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Le cattedrali nel deserto

Le cattedrali nel deserto

Questa valle (la Valgrisenche) è come quella di Rhêmes lunga e stretta, di­retta da sud a nord ma con andamento alquanto sinuoso, e soprattutto di aspetto severo, finanche orrido, selvaggio, squallido. Nella parte inferiore, fin sopra il paese che ha pure nome Valgrisenche, è tutta a balzi, dirupi e forre, e poco appare di spazio coltivato, onde il viaggiatore ne riporta un’impressio­ne di tristezza cui non vale a dissipare qualche istante di più placido e sereno oriz­zonte. Nella parte superiore è un continuo succedersi di picchi e costiere, di ghiacci e morene, e le cui falde si disputano lo spazio i pascoli, le frane e i burroni ro­vinosi (C. Ratti – F. Casanova, Guida illustrata della Valle d’Aosta, Casanova, Torino, 1888)”.

Così la descrizione dei primi viaggiatori figurava una valle a­spra e severa, che le rovine del Castello di Montmayeur anche al­lora contribuivano ad incupire.

Eppure, grazie alla facilità di passaggio offerta dal Col du Mont, la valle era abitata già due secoli prima di Cristo: i Ceu­troni infatti, provenienti dalla Taren­taise, ne avevano occupato la parte alta e si erano stabiliti a Fornet.

Il rifugio Mario Bezzi
Accompagnatore Media Montagna Collegio delle Guide della Lombardia

Il canonico Pierre-Joseph Béthaz scrisse di un’usanza che sconfi­na con la leg­genda: siccome in valle non v’erano chiese, gli abi­tanti di Valgrisenche salivano fino al Col du Mont e là pregavano in unione con i fedeli di Villaroger in Val di Tigne. All’inizio della Messa una bandiera era issata sul campanile, ben visibi­le dal valico: poi, al termine della cerimonia, era ammainata. E an­cor oggi quel luogo vicino al Col du Mont si chiama Plateau de l’Eglise.

In seguito, sempre a causa dell’importanza strategica, tra il 1792 e il 1800, la valle fu teatro di guerra, con grandi devasta­zioni al territorio e danni enormi per gli abitanti.

Oggi l’impressione di cupa wilderness e di sanguinosi accadimenti del passato si è attenuata: belle montagne, bei boschi, prati e villaggi non la differen­ziano da altre valli dalle vicende più fortunate.

Ma al di là dell’aspetto superficiale, a un viaggiatore attento e sensibile, alcuni fatti macroscopici e molti piccoli particola­ri confermano il disagio antico.

Marco Milani, Popi Miotti ed io giungiamo alla fine di aprile 1994 a Bonne, l’ultimo dei paesini della valle. Si sente nell’aria una prima impressione strana, di ostracismo, quasi che il fatto di non appartenere al Parco Nazionale del Gran Paradiso ponesse la valle su un piano inferiore ad altre, per esempio alla vicina Val di Rhêmes.

La mancanza di impianti di risalita, a parte le inoffensive piste di Bénevy, impe­disce il confronto con la vicina Valle di La Thui­le: e non sono certo i brevi anelli di sci di fondo (Chez Carral) a far recuperare il distacco.

Ecco allora che si può creare negli abitanti un complesso di in­feriorità, una sensazione di abbandono e di esclusione che non è difficile da percepire.

Molto al di sopra di Bonne, buona base per la salita alla Testa del Rutor, c’era fino a qualche anno fa il rifugio Clea Scavarda: è bruciato, e di conseguenza nessuno è salito più al Rutor dalla Val­grisenche fino a che al suo posto non è stato costruito (nel 2005) il rifugio degli Angeli del Morion. Questa località è una delle preferite dell’eliski: coloro che da quelle parti si fanno depositare dall’elicottero scendono veloci e a Bonne si fermano qual­che mi­nuto al bar prima che il taxi o gli amici li riportino a valle. L’eliski non è mai stato fonte di vero reddito per i valligiani.

Il bacino di Beauregard
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Oltre a tutto ciò, la grande diga del bacino di Beauregard incom­be al di sopra: riusciamo a salire in auto i tornanti che portano al ciglio.

Il ciclopico sbarramento fu costruito nel 1952-53. Una volta col­mato, il bacino sommerse cinque villaggi, il più importante dei quali era proprio Fornet, con il suo aguzzo campanile. Dopo un breve periodo di utilizzo dei 70 milioni di me­tri cubi d’acqua, l’invaso venne notevolmente ridotto (due terzi in meno), a causa dei pericoli che la permeabilità del terreno creava. Ma intanto gli abi­tanti di questa parte alta della vallata erano stati co­stretti a emigrare, molti lontano. Al danno enorme si aggiunse la beffa terribile di rivedere, dopo solo pochi anni, riemergere buona parte delle case che avevano dovuto essere sa­crificate.

In salita dal rifugio Bezzi al Mont Vaudet, 27 aprile 1994. Foto: Marco Milani.
A. Gogna e G. Miotti in salita dal rifugio Bezzi al Mont Vaudet in vetta al Mont Joly, 27.04.1994, Valgrisenche, Valle d'Aosta

Sulla riva sinistra del lago, lungo e stretto e in questa stagio­ne praticamente asciutto e ghiacciato, corre in piano una strada carrozzabile ingombra di neve. Calzati gli sci, la percorriamo interamente fino al fondo del bacino, sette chilo­metri dopo.

I ruderi di Fornet sono la testimonianza di quanta stupidità e approssimazione abbiano governato in passato, una conferma lì da vedere di quanto siano pro­fonde le radici del dissennato sfrutta­mento del territorio che imperversa ancor oggi. Fornet è una pa­gina di dolore, ma soprattutto di vergogna. Questa è la prima cattedrale nel deserto, cioè un’opera gigante­sca quanto inutile, che mai servirà da luogo di culto e di reli­gione semplicemente perché nel deserto non v’è alcuna folla di fedeli.

Il crepuscolo ci sorprende giusto a Usellières, quando finalmente e pian piano cominciamo a salire per inoltrarci nella valle sem­pre più stretta dai fianchi ripidissimi. La notte arriva in bre­ve, continuiamo alla luce delle pile frontali, cia­scuno col suo ritmo, in pratica da soli. La luna deve ancora apparire, se ne intravvede il chiarore solo oltre la sommità dei versanti della valle, bastioni che ostruiscono ogni tentativo di sguardo lonta­no.

A ogni balza nevosa del fondo valle si spera di scoprire più chiarore, quan­do improvvisamente i riflessi di una luce gialla­stra appaiono sul versante orien­tale. Quella non è la luna, quel­le sono le luci del rifugio.

Il rifugio Mario Bezzi ci accoglie dunque con un accecante faro giallo tanto potente quanto inutile, anche se ci permette di spe­gnere le nostre pile.

Ci accorgiamo che il rifugio è stato di recente ampliato, prati­camente rifatto. L’architettura è di buon gusto, certi particola­ri sono assai piacevoli. Ma ciò che sorprende sono le dimensioni. In tutto siamo sette sciatori, oltre ai custodi che gentilmente ci accolgono nonostante l’ora tarda e ci servono la cena. Ma sala da pranzo, corridoi e più di tutto le numerose stanze testimonia­no una mania di grandezza con pochi paragoni.

Di primavera non credo siano molti a salire con le pelli di foca fin quassù, forse il lungo e noioso bacino di Beauregard non in­vita. In estate, quando si può arrivare in auto a Uselliéres, folle di gitanti si spingono a gite in giornata fino al rifugio, senza però fermarsi a dormire.

Fulcanelli
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A noi sembra la seconda cattedrale nel deserto. Questa è una val­le che ci offre grandi spunti di meditazione, perché accanto a un deserto Plateau de l’Eglise, che ancor oggi comunica fede e spirito, convivono almeno due orgogliose cat­tedrali senza miste­ri, a riprova evidente che “la Natura non apre a tutti, indistin­tamente, la porta del santuario (Fulcanelli)”. Nel gennaio 2012 il rifugio Bezzi è stato colpito e assai danneggiata da una valanga.

È inutile dilungarsi sul significato del termine “cattedrali nel deserto”; in Italia ben lo conosciamo, avendo un’esperienza che va da Gioia Tauro alle Alpi. Inutili colate di cemento, edifici sovradimensionati e superflui costellano il nostro paese arrivando persino nelle valli più remote. Non siamo favorevoli a questi e­sempi di modernità, eppure in Valgrisenche il rifugio Bezzi, che appartiene a quelle deprecate opere, ci è sembrato speciale.

A volte infatti le cattedrali nel deserto sono lì perché il pel­legrino vi giunga con stenti e fatiche trovandovi insieme pace di corpo e di spirito, al termine di un lungo cammino di penitenza.

E come fu lunga quella sera! Interminabile la strada che costeg­gia il lago arti­ficiale, in parte innevata e in parte no, così ogni tanto eravamo costretti a to­gliere e poi rimettere gli sci. Poi la strada sembrava salire, ma era un’illusione: ogni metro di dislivello si guadagnava a prezzo di numerose falcate in falso piano. Del rifugio nessuna traccia; te lo aspettavi oltre il go­mito che la valle compie più avanti e invece mai niente.

Il ritmo di camminata, la solitudine dei luoghi, il fruscio degli sci sulla neve dura e il peso degli zaini cominciavano a entrar­ti nella mente e ti sembrava di esse­re condannato a viaggiare per l’eternità. Poi infine, quasi castello disincantato, oltre un gobbone ecco il rifugio, grande, brillante, profumato di cibo e di legno: mai “cattedrale nel deserto” ci parve più tollerabile.

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