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L’ignoto

L’ignoto
di Federico Gardoni
(già pubblicato su http://spazivuoti.altervista.org/ il 15 marzo 2016)

“Il sentimento più forte e più antico dell’animo umano è la paura, e la paura più grande è quella dell’ignoto (Howard Phillips Lovecraft)”.

Verso l’ignoto
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Mamma che incubo stanotte! Penso mentre spingo uno sci davanti all’altro. Una vita relegata tra l’interno di un’azienda a girare chiavi inglesi come nel film di Charlie Chaplin, un magazzino a contare scatole, infine dietro ad una scrivania di uno sterile ufficio, aspettando il weekend da trascorrere a fare compere dentro ad un capannone allestito solo diversamente da quello dove trascorro il resto della settimana, pranzando poi seduto comodamente con il telecomando della tv sulla mano destra e la forchetta sulla sinistra. Poi improvvisamente “il troppo tardi” arrivò e mi ritrovo rincoglionito davanti al video, mugugnando contro i vari governi che si succedettero e per una pensione che mai verrà, con la pelle avvizzita e biancastra ricotta dalla languida luce dei neon, mentre fuori non mi accorgevo nemmeno se c’era il sole o pioveva… Che incubo terribile.

Solitudini tardo autunnali nei Lagorai
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Guardo verso l’alto, il cielo, contrariamente a quanto annunciato, si apre in un azzurro bellissimo interrotto da nuvoloni neri come pece. La salita si fa più intensa, il battito cardiaco accelera. Certo che se non ci fosse l’ignoto la mia vita sarebbe veramente banale, forse come quella del sogno stesso, ripetitiva, fatta di attese – cosa stiamo aspettando? Che sia troppo tardi, Madame – nel tran tran della quotidianità.

Invece io voglio giocarmela diversamente, non voglio essere come dei quarantenni che sembra abbiano finito l’essenza della loro vita e trascorrono le ore con il bicchiere in mano fuori dal bar più in della città a parlare di auto, stupidaggini e donne…

No man’s land 7b – Buoux
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Sull’onda di questi pensieri mi accorgo che sto praticamente correndo, manca una ultima erta e sono arrivato. Caspita! il rumore del lastrone che ho sotto ai piedi non mi piace proprio, è meglio se devio un po’ più in là, confido che la neve sia migliore….. ma del resto l’ancestrale paura dell’ignoto è vista da una parte come un freno inibitore e dall’altra attrae, dato che chi si è spinto alle frontiere estreme delle cose note ha fatto fare passi da gigante all’umanità: penso alle grandi scoperte della chimica, della fisica, della medicina, alla scoperta dell’America o della spiegazione dello spazio, le innovazioni dell’elettronica o l’arte ma anche lo sport. E Felix Baumgartner e Patrick de Gaillardon e Manolo…

Scintillio dopo una nevicata nel Vallone del Sasso Rosso – Lagorai
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Acc…! Una lastra di ghiaccio! E non ho nemmeno i rampanti, provo a togliere gli sci, li metto in spalla e salgo per le roccette finali con i ramponi. Bellissimo: sono le 9 del mattino, doveva esserci bufera e invece splende il sole e il paesaggio è fantastico… L’ignoto, per chi fa alpinismo, è la ricerca dei propri confini fisici e mentali, è l’essenza stessa dell’alpinismo in senso stretto, mentre in senso assoluto è inscindibile dal rispetto dell’ambiente e di quelle regole non scritte che dovrebbero accompagnarci sempre… Occhio alla cornice che se metto un piede lì va a finire male, ancora pochi passi e sono in vetta…

Alessio in sosta durante la prima ripetizione di Giallomania in Val Gadena
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Quante volte si polemizza spit si spit no, spit vicino spit lontano scavo si scavo no! Dovremmo imparare dalla nostra storia, rispettare il passato e lasciare spazio a chi viene dopo, senza essere talebani oltranzisti e nemmeno iper-permissivi: se in apertura hanno usato tre spit, si richioda così, se poi uno si caga in braghe semplicemente ripete un’altra via. Se una zona di arrampicata è stata chiodata solo dal basso con cliff e trapano quello è lo standard della zona, se ci sono solo chiodi allora sarà quello lo standard… Ecco ora la cima è calcata, l’orizzonte si apre dinnanzi, grandi nuvoloni neri avanzano, ma ho giusto il tempo di gustare questa meraviglia, sgranocchiare, in compagnia di un solitario gracco, due noccioline seduto su un sasso incrostato di ghiaccio.

Pale di San Martino
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Tolgo le pelli e mi preparo a scendere, ma afferro al volo, nei meandri del mio cervello, un racconto di Roland Mittersteiner… “Volevo aprire una via a destra di Specchio di Sarah, su parete strapiombante. Sono partito e dopo tre metri ho visto che non si poteva mettere niente; non sapevo cosa fare, andare avanti o scendere? Ho visto più su un grande buco e ho pensato ci fosse la possibilità di mettere una protezione. Così ho proseguito e, arrivato al buco, a cinque metri, mi sono accorto che non si poteva chiodare: scendere era difficile… Ho visto un altro buco più su. Di nuovo la stessa roba, quasi tutti i chiodi mi sono scappati giù: din, din… Se avessi avuto uno spit, l’avrei potuto mettere! Dopo un bel po’ sono riuscito a mettere un chiodo in un buco svasato, ci ho passato la corda e sono sceso in arrampicata. Alla base ho tirato la corda e mi è arrivato in mano il chiodo… Aprire una via così è un piccolo problema! Mi sono anche costruito un friend gigante per quel buco, ma non sono più tornato…”. Grazie Roland per aver lasciato spazio ignoto alle generazioni future…

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Inizio ad improntare curve stupende su un pendio disegnato per sciare, i primi fiocchi di neve turbinano attorno, e capisco che è ora di non indugiare oltre. Oggi la mia voglia di ignoto è sopita, anche per questa volta posso tornare nella poltrona dell’ufficio, un po’ più bruciato dal sole, programmo già di iniziare ad allenarmi seriamente su roccia e mi faccio una fragorosa risata ripensando all’incubo di stanotte, prima che un pensiero mi renda vigile: ma se il 90 per cento delle persone che mi circondano vive o spera di vivere come nel mio sogno, non è che sono io che sbaglio qualcosa? Un altro bel pendio, ancora due curve tra quegli alberi laggiù e poi via veloce ad infilare quel vallone ancora vergine…

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