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L’emozionante Everest di Baltasar Kormákur

L’emozionante Everest di Baltasar Kormákur

Ricordo bene quando andammo a girare il primo spot Altissima, purissima, levissima in Nepal, nella valle del Khumbu. Era quasi Natale del 1992, una delle scene da girare prevedeva, in una location a ben più di 5000 metri sopra Dingpoche, che Reinhold Messner si aggirasse da solo su alcuni pendii di ghiaccio e che a un certo punto si soffermasse ad osservare l’acqua purissima che alcune stalattiti di ghiaccio avrebbero dovuto rilasciare con il calore del sole.

Il luogo era stato raggiunto dalla numerosa troupe e dal regista di San Francisco in elicottero la sera del 19 dicembre: solo io e pochissimi altri eravamo saliti a piedi al mattino. Nella notte quasi tutti erano stati male, non acclimatati e in pieno disagio fisico nelle tende. Il mattino dopo il freddo era davvero siderale e quando si dovette girare, come da programma ma con un cielo livido, la scena delle stalattiti, l’acqua tiepida appena scaldata con un fornello e versata sulle stalattiti ghiacciava immediatamente. Non colava alcuna goccia. Il nervosismo di trenta persone, che per tutta la giornata era stato latente, esplose. Volevano scendere, andarsene al caldo dell’Hotel dei Giapponesi a Khumjung. Ma il regista, che soffriva come un cane anche lui, insisteva. Voleva la sua acqua colare. Risolse tutto un macchinista de Roma, che ebbe l’idea di versare sulle stalattiti due bottiglie di vodka!

Lì ebbi la misura di quanto il cinema possa e spesso debba essere finzione. Non mi era ancora bastato vedere come perfino nelle foto di still life si preferisse l’uso di frutta finta al posto di quella vera.

Il regista islandese Baltasar Kormákur a Namche Bazar
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Ho visto il film Everest di Baltasar Kormákur, e mi è piaciuto. Nessuno poteva essere più prevenuto di me. Mi aspettavo la solita “stallonata” alla Cliffhanger, ma anche la pretenziosità insoddisfatta di North Face o, ancor peggio temevo una similitudine con quell’altra boiata pazzesca (con tema K2), Vertical Limit. Non osavo sperare l’attrazione di Assassinio sull’Eiger e non ritenevo che Everest potesse uguagliare La morte sospesa (Touching the void) di Joe Simpson.

La reazione del pubblico al Festival di Venezia (film d’apertura, fuori concorso), nonché i commenti non proprio favorevoli di Reinhold Messner e Simone Moro, avevano fatto il resto.

Razionalmente mi stavo imponendo, mentre attendevo che le luci si spegnessero, di accettare che un film a lungometraggio non debba essere una fedele trascrizione visiva di fatti vissuti e raccontati; che la storia narrata da Jon Krakauer in Aria sottile potesse essere anche stravolta; che la mia esperienza di alpinista dovesse essere messa da parte, perdonando dunque piccole grandi inesattezze, gli svarioni, le incongruenze, le esagerazioni.

Mi ripetevo che, se si sta a quanto raccontato da Anatolij Bukreev, neppure Jon Krakauer aveva raccontato la vera verità riguardo ai fatti di quel 10 maggio 1996.

Assorto in questo training autogeno, ma contemporaneamente munito di blocchettino degli appunti e matita per poter annotare anche al buio ogni fesseria vista o sentita nei dialoghi, il film è iniziato.

Un primo respiro di sollievo l’ho tirato quando mi sono accorto che il film era sottotitolato: non avrei perciò dovuto sentire le ulteriori vaccate del doppiaggio!

E già dopo pochi minuti il mio atteggiamento era cambiato: il film procedeva sui binari di una recitazione corretta, non c’erano sbavature, non c’era la fastidiosa sensazione che il regista calcasse la mano per creare un clima di attesa e di suspence. Scarno, per ciò che riguarda le motivazioni dei clienti delle spedizioni commerciali. Pochi contenuti ma nessuna aggiunta. Poi le riprese: belle, talvolta bellissime, perfino le poche ricreate artificialmente negli studios.

Una scena di Everest
Everest

La critica
Michele Gottardi
aveva scritto, dopo la “prima” mondiale a Venezia: “L’Everest si staglia sul grande schermo della Mostra ed è gelo in sala. Ma non per il pathos che il regista Baltasar Kormákur trasmette allo spettatore impaurito dalla tormenta o dal freddo; o per le paure che gli esiti del film incutono. Everest resta sospeso sul ponte tibetano delle infinite soluzioni, non osando fare un film completamente spettacolare e hollywoodiano, né riuscendo fino in fondo a trasmettere quel senso di mistero e di pericolo che la montagna più ostica del mondo ancora mantiene, nonostante le orde barbariche che l’hanno aggredita in questi ultimi vent’anni.

Poi il film comincia a mutare registro, virando verso tragedia e precipizio. Il dubbio che sorgeva (anche sulla scorta di una polemichetta avanzata da Reinhold Messner, che dava per assente il senso stesso della vetta) era: ci sarà la montagna? A luci spente, la sensazione del grande alpinista viene in parte confermata. Senz’altro non è stato (solo) girato su una pista di sci come ha detto Messner (le montagne della Val Senales sono state l’Everest, mentre a Cinecittà in studio è stato ricostruito l’interno del campo base), ma certamente il cinema di montagna è altra cosa. Elevare il dramma a spettacolo aumenta l’attenzione dello spettatore ma qui troppe vicende familiari e colpi di scena ne fanno un’occasione mancata”.

L’Everest. Foto: David Breashears
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Reinhold Messner aveva detto al settimanale Oggi: “Parlando con i produttori ho capito che la vicenda viene ricostruita in modo parziale… la tragedia del ’96 non fu una semplice disgrazia. E’ accaduta perché due bravissime guide, Rob Hall e Scott Fisher, decisero erroneamente di diventare imprenditori del settore turistico. L’alpinismo è una cosa, lo sport e il turismo un’altra”. Hall e Fischer erano in competizione tra loro per chi riusciva a portare più gente in cima all’Everest. Dovevano porsi obiettivi più ragionevoli. Sull’Everest porti qualcuno, non decine di persone alla volta. Per far salire gente impreparata Rob Hall e Scott Fischer hanno fatto ricorso a tutte le loro risorse fino a esaurirle. Erano sfiniti. Sono morti loro e gli altri, senza un’idea di cosa fare, hanno fatto la stessa fine“.

Josh Brolin (nel ruolo di Beck Weathers)
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E Simone Moro: “Non giudico mai qualcosa che non ho visto e onestamente spero che sia un bel film e che faccia un buon intrattenimento cinematografico… So che Reinhold Messner ha criticato aspramente il film. Pare che Messner abbia assistito alle riprese e abbia detto: «Non può raccontare la realtà: è stato girato su una pista da sci… una cosa hollywoodiana, dove manca il protagonista principale, la montagna».

Peccato solo che la fonte di quel film sia il libro sbagliato o meglio la voce sbagliata… Ero grande amico di Anatolij Bukreev… Ho ascoltato dentro una tendina e alla luce di una candela la sua ultima narrazione di alcuni fatti accaduti in quella spedizione… Molte verità non sono mai state gridate e altre sono sotto gli occhi di tutti quelli che conoscono l’alpinismo e l’Everest. Mi spiace che Anatolij non abbia più voce oggi ed io non posso essere la sua anche se ho provato a raccontare di lui in Cometa sull’Annapurna. Il libro che lui ha scritto, Everest 1996 – cronaca di un salvataggio impossibile (CDA, Torino, 1998 tradotto dall’edizione originale The Climb, 1997, NdR) rimane letto da pochissimi e la sua storia personale quasi sconosciuta.
Sarebbe bastato il silenzioso sguardo proveniente dagli occhi azzurri di Anatolij per far capire chi era lui veramente… Già, solo in quello sguardo, molti spettatori usciti dalle sale cinematografiche avrebbero trovato risposte e sarebbero tornati a casa con le idee più chiare e più loro…
Io di quel film ho visto solo il trailer e non muoio dalla voglia di andare per forza a vederlo… ma lo considero come uno dei tanti film di intrattenimento e non un film verità e dunque lo giudico con serena pacatezza…”.

Sul set di Everest
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Il punto di vista del regista
L’islandese Baltasar Kormákur parla del suo rapporto con la natura e di come l’aver camminato ogni giorno attraverso una tempesta di neve per andare a scuola abbia influenzato il suo punto di vista nel dirigere il film. All’osservazione che Messner lo abbia criticato ribatte: “E non aveva neanche visto il film! Dice che non è reale, ma qual è il punto? Alfonso Cuaron è forse andato nello spazio per girare Gravity? Il cinema è simulazione, tentiamo di ricreare la realtà senza uccidere nessuno o mettere gli attori e la troupe in pericolo. Io ho fatto del mio meglio per renderlo reale, più di quanto sia mai stato fatto nel cinema di finzione: abbiamo girato a -30° per sei settimane! Abbiamo scalato per davvero i monti, quindi dovevamo saper tenere la situazione sotto controllo e, nel caso, poter evacuare la gente. E lo abbiamo dovuto fare sul serio, un paio di volte, per il rischio di valanghe…

L’emozionante scena in cui Josh Brolin (nel ruolo di Beck Weathers) perde l’equilibrio sulla scala
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Abbiamo perso un set sotto una valanga. E mentre giravamo, in una valle vicina sono morte delle persone per una valanga. Eravamo estremamente consapevoli del rischio. Ma io non metto la gente in pericolo per ottenere quello che voglio. Come ha detto Jake Gyllenhaal, c’è differenza tra soffrire e farsi male. Io li ho fatti soffrire, più di quanto qualsiasi regista sia disposto a fare. Non per ragioni sadistiche, ma perché volevo il realismo: non volevo che interpretassero il freddo, volevo che lo provassero davvero. Questo vale anche per lo script: non volevo aggiungere un cattivo inesistente alla storia. E poi sono andato in Nuova Zelanda a incontrare i sopravvissuti, ho ascoltato le registrazioni delle conversazioni tra Rob Hall e sua moglie e tra Rob e il campo base. Ho appreso dettagli incredibili che nessun libro sull’argomento ha mai riportato…
Al cinema ci aspettiamo che i buoni sopravvivano e i cattivi muoiano. Ma la vita reale non è così: la vita è ingiusta. Volevo che il mio film fosse proprio questo…
Nel mio caso non c’è niente di inventato, nessun dramma fasullo, nessun personaggio femminile aggiunto a forza per far colpo sulle donne…
Anche in Val Senales, ho tentato di girare all’esterno il più possibile, pur sapendo che avrei dovuto ritoccare gli sfondi… Ci sono stati anche momenti drammatici, alcuni se ne volevano andare… Volevo che tutto fosse autentico: avevamo sempre con noi trenta sherpa, ci hanno seguito anche a Cinecittà, dove hanno costruito il set del campo base personalmente, perché hanno le loro tecniche precise
”.

Jake Gyllenhaal (Scott Fischer)
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E quello di alcuni attori
Per Jake Gyllenhaal, che interpreta il ruolo della guida Scott Fischer, in mezzo a tutto quell’avventuroso spettacolo, in cui si è anche congelato un orecchio, il momento più commovente è quella telefonata finale tra Jason Clarke e Keira Knightley (Rob Hall e sua moglie, nella realtà). Il grande lavoro fatto da loro è quello che più si avvicina al reale…
A voi sembrerà che abbiamo torturato noi stessi per questo film, ma per me è stato un atto creativo, non distruttivo.
Josh Brolin, mascella quadrata, grande senso dell’umorismo spaccone, interpreta Beck Weathers, il perfetto americano, anzi texano. E’ lui quello che chiede al sirdar Ang Dorjie, quando gli viene presentato, se sa parlare inglese: E quello gli risponde: «Meglio di te, americano»!

Il mio agente mi ha detto: «Sei sicuro di volerlo fare? La tua non è la parte principale». «Sì, ok, ma l’hai letta la sceneggiatura? ». Mi ha davvero commosso e se non ti smuove qualcosa vuol dire che hai un cuore di ghiaccio…
Per prepararmi al film, visto che mi piace l’idea di scalare, ho salito una via ferrata in Svizzera. L’ho fatta su consiglio di un mio amico scomparso da poco, Dean Potter, ma mentre me lo diceva mi sono dimenticato che parlavo con un tizio a suo agio su una parete liscia a 1500 metri d’altezza e senza corde. A metà del percorso ero già incazzato nero e mi dicevo «Quando torno a casa lo ammazzo». Ero appeso nel vuoto e non potevo tornare indietro, non c’erano segnali e pregavo che non ci fosse il gran finale, ma ovviamente c’era, altrimenti non sarebbe un’attrazione per alpinisti. Così giro l’angolo e vedo un ponticello appeso su uno strapiombo, che oscillava da tutte le parti. Il mio corpo si rifiutò fisicamente di proseguire: non volevo morire, avevo appena conosciuto una ragazza fantastica e mi piaceva la mia vita. Allora capii che dovevo semplicemente lasciarmi andare e iniziare a camminare. Non avevo mai provato a sfidare la paura a quel livello, ma quell’esperienza mi ha dato un minimo di comprensione di quello che avevano provato gli alpinisti sull’Everest…
Io ho fatto tutti i miei stunt. L’animazione in CGI (
computer-generated imagery) è lo strumento migliore per questo tipo di film: in Star Wars, ad esempio, la si usava per realizzare qualcosa di mai visto prima, qui per ricreare qualcosa che abbiamo solo immaginato e mai toccato con mano. Ma la scena in cui scivolo sulla scala ho dovuto farla davvero per circa 150 volte. Alla sessantesima volevo lasciare il film e tornare a casa, avevo un ematoma nerissimo dal ginocchio all’inguine. Dopo la Val Senales ci siamo spostati a Londra, in studio. Dovevamo indossare gli stessi indumenti che avevamo portato a -30°, solo che lì c’erano 26°, e al posto della neve c’era il sale. C’era un addetto che versava sale in un ventilatore, ti arrivava addosso e ti entrava negli occhi facendoti lacrimare. Una cosa terribile. Terribile. Preferirei scalare l’Everest che rifarlo”.

Jason Clarke (Rob Hall) e Jake Gyllenhaal (Scott Fischer)
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Considerazioni finali
Per me il film ha superato la prova della credibilità alpinistica e non ha mai urtato la mia sensibilità, non dico di espertissimo himalayano ma almeno di persona che ne ha una idea. Qualche tempesta l’ho vissuta pure io, tanto tempo fa, e le scene del film sono veritiere, assolutamente realiste: perché non sono minimamente caricate. La morte evidentemente arrampica ancora accanto, come diceva Toni Hiebeler. Ma non è lei la morbosa protagonista del film. Neppure la montagna lo è, come dicono giustamente Messner e Moro. Lo è invece quella domanda di fondo, strisciante, sul perché di tutto questo. Il fascino di una domanda cui non si può risponder se non la si prova. Forse la ricerca affannosa e pervicace del proprio destino. Fino alle estreme conseguenze.

La “stupidità” delle spedizioni commerciali, il nascere e lo svolgersi dei meccanismi competitivi si possono toccare con mano, senza che sia dato un giudizio, senza un assunto morale. Si vede bene come oggi la scalata dell’Everest sia un penoso trascinarsi di corda fissa in corda fissa, si vede ancor meglio l’ottusa mentalità di molti clienti che hanno reazioni isteriche. Una valanga riesce a smuovere la scala gettata a ponte nell’abisso di un crepaccio enorme della Seraccata e Beck Weathers che la stava traversando cade, rimanendovi disperatamente aggrappato perché assicurato da due cordini con moschettoni. Rob Hall si precipita dal terrorizzato Beck e lo rimette in piedi. Questi non ha di meglio da dire che: “Non ti ho pagato 65.000 dollari per fare una coda alle scale, come in un supermercato!”.

La ben ascoltata consulenza di un esperto alpinista (cinque volte salitore dell’Everest) e moviemaker David Breashears è palpabile in ogni momento.

Jason Clarke (Rob Hall) guida la fila nella risalita al Colle Sud dell’Everest
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Fino al gran finale, i decessi in massa. Le conversazioni di Rob Hall e di sua moglie Jenal satellitare, intermediate da Helen Wilton. Il regista ha sparato alto e gli è andata bene. Poteva risultarne una scena penosa e invece l’attrice Keira Knightley propone uno strazio dolce, quasi fosse una liberazione. Anche la bravissima Emily Watson, nel ruolo di direttrice del campo base Helen, ha un che di materno unito a una grande forza.

Comunicato stampa ufficiale del film
Everest, un film Universal Pictures diretto da Baltasar Kormákur, è il film d’apertura, fuori Concorso, della 72. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (2-12 settembre 2015), diretta da Alberto Barbera e organizzata dalla Biennale presieduta da Paolo Baratta.
Everest sarà proiettato in prima mondiale il 2 settembre nella Sala Grande (Palazzo del Cinema) al Lido di Venezia.
Ispirato a fatti legati al tentativo di raggiungere la vetta della più alta montagna del mondo, Everest documenta il viaggio di due spedizioni che si imbattono in una violentissima tempesta di neve. Il coraggio degli scalatori viene messo a dura prova dalla forza della natura, che trasformerà la loro ossessione in una lotta per la sopravvivenza.
Everest è una produzione Working Title Films. E’ interpretato da Jason Clarke, Josh Brolin, John Hawkes, Robin Wright, Michael Kelly, Sam Worthington, Keira Knightley, Emily Watson e Jake Gyllenhaal.
E’ prodotto da Tim Bevan, Eric Fellner, Baltasar Kormákur, Nicky Kentish Barnes, Brian Oliver e Tyler Thompson.
Everest è presentato da Universal Pictures e Walden Media, in collaborazione con Cross Creek Pictures, ed è adattato per lo schermo da William Nicholson (Il gladiatore) e dal premio Oscar® Simon Beaufoy (The Millionaire).
Il film è stato girato in Nepal, alle pendici dell’Everest, sulle Alpi italiane (Val Senales, Alto Adige), negli studi di Cinecittà a Roma e nei Pinewood Studios nel Regno Unito.

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