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Léon Zwingelstein

Léon Jean Zwingelstein
di Giampiero Assandri
(già pubblicato su http://www.lafiocavenmola.it il 23 maggio 2015)

Scusa se ti chiamerò Léon, o Leo, ma il tuo cognome è quasi impronunciabile per noi, qui a Sud delle Alpi, ostico come un diedro friabile, o come certe nevi crostose che si rompono all’improvviso ingoiando la punta di uno sci. Oppure Zwing, come riportato sulle didascalie delle poche foto in bianco e nero che ci hai lasciato e che il tuo biografo ha messo nel libro, a dimostrazione che stava parlando di una persona realmente vissuta e non di un fantasma.
Hai percorso le Alpi in sci, avanti e indietro, che se quelle tracce si potessero riportare sulla carta come oggi si fa col GPS, disegnerebbero una ragnatela fitta come la trama di un tessuto. Quasi sempre da solo, in un tempo remoto, quando la montagna invernale era frequentata da un manipolo di pionieri che indossavano giubbe militari o di lana infeltrita, occhiali da saldatore, scarponi di cuoio e sci di hickory. Solo, con il grande zaino sovrastato dal rotolo della tenda leggera autocostruita e con un fornello a benzina, stringendo tra le mani i bastoncini di bambù con grandi rotelle e tra i denti l’ultimo fico secco.
Oggi salirai – da solo – fino al colle, guarderai al di là della sella un’altra valle, e questa sera mangerai una zuppa d’avena alla luce del sole che tramonta dietro la linea rossa della tua amata Meije. Infilato nel sacco a pelo parlerai ancora una volta con la tua anima, che pare uscita dal proprio corpo – che poi è il tuo – e sembra voler stare ancora un po’ fuori dalla tenda a guardare la luna, col rischio che una folata più forte di vento se la porti via, mentre la notte insonne sembra non finire. Questo dialogo con te stesso senza parole da un po’ di tempo ti è naturale, come il passo sul pendio, e più lieve ti rende l’attesa della prossima alba, che arriverà a spazzar via il buio, gli incubi delle trincee e il peso di vivere i giorni come fanno gli altri.
Cos’hai tu da spartire, piccolo, tenace e solitario Leo, con il tuo berretto tondo e la giacca militare, col tuo incedere lento, lontano da tutti e da tutto, con questi corridori moderni di carne scolpita, attrezzati con sci di carbonio e tute acriliche multicolori? E perché ti ostini a stare ancora lassù, tra stelle, corvi e domande senza risposte, anziché tornare in fretta qui a valle, a bere un bicchiere di rosso Bordeaux di Provenza in questa osteria calda di vapori di cucina e di fiati, a fumare un sigaro tra quelli che cantano una vecchia aria di Chartreuse, a condividere una risata con i montanari, a dire una parola che getti un ponte sul vuoto di silenzio che ti separa dalla gente?
In fuga da ragazze d’altri, da coppie, famiglie, clan e club di ogni genere, hai portato sulle spalle la tua solitudine senza possibilità di redenzione, punteggiata dagli appunti ermetici del tuo vagabondare per monti, scritti su taccuini senza schizzi o mappe di tesori, senza rivelazioni esistenziali, pieni solo di date, nomi di cime, colli, rifugi e lettere puntate al posto di nomi e cognomi.

Léon Zwingelstein al refuge Dupuis il 6 marzo 1933
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Ci doveva essere una ragione
Ci doveva essere una ragione per quel vagare incessante – scrive Jacques Dieterlen – doveva essere accaduto qualcosa di drammatico, a motivare quelle imprese solitarie presentate dal loro autore con una scrittura concisa all’estremo. Spinto da questo interrogativo, dalla curiosità di scoprire cosa si celasse nell’anima di quest’uomo, l’autore inizia a mettersi sulle tracce (poche) di Zwing, domandando di lui a quelli che potevano averlo incrociato nelle valli, nei rifugi, nelle locande, senza ottenere altro che qualche risposta vaga, come di uno passato inosservato o ricordato solo per i suoi silenzi. “Le chemineau”, ossia il vagabondo, l’errante, l’uomo che non era riuscito, né a Grenoble né altrove, a mettere su radici, casa e famiglia, tormentato dalla perdita precoce dei genitori, dai ricordi delle notti terribili passate nelle trincee del fronte franco-tedesco delle Ardenne nell’aprile del 1918, a tentare di dormire sui cadaveri dei compagni morti e distesi nel fango, dalle nebbie infernali dei gas asfissianti al cloro e fosgene che gli tormentarono gli occhi per anni.
Dieterlen aveva a disposizione solo quei taccuini, qualche lettera inviata o ricevuta dai pochi amici, appunti su valanghe, costruzione di tendine superleggere, alimentazione, e la testimonianza diretta di due o tre amici: su questi pochi elementi ha ricostruito una storia, quella che il protagonista aveva volutamente oscurato, limitandosi a registrare i nomi di luoghi, le date e i tempi di percorrenza di ogni tappa, come i punti numerati da collegare nei disegni sulle riviste di enigmistica: e il disegno che viene fuori alla fine è una linea di 2000 chilometri continua e sinuosa sulla carta dell’arco alpino, che da Grenoble scende a Nizza, risale a Chamonix, percorre l’Engadina, i Grigioni, il Silvretta e ritorna indietro all’Oberland. Sembra quasi che Léon ritenesse le parole inadeguate a descrivere la montagna nelle sue forme e manifestazioni continuamente mutevoli, come pure le proprie impressioni ed emozioni. E che nulla esiste al di fuori dell’azione, la quale appartiene all’esperienza interiore individuale, indicibile e incomunicabile al mondo. Ne consegue che i pensieri e i dialoghi che accompagnano la grande traversata di Léon appartengono all’autore del libro, più che al protagonista, ma d’altra parte un biografo è sempre parte del personaggio che racconta. Bisogna comunque dare atto a Dieterlen di conoscere bene i luoghi che descrive, una conoscenza che gli derivava, almeno in parte, dall’aver ripercorso di persona la scia solitaria di Léon.

Zwing al Col du Chardonnet il 4 marzo 1933
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Grenoble
Zwing si stabilisce a Grenoble nel 1920, a ventidue anni, e si iscrive all’istituto superiore di Elettrotecnica. Si lascia alle spalle un’infanzia abbastanza agiata (era nato a Rennes il 16 ottobre 1898, figlio di un imprenditore), ma anche la perdita della madre e del padre intorno ai 15 anni e l’esperienza tragica della guerra di trincea e dei mesi di ospedale per gli effetti dei gas asfissianti. Grenoble era già allora una città vivace, popolata da studenti e turisti, desiderosi di riscoprire la normalità della pace. Circondata da ogni lato da montagne: a nord il massiccio della Chartreuse, a sud la catena di Belledonne e le Prealpi del Vercors, a est gli Écrins. Proprio su questo massiccio, nella sua prima escursione alla Tête de La Maye, presso La Berarde, si innamora per sempre della montagna e dell’Oisans in particolare. In quegli anni frequenta un gruppo di coetanei alpinisti, tra cui J. P. Loustalot, il trascinatore, carismatico ed estroverso, al contrario di lui, silenzioso e riservato. Si fa comunque benvolere per la sua affabilità, la precisione, la determinazione. Nel gruppo ci sono anche delle ragazze che fanno anch’esse salite impegnative, a dimostrazione di un’emancipazione femminile, almeno nelle classi più agiate. Il gruppetto fa base in una casa presso la Bastiglia, l’antica roccaforte di Grenoble, da cui si domina la città e dove i ragazzi passano le serate, programmano le escursioni del fine settimana, si allenano, stanno insieme, come si fa a quell’età. Ogni sabato pomeriggio la corriera li trasporta lungo le valli del Delfinato da cui salgono ai rifugi, impegnandosi in salite anche notevoli per quei tempi: la Sud della Meije per il Promontoire e il Glacier Carré, la salita delle Tours de Forges sul versante ovest del Moucherotte (24 maggio 1922) e la prima salita (per il versante ovest) della Pierra Menta (6 luglio 1922).

Il percorso di Zwingelstein del 1933. Da Le chemineau de la montagne
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La tenda gialla
Nel 1923 si laurea in ingegneria e cerca un impiego, senza molta fortuna e senza molta convinzione. Dopo un anno e mezzo trascorso a Lione, torna a Grenoble e riprende l’attività alpinistica che aveva temporaneamente lasciato. Nel 1926 compie, tra le altre, le salite alla Pointe Richardson, al Mont Gioberney, alla Tête de la Pilatte, a Les Bans, a la Meije, al col des Avalanches, al Mont-Aiguille, al Monte Bianco, poi la Vanoise con la Grande Casse, spesso da solo e con gli sci. Non gli interessano le difficoltà, quello che cerca è la permanenza in montagna, vivere in sintonia con il respiro della natura, del sole, dell’alternarsi del buio e della luce, della pioggia e del vento. Progetta e si costruisce da solo una tendina di appena 1.380 grammi, utilizzando tela di mongolfiera per la base e tessuto di paracadute impermeabilizzato con oli idrorepellenti per la parte superiore, senza paletti di sostegno, sorretta solo dai due bastoncini da sci. La sperimenta in ogni condizione di tempo e in quota, convincendosi che con quel riparo potrà far fronte, da solo, a qualsiasi percorso in tutta sicurezza. Quella sarà la sua dimora prediletta, mentre la stanzetta affittata al n. 13 di rue Bayard, nella parte vecchia di Grenoble, non avrà per lui altra funzione che quella di ospitarlo per il tempo necessario a progettare qualche itinerario, a riposarsi tra una salita e l’altra, a mettere a punto l’attrezzatura alpinistica, a risolvere le incombenze burocratiche.
Nel luglio del 1928, salendo all’Aiguille Verte, muoiono l’amico Loustalot e la sua giovane moglie Yvette, che avevano condiviso con Léon tante salite ed escursioni negli anni del gruppo della Bastiglia. Per Léon è un duro colpo, tanto che smette quasi del tutto di andare in montagna per due anni. Riprende nel 1930, salendo in prima invernale il Rateau, poi la Dent Parrachée. Da solo, nella primavera del 1932, con gli sci e l’inseparabile tendina bivacca sul ghiacciaio di Bonne Pierre e il giorno dopo valica il Col des Écrins e scende lungo il Glacier Blanc al refuge Caron. Il mattino seguente risale in sci il versante nord della Barre e lungo il ripido pendio sopra la crepaccia terminale e su placche verglassate raggiunge la vetta: Dieterlen, con la prosa aulica tipica degli anni Trenta, lo racconta così: “Enfin, dans un grand ébluissement de lumière, un étincellement féerique de cimes, de dents, de cretes endiamantées étendues autour de lui, d’un bout a l’autre de l’horizon, ivre de bonheur et comme transfiguré, il atteignit le point culminant de la Barre“. Sta di fatto che da lassù, contemplando verso oriente la distesa senza fine di cime e valli innevate, sente di potere e di dovere intraprendere un viaggio attraverso le Alpi: lo percepisce come un destino che è allo stesso tempo una liberazione e una condanna, come la scelta, unica, che gli è dato di fare.

Zwing sul versante est della Cime du Vallon
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Verso il mare
Sul suo diario scrive il 31 gennaio 1933: «Je viens d’achever mes préparatifs! Demain je vais me lancer dans la grande aventure, entreprendre ce long raid à ski auquel je songe depuis une dizaine de mois, le parcours entier des Alpes de Nice au Tyrol. Je dois entreprendre seul ce long raid (…) Quoi qu’il arrive, je veux atteindre le but fixé: je réussirai».

Il gran giorno è domani, 1° febbraio: Léon ha comunicato a pochissimi amici alpinisti le sue intenzioni, il programma di massima e la data di partenza. Le Philosophe lo incoraggia, le Reverend lo va a trovare qualche giorno prima e l’Escargot si offre di accompagnarlo nella salita della prima tappa da La Grave a Le Lauzet. Nella stanzetta disadorna sono sparsi gli oggetti necessari per il raid: in un angolo gli sci sciolinati con grafite, le carte topografiche infilate al sicuro in una tasca interna dello zaino con documenti e denaro, il compasso per tracciare l’angolo della direzione sulla carta, la tendina gialla arrotolata, i ramponi da sci, le pelli adesive (vedi nota) la piccozza, una cagoule, uno spezzone di corda, il fornello a benzina per cucinare e sciolinare, un pentolino, un sacco duvet e viveri (solo frutta secca, carne secca, farine, biscotti) per tre-quattro giorni, per un totale di circa 20 kg.
Come tante altre volte in passato, i due amici salgono sul primo autobus del mattino che da Grenoble li porta a La Grave, poi proseguono a piedi fino a Villar d’Aréne, dove calzano gli sci: “le case del villaggio sono coperte dalla coltre nevosa e un vento gelido soffia sollevando sui pendii una polvere cristallina che corre radente al suolo, come un fremito di seta argentea (Jacques Dieterlen)”. Seguendo i tornanti della strada coperta dalla coltre nevosa arrivano al Col du Lautaret: qui i due si separano con una stretta di mano e un augurio di bonne chance per Léon. L’Escargot rientra a Grenoble, mentre Léon prosegue in discesa fino a Le Lauzet, dove passerà la prima notte del raid, poi farà rotta verso Nizza.
Il 7 febbraio arriva a Nizza e da qui raggiunge in autobus Cannes, dove percorre con gli scarponi e gli sci sottobraccio, come un essere extraterreno che abbia sbagliato rotta e pianeta, tra gli sguardi allucinati della bella società, il viale centrale. Nella città di Cannes viene ospitato per qualche giorno da alcuni conoscenti e ne approfitta per curarsi da una congiuntivite, per rimettere a posto l’attrezzatura e per ritirare alcune lettere e una macchina fotografica inviatagli da un amico di Parigi. Si concede anche un paio di bagni al mare, poi all’alba del 12, quando i nottambuli rientrano alticci dalle balere, riparte verso il suo destino, direzione Chamonix.

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Contrasti
In tre tappe, passando per Saint-Étienne de Tinée, Saint-Paul-d’Ubaye e il Col de la Noire, raggiunge Saint Véran, due file di case allineate ai bordi della strada centrale, ancora sotto una spessa coltre di neve. Bussa a una porta ed un vecchio lo accoglie con calore, stupito di vedere arrivare qualcuno in quella stagione. Lo fa sedere, gli offre qualcosa di caldo da mangiare e un pagliericcio sopra la stalla. “Chi sarà mai quello strano individuo? una specie di Re magio? Sì, ha proprio l’aria di un santone, uno di quei personaggi in terracotta che vendono in Provenza da mettere nel Presepe… il santone montanaro, come ci sono l’arrotino, il pescatore, il cacciatore… E così, amico mio, venite da Nizza, già, da Nizza… e andate a Chamonix, da solo… poi pure in Svizzera… un viaggio davvero incredibile, porca miseria! E non è per divertimento di sicuro! Ma dice che non lo fa neppure per denaro e neanche perché qualcuno lo ha comandato! E dunque? (J. Dieterlen)”. Il vecchio non ha una risposta razionale e neppure Léon ce l’ha.
In due tappe, passando per il Col de Peas e per il Col de Gondrans arriva a Monginevro. Lì si stanno svolgendo le gare militari di sci alpino, c’è il mondo dello sci competitivo che sta diffondendosi, le feste danzanti negli alberghi di lusso, l’esibizione dei campioni sulle piste artificiali… una montagna artificiosa, modificata ad uso dei ricchi clienti cittadini che nulla sanno dell’alta quota, delle valanghe, della natura alpestre e sono lontani anni luce dalla vita semplice e autentica dei montanari che a Saint Véran lo hanno accolto come un fratello. Passa una giornata di sosta a Monginevro, tra musiche, manifesti, cori, fanfare… un gran circo dei divertimenti. L’indomani, 23 febbraio, parte all’alba, nel silenzio assoluto, senza rimpianti per quel luogo.
Nella cittadina ai piedi del Bianco ha un appuntamento con un amico scialpinista, Legrand, che ha già percorso l’haute route classica Chamonix-Zermatt e lo accompagnerà in questo tratto del raid, dal 3 al 14 marzo. Da Zermatt riprende il cammino solitario e raggiunge la capanna Bétemps (Monte Rosa Hütte) per salire la Dufour. A causa del maltempo è costretto a rinunciare sulla cresta finale, con il vento fortissimo che gli procura seri problemi al ritorno: deve togliersi più volte gli sci, non riesce a infilarsi né le moffole, né il passamontagna, né la cagoule e vaga per ore tra i seracchi. Nel semi delirio della tormenta, facendo appello alle ultime risorse fisiche e morali e invocando l’aiuto dell’amico defunto Loustalot (nella ricostruzione di Dieterlen) riesce a rientrare al rifugio. Riporta un inizio di congelamento alle dita delle mani, al naso, alle orecchie e allo zigomo sinistro e rimane tre giorni bloccato con pochi viveri. Il quarto giorno, 21 marzo, rinunciato ormai alla traversata diretta alla Britanniahütte, e dovendo scegliere tra morire di fame e rischiare di rimanere seppellito sotto una valanga a causa degli ottanta centimetri di neve fresca caduta, decide di tentare la discesa a Zermatt e se la cava. La brutta avventura passata sul Rosa ha l’effetto di infondergli la convinzione che una forza interiore riuscirà sempre a fargli superare qualsiasi avversità in montagna e una grande pace lo pervaderà per il resto del raid, anche durante la rischiosa e impegnativa tappa del 2 aprile per superare il Ghiacciaio di Rheinwald (per il Passo di Cadabi) fino a Hinterrhein, nei pressi del passo del San Bernardino. Finalmente il 6 aprile, in compagnia di un altro sciatore, varca il confine tra Engadina ed Austria e sale la Dreiländerspitze per il ghiacciaio di Fermunt e il giorno dopo il Silvrettahorn. Il 9 aprile è a Davos e come gli era già capitato al Monginevro, a Tignes, a Saint Moritz osserva il mondo rutilante degli “sportivi” eleganti, provenienti da tutta Europa, che nei loro impeccabili abiti alla moda affollano, strade, piste, negozi, sale da gioco e da ballo, un mondo dal quale rifugge appena possibile.

Zwing in vetta al Pic de l’Olan, 13 luglio 1934, prima della discesa fatale
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Perché fermarsi?
La traversata di Zwingelstein avrebbe potuto concludersi in Tirolo: anche così sarebbe stata un’impresa memorabile. Invece lui decise di non fermarsi a Galtür, in Austria, o a Davos, in Svizzera, ma di rientrare a Chamonix in sci, lungo un itinerario in parte parallelo a quello effettuato, spostato più a nord. Il ritorno poi non venne interamente completato com’era nella sua intenzione originaria, che prevedeva tra l’altro di salire il Monte Bianco, a causa del maltempo persistente. Così si “limitò” ad attraversare i gruppi del Silvretta e dell’Oberland (quest’ultimo in compagnia di un amico sciatore che attese per sei giorni campeggiando nella neve, dal 14 al 21 aprile a Ginanzalp, a 2000 metri, esplorando in sci, manco a dirlo, i dintorni, senza il peso del sacco). Dopo l’Oberland depose gli sci nei pressi del Grimselpass, il 1 maggio, e da lì raggiunse la stazione ferroviaria di Briga e rientrò a Grenoble. Scese dal treno frastornato dai rumori della città, dal caldo della bassa quota e dagli scorci urbani che aveva dimenticato, relegati nei recessi della memoria. E mentre la gente passeggiava in abiti quasi estivi, attraversò il centro cittadino con gli sci in spalla e il suo enorme zaino sormontato dall’inseparabile rotolo giallo della tenda: un piccolo marziano con la pelle scura e incartapecorita da raggi cosmici e ultravioletti, reduce da luoghi ignoti e inaccessibili agli esseri umani.
Aveva vissuto tre mesi nel mondo separato dell’alta quota (qualche anno fa, citando un libro di Carlos Castaneda, era in uso parlare di ” separate reality”), lontano da tutti salvo sporadici e occasionali incontri con guide, postiglioni, albergatori, montanari, cercando di prolungare il più a lungo possibile quella condizione di sospensione dal mondo reale, dalla quotidianità, insensata per lui, che lo aspettava a Grenoble. Trovo che vi sia una corrispondenza notevole, in questo suo “non voler tornare a terra”, con la decisione di un altro solitario, il navigatore Bernard Moitessier, quando, nel 1968, dopo aver terminato la circumnavigazione del globo in barca a vela, senza scalo e in solitaria, compiuta in quasi 8 mesi, anziché tornare a Playmouth, dove lo attendevano le televisioni, i giornalisti del New York Times, amici, famigliari e un premio di 5.000 sterline, mandò una comunicazione breve ed enigmatica: «Je continue sans escale vers les îles du Pacifique, parce que je suis heureux en mer, et peut-être aussi pour sauver mon âme», lasciando tutti quanti di stucco. La differenza tra i due solitari sta nel fatto che l’impresa di Moitessier fu divulgata da tutti i mezzi di informazione ed ebbe grande risonanza, mentre Léon se ne tornò nella sua stanzetta di rue Bayard, all’insaputa del mondo e perfino degli alpinisti, finché il libro di Dieterlen non lo fece emergere dall’anonimato.

Léon Zwingelstein morì con il compagno il 13 luglio 1934 mentre scendevano dal Pic de l’Olan. E’ seppellito nel cimitero di Grenoble.

A scuola ci spremevamo le meningi per trovare un bel finale al tema in classe, magari una considerazione intelligente, una riflessione matura, un insegnamento morale, a chiusura insomma di quanto descritto nel componimento di dubbia sufficienza. Qui, per concludere questa storia umana, filtrata dal tempo e dalle interpretazioni di Dieterlen e mie, mi sembra perfettamente adatta una massima del Mahatma Gandhi: “Qualunque cosa tu faccia sarà insignificante, però è importante che tu la faccia.

Cimitero di Saint-Roch, Grenoble
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Curiosità
Ritenevo che le pelli di foca adesive fossero comparse intorno agli inizi degli anni ’70, anche perché io, agli esordi del mio scialpinismo, utilizzavo quelle terribili con le fettucce laterali: invece ho scoperto che Léon le utilizzava già normalmente almeno qualche anno prima del raid del 1933, prima quindi che la ditta Montana le perfezionasse con colla più efficace, nel 1939. Anche gli sci con le lamine (avvitate) che utilizzò, erano per quei tempi una vera, radicale, innovazione.
Léon durante il suo raid si avvalse solo in pochi casi e per brevi tratti di fondovalle di mezzi di spostamento di linea (treni e autobus) o delle carrozze dei servizi postali trainate da cavalli nelle località non accessibili alle corriere (ad esempio, da Gondo al Passo del Sempione e da Splugen a Cresta nei Grigioni) e due volte utilizzò mezzi a fune: la funicolare da La Piora (Airolo) al Lago Ritom (tutt’ora in funzione) nella tappa di quasi cinquanta km da Airolo a Olivone e la funicolare di Parsenn, a Davos.

Il libro
Il mio libro di Dieterlen è quasi un cimelio: pagine ingiallite e fragili, ancora chiuse nella piegatura originale di quando il volume venne stampato e rilegato, nel 1950, da una tipografia francese su licenza del primo editore, Flammarion: per leggerlo ho dovuto prendere un coltello affilato e tagliare tutte le piegature lungo i bordi, segno che non era mai stato né letto, né venduto. Se l’avessi acquistato in una libreria antiquaria l’avrei pagato forse una cinquantina di euro, ma Amazon evidentemente lo ritiene un fondo di magazzino (quel che in effetti è) da smaltire e lo vende a soli 10 euro, anche perché nel 1996 è uscita la nuova edizione di Arthaud, molto più costosa. Sapevo dell’esistenza di questo libro da almeno trent’anni, perché citato in rari resoconti e articoli su alcune riviste e sul libro dei fratelli Odier. Le sue relazioni scarne sono state pubblicate su qualche rivista francese degli anni ’30 e un lungo articolo è stato pubblicato intorno al 1980, se la memoria non m’inganna, su un numero di Ski Rando, che non ho più ritrovato.

Gli epigoni di Zwingelstein
• la seconda traversata delle Alpi in sci fu realizzata da Walter Bonatti e Lorenzo Longo (14 marzo-18 maggio 1956) e dai fratelli Bruno e Catullo Detassis, Luigi Dematteis e Alfredo Guy nella stessa stagione: in 65 giorni fu percorsa tutta rigorosamente in sci e a piedi, da est (Tarvisio) a ovest (Col di Nava);
• Jean-Marc Bois, in solitaria, da Saint-Étienne de Tinée a Badgaastein, dal 30 gennaio al 25 aprile 1970;
• Kittl, Farbmacher, Hoi, Mariacher e Schettsi, austriaci, nel 1971, compirono la traversata in velocità con sci da fondo escursionismo e zaini leggerissimi, di soli 5 kg, utilizzarono però un pulmino e impiegarono 40 giorni, dal 21 marzo al 29 aprile, coprendo quasi 2.000 km;
• Angelo Piana e soci in tre stagioni (1975-1976-1977);
• I fratelli Hubert e Bernard Odier, dal 18 febbraio al 18 maggio 1979, da est a ovest;
• Paolo Tassi e Mauro Girardi nel 1996, in sci da telemark;
• Paolo Rabbia, di Savigliano, in solitaria: partito il 29 dicembre 2008 dal Margart, al confine con la Slovenia, ed arrivato sabato 28 febbraio a Garessio. Un totale di 1750 km in 62 giorni.
Nessuno però è stato così a lungo e ininterrottamente sulle Alpi in sci, percorrendole prima verso Sud e poi facendo andata e ritorno, e credo che nessuno, più di Zwingelstein, possa meritarsi l’appellativo conferitogli da Dieterlen di chemineau de la montagne.

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Bibliografia sul raid integrale delle Alpi
• Jaques Dieterlen, Le chemineau de la Montagne. Flammarion, 1938. Ristampato recentemente da Arthaud ( 1996);
• Léon Zwingelstein. Carnet de route – © Glénat, Grenoble 1989 • I taccuini originali, 62 pagine con 22 disegni di Léon a inchiostro nero, sono custoditi alla Bibliothèque Municipale de Grenoble;
• Paolo Gobetti, Annuario Dimensione Sci, 1987;
• Giorgio Daidola, Zwing, il vagabondo della montagna, articolo pubblicato sulla rivista on-line http://issuu.com/mulateroeditore/docs/skialper88/34
• Walter Bonatti, Le mie montagne. Riedizione, Milano, 1983 (un capitolo);
• Bernard e Hubert Odier, Tutte le alpi in sci. Dall’Austria al Mediterraneo. CDA -Torino, 1984;
• Marcel Kurz, Alpinismo invernale – le origini dello sci-alpinismo, I Licheni, Vivalda ed. 1994. Prima edizione in lingua tedesca, 1924;
• Autore? Articolo su Ski Rando (1980 circa).

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