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Le prime guide alpine

Le prime guide alpine

Una vecchia cronaca del 1129 (Abbazia di Saint-Trond), riportata alla luce da Jules Brocherel (Les soldats de la neige in Augusta Praetoria, 4, 1949, pagg. 216-230), racconta di come iniziò, nel gennaio di quell’anno, l’attività dei marrons (o marronniers, o marroni). Una carovana di commercianti, a causa di una violenta bufera di neve, era bloccata da più giorni a Saint-Rémy. Passare il Gran S. Bernardo era quindi impossibile. Alcuni giovani, vestiti di pelle, si offersero per indicare il giusto cammino e per battere la pista nella neve fresca.

William Auguste Brevoort Coolidge
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Il rev. William Auguste Brevoort Coolidge riferisce che il bretone signore de Villamont, durante la salita al Rocciamelone del 1588, fu aiutato da due marrons, due vere e proprie guide che lo trascinarono in cima munito di graffes (ramponi). Secondo Coolidge furono costoro a esercitare per primi un vero e proprio mestiere di guida: infatti i compagni di Antoine de Ville sul Mont Aiguille nel Vercors potevano essere qualificati più operai militari che guide. Qualche anno prima della conquista, fu Horace-Bénédicte de Saussure a promettere una notevole ricompensa a chi fosse riuscito a salire per primo sulla vetta del Monte Bianco.

In Italia, per tutta la prima metà dell’800, il turismo alpino faticò a diventare una realtà. Tra le molte cause, la mancanza di strade e di vere locande: forse le intelligenze erano rivolte al più importante compito dell’unità del paese. Se chi si avventurava per le nostre valli era guardato con sospetto, in Savoia le ascensioni vittoriose al Monte Bianco erano salutate a colpi di cannone. E Valentin Rey, guide a mulets di Courmayeur, era costretto a far la stagione con i suoi animali a Chamonix.

Nel 1821 nacque la società delle Guide di Chamonix, mentre solo nel 1850 si fondò a Courmayeur una prima società delle guide, per di più non riconosciuta.

Un dato la dice lunga su quanto non si tenesse nel debito conto il nuovo fenomeno. Dal 1786 al 1860 furono registrate 115 salite al Monte Bianco da Chamonix. Nel 1865, e quindi solo qualche anno dopo l’annessione alla Francia della Savoia, le salite erano già 293 (ben 178 in più). Soltanto nel 1865 comparvero su un giornale di Aosta i primi appelli per l’abbellimento del villaggio di Courmayeur.

Le prime guide furono cacciatori, cercatori di cristalli o contrabbandieri. Ogni valle ebbe uno sviluppo differente della professione, ed in epoche diverse. Nel 1778 Horace-Bénédict de Saussure ingaggiò il cacciatore Jordaney, detto Patience, perché da solo si era spinto fino al Colle del Gigante. Patience fu così la prima guida valdostana. Novant’anni dopo Paolo Saint-Robert, nel 1867, assoldò il contrabbandiere Antonio Castagneri, di Balme, per avere chance di conquistare la Ciamarella.

L’abate Gorret ci racconta di come le guide, da domestici al servizio del signore, divennero presto così necessari da essere in condizione di fare il bello ed il cattivo tempo: Gorret li definì “tiranni”, e pretese a gran voce che si arrivasse ad un regolamento, come era previsto per le altre professioni.

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Nel 1865 la trattativa per i compensi era ancora diretta: Felice Giordano, per la sua campagna al Cervino, concordò 20 lire al giorno (con il bel tempo) + vitto. Ma già nel 1867 il canonico George Carrel, dopo molti episodi incresciosi, cercava di fissare delle tariffe, specificando quante guide a quanto, il numero di portatori per tot bagaglio, e definendo perfino i compensi per le attese. Seguirono accese polemiche. Nessuno era contento, tutti si lamentavano che i compensi erano esigui, oppure pretendevano la trattativa diretta. Nel 1885 Alessandro Martelli propose di abbassare le tariffe su escursioni secondarie, con la scusa ufficiale di diminuire gli incidenti incoraggiando l’assunzione di una guida per comitiva. Le guide di Alagna non accettarono per una stagione l’imposizione delle tariffe e furono sconfessate dal CAI Varallo.

Contrabbandieri sul lago gelato del Gran San Bernardo. Cartolina del fotografo Brocherel (Aosta)
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Nel 1910 Giuseppe Giacosa scrive che c’erano 150 guide attive nelle Alpi e sottolinea che raramente quello poteva essere il loro unico mestiere. Molti morivano in povertà totale, provocando accorati appelli e sottoscrizioni. Daniel Maquignaz, che lasciò otto figli nel 1910, ebbe il privilegio di uno scritto di Ugo de Amicis. E così pure Antonio Castagneri, Jean-Antoine Carrel, Joseph Maquignaz furono commemorati sempre in maniera tardiva. Nel 1888 era nato anche il Consorzio intersezionale Guide per le Alpi Occidentali: pur prevedendo questo istituto una specie di mutua si era ancor ben lontani dal riconoscere alla professione della guida la sicurezza di una duratura dignità economica. Molta responsabilità di questa ingiustizia la si dovette al luogo comune che la guida lo facesse solo per denaro. Solo in seguito si cominciò a pensare diversamente, perché gli episodi di generosità, altruismo ed abnegazione di cui si erano rese protagoniste le guide alpine erano ormai così tanti che non si poteva più far finta di niente. Come per coloro che hanno un animo nobile, l’orgoglio era la molla numero uno: anche per i clienti era così. Quando Joseph-Marie Perrod, mi pare nel 1863, dopo aver salito il Monte Bianco partendo finalmente da Courmayeur ed avendo quindi trovato un itinerario autonomo, urlò dalla vetta “cari amici di Chamonix, finalmente non abbiamo più bisogno di voi!”, in quell’urlo c’era tutto l’orgoglio di cui un uomo può essere capace. E pensare che fino a poco tempo prima i chamoniardi erano stati suoi compatrioti.

Antonio Castagneri
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