparenti, che al tramonto della sua vita non trovava più nessuna differenza tra «io» e «lui», tra «questo» e «quello». La molteplicità delle impressioni sensitive era per lui livellata: il suo occhio avrebbe potuto essere benissimo un orecchio, il suo orecchio un naso, il suo naso una bocca. Quarant’anni dopo il suo ritorno dalla montagna di Ho, Chi-Ch’ang lasciò tranquillamente questo mondo, come un fil di fumo che si dissolve nel cielo. Nel corso di questi anni, neppur una volta aveva fatto un’allusione all’arte della scalata, non aveva nemmeno toccato una roccia.

Si racconta che poco prima di morire, andò a trovare un amico nella sua ricca dimora. Nel momento in cui varcava la soglia, indicando il portale fatto di blocchi di pietra squadrati, chiese al suo amico: «Dimmi, ti prego, di che materiale è fatto l’ingresso, che roba è?». E poi, vedendo gli scarponi del suo ospite nel corridoio: «Che strane scarpe! A che cosa servono?».

L’amico, stupefatto, capì che Chi-Ch’ang non stava scherzando. Si volse verso il Maestro e con voce tremante non poté dirgli che: «Devi essere davvero il più grande Maestro di tutti i tempi per aver dimenticato che cosa è la pietra e quali sono gli arnesi per la scalata!».

Si dice che nei giorni che seguirono i pittori della provincia gettassero via i pennelli e che gli artigiani provassero vergogna di esser visti con i loro arnesi…

 

«… Ecco la storia di Chi-Ch’ang, che voleva essere il miglior arrampicatore del mondo – concluse Tronc Feuillu – A lei le conclusioni. Ma prima di arrivare a Chamonix, mi lasci aggiungere questo: gli alpinisti delle vostre montagne hanno spesso tentato di definire la scalata. Hanno parlato di sport, di droga, di evasione, di fuga, di religione, di filosofia, di etica o di morale. Alcuni, quelli che hanno capito qualcosa di più, hanno rievocato un’arte di vita. La verità è un po’ in ciascuna di queste parole, un po’ al di fuori di esse… Ponetele su di una circonferenza: l’alpinista deve allora esserne al centro. Sta a ognuno di mettersi lì. O meglio, sta ad ognuno di mettervi il proprio alpinismo… Sì, ogni arrampicatore, lui solo, deve mirare il centro… Come dite voi, nella nostra lingua, “ciò è vero come è vero che io mi chiamo… “».

Si volta verso di me con un gran sorriso, come di chi sta per dirne una grossa:
«… come è vero che voi mi chiamate Tronc Feuillu!».

Non ho mai saputo il suo vero nome.

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