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L’inizio – 1

L’inizio – 1 (1-3)
(dal mio diario, gennaio 1961)

Io sono nato a Genova e come genovese dovrei essere completamente dedito al mare e ogni estate dovrei spingermi sulle spiagge a praticare gli sport marini con tutto il mio entusiasmo per la durata delle vacanze; invece non è così e fin dall’età di 8 anni sono stato sempre appassionato di montagna, pur approvando coloro che si dicono amanti del mare e pur comprendendo la loro passione.

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Nei primi mesi della mia vita, a quanto dice mia madre, fui portato in campagna a Borgomaro, in provincia di Imperia, luogo natio di mia nonna, signora Clelia Merano ved. Amey. Fino al quarto anno di età non feci nulla di importante, o meglio, non fui portato da nessuna parte se non a Borgomaro o in qualche altro posto della Riviera, meta di gite domenicali, durante le quali mi divertivo moltissimo. Da Borgomaro poi sono stato portato più di una volta a Ospedaletti, un po’ dopo Sanremo, dove abitava la signora Caterina Merano ved. Rolleri, sorella di mia nonna.

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La mia prima escursione fu alla Colla di San Bernardo. Questo è il terzo dei miei passi: infatti devo dire che molti anni dopo, quando avevo 14 anni, mi sono messo a contare tutti i passi montani, i valichi che avevo sorpassato nel loro punto esatto topograficamente parlando. Oltre a questi, anche le cime e le vette dei monti non inferiori ai 400 m s.l.m. Ma poi mi soffermerò meglio su questo.

Andai alla Colla di San Bernardo passando per il paese di Maro Castello, poi Ville San Sebastiano, nonché per i passi di Conio (1°) e di Colla d’Oggia (2°). L’anno seguente andai a Ormea, in provincia di Cuneo, e vi stetti un mese con mio padre e mia madre. Mi divertivo con i miei amici e andavo a fare passeggiate o a pescare assieme ai miei genitori. L’anno dopo (1952) tornai a Ormea: stessa vita, stessi giorni spensierati, con capatine a Garessio e al Colle di Nava (il mio 5° passo, il 4° era stato la Colla di San Bartolomeo. Questi passi erano per me un incubo, tutto il viaggio a vomitare).

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Pochi mesi dopo andai a scuola: essendo stato promosso si pensò alle vacanze. Prima però andammo a fare una gita al Santuario di N. S. di Montallegro, con la funivia da Rapallo. Fu la prima volta che levai i piedi da terra. A luglio andammo a Borgomaro, poi al Colle di Nava, all’albergo Lorenzina.

Allora compivo 7 anni, perciò non facevo altro che divertirmi giocando con gli amici, soprattutto facendo scivolate sull’erba con una slitta che mi avevano comprato. Senza saperlo facevo così il mio 2° monte (Truc Mangiaso 977 m). Infatti un giorno, risalendo un declivio erboso per poi scendere in slitta, ricordo benissimo che mi ritrovai in cima a un rilievo che più tardi identificai sulla carta militare. Il mio primo monte era stato il Monte Figogna 804 m, salito la primavera precedente, assieme ai miei e per mezzo della funicolare, che ci portò proprio al Santuario di N. S. della Guardia, situato in cima al Monte Figogna. Naturalmente di questa escursione non ricordo niente.

Dal Colle di Nava un giorno partii assieme a mia madre e mio padre alla volta di Viozene. Partimmo con la corriera e andammo a una località tra il Colle di Nava e Ormea, denominata Ponte di Nava. Da lì cominciammo la nostra strada a piedi. La strada, che rifarò molti anni dopo, si svolge lungo la valle del Tanaro ed è lunga la bazzecola di 9 km! Passa tra rupi gigantesche, s’innalza, s’abbassa, è insomma giudicata da un occhio adulto, varia e interessante. Ma, vista dal mio occhio infantile, non tardò ad apparire paurosa. Per paura non mi allontanavo di un passo da mio padre. Finalmente l’incubo finì, eravamo arrivati. Dopo aver sostato un’oretta nel paese di Viozene, ripartimmo. Quella discesa lungo la valle resterà impressa nella mia mente per tutta la vita: la sera stava calando, il buio era incipiente. Sul più bello, vidi un grande rapace, che credetti un’aquila, e forse lo era, volare lassù in alto. Lo indicai impaurito. Seguimmo il suo volo col naso per aria e, vistolo scomparire, riprendemmo la marcia. Alla fine, dopo 18 km di cammino tra andata e ritorno, arrivammo a Ponte di Nava, dove ci facemmo venire a prendere da quelli dell’albergo.

Questi gli avvenimenti principali di quel lontano 1953.

Albergo Ristorante Colle di Nava (Lorenzina)
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L’anno dopo ero in seconda elementare. Feci qualche gitarella nei pressi immediati di Genova, e così feci il mio 6° passo, la Colla di Pianderlino, quasi alle porte dell’abitato.

Fui promosso. Da Borgomaro andammo ancora in montagna, esattamente in una località dove c’è un albergo chiamato dei Prati Piani. Questo posto è al di là di Colla d’Oggia. Qui le solite passeggiate e divertimento vario. Ci fu anche una capatina a Carpasio. Il giorno di Ferragosto con i miei salii in cima al Monte Grande 1418 m (3°). Ma la pacchia durò poco, due settimane, dopo di che tornai a Borgomaro a terminare le vacanze, chiudendo al negativo l’anno 1954.

Terza elementare: ebbi la disgrazia di ammalarmi tre volte, due bronchiti e una broncopolmonite. Ciò nonostante fui promosso brillantemente. Dato che anche negli anni precedenti avevo dato palesi segni di debolezza dell’apparato respiratorio, i medici ci consigliarono di portarmi in montagna, nei pini, dove avrei potuto respirare aria che di sicuro mi avrebbe fatto molto bene.

Viozene e le sue montagne
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Infatti fu così, perché da allora in poi, essendo stato ininterrottamente ogni anno in montagna, non ebbi più alcun fastidio bronchiale. Quanto ad altre malattie infettive infantili devo dire che non ne ebbi mai: i miei malanni furono solo raffreddori, indigestioni, influenze, qualche tosse fastidiosa.

Perciò occorreva scegliere una località nel Trentino. La signora Angela Merano in Boasi, sorella di mia nonna, conosceva Berta, una donna che aveva una casetta a Bieno Valsugana, dove era nata. Questa era disposta ad affittarcela e tutto fu concordato.

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Eravamo verso il 30 giugno 1955 e ci trovavamo alla Stazione Principe, ore 8.00. Confusione, valigie, bagagli, viaggiatori, facchini, altoparlante. Gli ultimi saluti a papà e poi si partì alle 8.45.

Ero emozionatissimo. Era il primo viaggio degno di nota che facevo. I viaggi in treno a Imperia Oneglia o ritorno erano diventati quasi abitudinari, l’unico momento vivace era la sosta a Finale Ligure, quando i venditori ambulanti ci vendevano una meravigliosa focaccia chiusa in carta oleata. Qui niente focaccia, ma ogni cosa che vedevo era una novità. Genova-Milano-Verona-Trento con un caldo infernale e il naso appiccicato al finestrino. Da Trento prendemmo la corriera Atesina che ci portò a Bieno 806 m.

La signora Berta ci aspettava e ci guidò a casa. Già due giorni dopo andammo in gita a Casetta, una frazione proprio di fronte a Bieno. Sopra a Casetta si vedeva la Cima Ravetta. Al mattino, mentre mamma e nonna facevano la spesa alla Cooperativa, ero corso a casa a prendermi carta da disegno e matite colorate per copiare il grande tabellone che campeggiava in piazza, con tutte le gite possibili da Bieno dipinte a mano.

L’Albergo Prati Piani e il Monte Grande
Inizio1-Prati Piani m. 1050 circa. Da destra, Poggio Amandolini m. 1187, Colla d'Oggia m. 1167, Quota 1312 e Monte Grande m. 1418.

Preso da entusiasmo proposi di salire a Cima Ravetta, ma poi non se ne fece nulla perché non sapevamo il sentiero. Fu proprio la Cima Ravetta a entusiasmarmi per la montagna, la vedevo tutti i giorni e desideravo salirvi in cima. Con l’aiuto della mappa copiata cercai di fare delle gite, le progettavo, guidavo mia madre e mio padre, m’interessavo della geografia del posto. In breve seppi tutto quanto riguardava la topografia della valle.

Bieno è su un pianoro che s’inoltra in tre valli diverse. Il posto è incantevole, circondato da boschi e da prati. Andavamo spesso a Casetta, dove è un’osteria. E lì si giocava a bocce. Spesso con mio padre si andava a funghi, un po’ nei castagneti e un po’ nelle conifere, tornavamo sempre con un po’ di bottino.

Quando mio padre era a Genova a lavorare, spesso portavo la nonna e la mamma a fare delle camminate massacranti, dicendo loro che vi erano pochi km da fare, cosette da nulla. E tutto perché? Perché allora (e anche adesso) avevo la passione della raccolta di cartoline e volevo andare in tutti i paesi per comprare di ciascuno la cartolina. L’impresa era pazzesca, ma allora non me ne rendevo conto. Una volta le portai a Scurelle (9 km) in un pomeriggio assolato e bestialmente caldo. Potete immaginare mia nonna, che allora aveva 64 anni. Poi vi fu la passeggiata (si fa per dire) Bieno-Casetta-Vivaio di Lunazza-Samone-Strigno, che fu però meno massacrante. Quella volta c’era con noi anche la signora Bruno, una villeggiante con suo figlio Cristiano, che aveva un anno più di me. Poi c’erano le passeggiate a Pradellano, Pieve Tesino, Castel Tesino, Cinte Tesino. Parecchie volte andammo a Strigno e Borgo per acquisti, tra i quali il mio primo paio di scarponi.

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Poi vi fu il viaggetto a Venezia, dove feci il bagno nell’Adriatico. Ricordo le prigioni del Palazzo Ducale, i piccioni di Piazza San Marco, i vaporetti e le gondole.

Con la mamma e la nonna andammo anche a San Martino di Castrozza, e certo 78 km di corriera non mi fecero piacere, tra vomitate varie.

L’ultima gita della stagione fu quella alla Prima malga di Ravetta, anche se l’intenzione era di andare addirittura sul Cimon Rava 2438 m. Una mattina partimmo con papà e mamma e due fratelli trevigiani, Mario e Ugo, che anche loro erano lì in vacanza. Mario aveva 12 anni, Ugo 8. Il primo era un forte camminatore, il secondo una pasta allergica a ogni fatica. Partimmo da Bieno per una mulattiera che conoscevo già bene e che sale verso nord, prima per prati, poi brughiere e pineta. Qui il sentiero svolta decisamente a destra (est) e arriva a un ponte, che era il punto massimo che avevo raggiunto. Proseguimmo per la mulattiera, ora non più ciottolosa ma coperta di aghi di pino, fino a un bivio. A destra si va per le malghe di Fierollo. Andammo a sinistra e arrivammo dopo un’ora alla Prima malga di Rava 1350 m. A quel punto Ugo e mia mamma erano stanchi. Mangiammo tormentati dai mosconi, da tafani e zanzare di proporzioni gigantesche e alla fine ci levammo da quell’incubo. Proseguimmo e arrivammo, dopo aver visto una vipera, alla Prima malga di Ravetta 1423 m. C’era un freddo cane, il tempo cominciava a minacciare. Così addio al Cimon Rava, per quella volta. Avevo però (senza immaginarlo) migliorato di 5 metri il mio record di altezza. Tra tutte le collezioni di record che ho (è una mania) quello dell’altitudine è il più importante. E’ tanto importante che rifiuterei di salire su un aereo, di sicuro andrei più su del mio record. Cosa che mi spiacerebbe assai, dopo non troverei più gusto a stabilire il nuovo record…

Così finì l’estate in montagna 1955. Dopo Borgomaro tornai a Genova per la quarta elementare e per essere a giugno ancora promosso.

Cartina di Bieno Valsugana e dintorni, da me disegnata a 8 anni copiandola da un cartellone turistico
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