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L’inizio – 2

L’inizio – 2 (2-3)
(dal mio diario, gennaio 1961)

C’eravamo trovati così bene che tornammo a Bieno, estate 1956. Dopo un viaggetto a Padova (ricordo bene la visita al Santo), arrivò mio padre. Questo significava andare a funghi ogni giorno con lui, un po’ monotono. Ma alla fine riuscii a convincerlo ad andare sul Monte Lefre 1297 m.

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Partimmo da Bieno in quattro, con i miei era infatti anche il sig. Piero Badalini. Questi era un signore piuttosto attempato e distinto che abitava a Padova, diviso dalla moglie: ci fu amico e cordiale compagno per tre anni (questo era il primo). In corriera fino alla “Forcella” (verso Pieve Tesino); da lì a serpentine fino alla Malga Sorgazza. Su a una selletta, poi in discesa fino a una vasta radura dove c’era l’acqua. Dopo aver mangiato in abbondanza, ci dirigemmo verso la cima che domina tutta la parte alta della Valsugana. Fu uno spettacolo meraviglioso vedere i paesini, le strade e il Brenta come in un presepe. Non avevo mai visto un panorama così e ne rimasi incantato.

Poi esplorammo sommariamente le trincee della guerra 1915-18.

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La gita più bella fu l’ultima, in quella migliorai il mio record di altezza. Quel giorno il sig. Badalini non c’era perché reputava l’escursione troppo lunga per lui, ma in compenso c’era un sacco di gente, tutti i villeggianti giovani di Bieno. Il tempo non prometteva niente di buono, tuttavia partimmo ugualmente alla volta del Lago Grande, proprio sotto al Cimon Rava. L’itinerario era lo stesso dell’anno precedente (quello della Prima malga di Ravetta): ci ero anche tornato altre volte per andare alle malghe di Fierollo per comprare il burro buono. Neppure a metà strada una signorina si sentì male e dovette essere accompagnata indietro: due di meno…

Frattanto, assieme a una bambina della mia età, ero in testa. Ogni tanto tornavo indietro per vedere quanto vantaggio avevamo. Quando scendevo lo facevo a rotta di collo e tutti si meravigliavano della mia resistenza e della mia abilità a non prendere storte lungo quella mulattiera ciottolosa e sconnessa. Ovviamente questo mi gratificava. Arrivarono stanchi morti alla Prima malga di Rava, e lì si mangiò. C’era gente che aveva creduto di trovar caldo quassù e invece aveva un freddo cane. Il tempo s’imbruttiva sempre più. Dopo un breve conciliabolo, i grandi decisero di continuare. Non dissi nulla, ma ero certo che ci avrebbe presi la nebbia. Arrivai alla Prima malga di Ravetta, seguito dagli altri. I ritardatari arrivarono a scaglioni: ultimi, i più stanchi e infreddoliti.

Frattanto il tempo si era rialzato un poco, così decidemmo di continuare, senza fidarci troppo. Da quel momento, ogni metro che facevo era un miglioramento di record, ma allora non ci pensavo. La mulattiera dalla Prima alla Seconda malga di Ravetta è terribile: dura, faticosa, ripida. Ma alla fine ci arrivammo, a 1604 m.

Proprio quando tutti furono dentro, un nebbione denso ci avvolse. Noi per fortuna eravamo dentro vicino al fuoco, gentilmente acceso dal montanaro che ci ospitava. La gioventù frattanto decideva di partire lo stesso per il Lago Grande e io fremevo dalla voglia di unirmi a loro. Ma mia mamma saggiamente non mi diede il permesso. Quando quelli furono partiti e spariti nella nebbia, uscii con Andrea, il fratello della bambina con la quale avevo fatto gran parte del cammino, e ci divertimmo per un’ora e mezza a rincorrere i maiali. Qualcuno cominciava a essere in pensiero per quelli che non tornavano, ma infine li vedemmo arrivare, mezzi morti (le signorine erano in più che gli uomini), raccontando con grandi paroloni di essere arrivati al lago e di averci buttato una monetina. A questo credetti per due anni, poi non più (più tardi dirò il perché). Iniziammo la ritirata, che fu disastrosa, soprattutto per le signore a eccezione di mia mamma che dette esempio a tutte per agilità e resistenza (e pensare che aveva già 40 anni!). Così arrivammo a Bieno, fine delle vacanze.

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L’anno dopo, alla fine della quinta elementare, tornammo a Bieno, in una casa però all’angolo opposto del paese. Dopo una gita in corriera e treno a Bolzano e Merano, i giorni passavano, spesso andavamo alle malghe di Fierollo per il burro.

Poi vi fu la prima gita senza mamma o papà: quella al Castelletto.

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C’erano due villeggianti triestini, fratelli di 22 e 20 anni, che mi ero fatto amici e il maestro del luogo, camminatore in gamba. Questi si erano organizzati un’escursione e io mi ero aggregato. Loro avevano acconsentito a che li accompagnassi perché ormai tutti mi conoscevano come ottimo escursionista.

Una mattina partimmo su per la mulattiera di Rava, raggiungemmo la Prima malga di Fierollo, poi la seconda, dove non ero mai stato. Da lì su per una china massacrante, senza traccia, tra gli sfasciumi. Giungemmo al Passo del Castelletto, caratteristico per le rocce che lo sovrastano. Ci buttammo in discesa per altri sfasciumi e attraversammo tutta la vallata del Rava, ammirando dall’alto le due malghe di Ravetta, le due di Rava e i laghi Piccolo e di Mezzo. Non vedevamo il Lago Grande perché era sopra di noi, ma vedevamo bene il Cimon Rava. Finalmente: le altre due volte che ero stato da queste parti c’era sempre brutto tempo!

Poi ricominciammo a salire e, sali che ti sali, riuscimmo finalmente a vedere il Lago Grande. Salimmo ancora e arrivammo al Passo di Ravetta 2219 m. Da lì tentai di raggiungere la Cima di Ravetta da solo, il mio vecchio sogno: ma poi, spaventato dalla lunghezza del percorso e pensando agli altri che mi aspettavano, tornai indietro.

In discesa arrivammo alle malghe Luna; da lì un po’ di salita ancora con vista sulla Valsugana e galli cedroni che ci tagliavano la strada; poi discesa sul Vivaio di Lunazza. La strada era lunga e cominciava a fare buio. Finalmente arrivammo a Casetta alle 21. Da lì ricordo che feci di corsa fino a Bieno per avvisare le due famiglie che stavamo arrivando. Poi corsi a casa mia, dove la nonna e la mamma stavano trepidando.

Intanto avevo fatto conoscenza con un ragazzo di Reggio Emilia, di nome Gianni Jori, un gran bravo ragazzo che faceva tutto quello che volevo io. Con lui c’erano la sorella, la madre e la zia. Poi venne suo padre, che ci portò qualche volta in giro in macchina (mio padre non aveva auto ed era sprovvisto di patente). In ogni luogo nuovo compravo la cartolina. Particolarmente bella fu la strada militare che da Grigno sale a Castel Tesino: s’inerpica per una valle ripidissima, con stretti tornanti, poggiando su muretti a strapiombo.

Con Gianni, mio padre, mia madre e il sig. Badalini tornammo sul Monte Lefre: una gita meravigliosa perché quel giorno il Badalini ci divertì tutti con le sue barzellette.

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Tornammo anche in val Rava, ma come al solito alla Prima malga di Ravetta il tempo minacciava. Ci consolammo con la salita alla cresta sud-est della Cima Ravetta, da dove vedemmo Bieno. Cercai una via tra le rocce per vedere se si poteva salire in cima, ma non la trovai. Ritorno sotto la minaccia del temporale.

Ero tremendamente arrabbiato con la Cima Ravetta, dopo tre tentativi. Organizzai un’altra “spedizione”, questa volta con il sig. Tullio Corbellini, un anziano e simpatico signore cui ero molto affezionato. Oltre a noi due, i partecipanti erano ancora il sig. Badalini e mio padre. Andammo a Casetta, poi al Vivaio di Lunazza, pieno di pini e abeti coltivati, indi seguimmo in salita la strada che una quindicina di giorni prima avevo fatto in discesa.

Ogni tanto ci fermavamo e nelle pause illustravo al mio uditorio i luoghi che ci circondavano. Il sig. Corbellini mi dava del bravo, mio padre gongolava, mentre il sig. Badalini era triste perché pensava al cammino che c’era ancora da fare. Venne l’ora del pasto e mangiammo in abbondanza. Tanto lauto fu il pranzo che i due anziani decisero di fermarsi là. Così continuammo io e mio padre per roccette facili e placche erbose e dopo un po’ raggiungemmo un picco dal quale si vedeva la vetta. Questa era ancora piuttosto lontana e così mio padre decise di tornare. Il panorama era magnifico, da lì vedevamo anche i nostri compagni. Li chiamammo e quelli ci risposero agitando le braccia. Tornati da loro, io quatto quatto presi uno scarpone del sig. Badalini, salii su un roccione lì vicino e lo tirai vicino. Mi nascosi e poi mi feci vedere facendo finta di niente. Mio padre faticava a non ridere.

Il sig. Badalini mi diede del birbante.

Qualche giorno dopo papà tornò a Genova, a ferie finite. Feci un’indigestione, ma mi ripresi in tempo per il mitico e tanto sospirato Giro delle Dolomiti in corriera. Partecipava anche l’amico Gianfilippo Dughera, assieme a sua mamma e a suo cugino Oreste De Giuli. La giornata era maestosa, e dopo la prima vomitata riuscii a godermi quel giro fantastico che toccava tutti i posti più famosi delle Dolomiti. Alla fine passammo anche da Pedavena, sede di un birrificio famoso. La birra non mi era mai piaciuta molto, la trovavo una bibita amara: ma dopo aver assaggiato quella alla spina di Pedavena cambiai idea.

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Avevo fatto conoscenza con un altro ragazzo, Luigi Campolongo, che dal Belgio veniva quindici giorni all’anno a Bieno. Lì aveva una casa. Si era venuto a formare il progetto di una gita alla Cima d’Asta. I partecipanti erano lui, il sig. Corbellini, poi Fabio e Fulvio. Dopo molti maneggi riuscii a farmi accettare nel gruppetto, grazie soprattutto al Corbellini.

Fissammo la partenza per le 7 della mattina dopo, con la macchina del padre di Luigi. Partimmo alla volta di Spera e la val Calamento, fino all’osteria Carlettini. Il padre di Luigi ci disse che sarebbe tornato a prenderci verso le 20. Partimmo per una mulattiera in piano che, dopo un ponte, s’irripidì subito. Noi giovani per primi, in mezzo agli abeti, non tanto distanti però dall’anziano Corbellini e dal panciuto Fabio.

Il bosco di colpo finì e ci trovammo di fronte a una malga della quale non ricordo il nome. Tra mille mucche al pascolo arrivammo al Passo delle Cinque Croci, dove facemmo uno spuntino. Erano le 13, dunque un po’ tardi. E per di più stava arrivando la nebbia. Continuammo per una strada in falsopiano lungo la val Cia, giungendo finalmente alla Forcella Magna, dove ci riposammo un po’. Qui aveva inizio la parte su terreno roccioso e ripido, attraverso i cespugli di rododendro. Giungemmo a una selletta dalla quale, durante una schiarita, riuscimmo a vedere il rifugio Cima d’Asta. Continuammo nella nebbia, perdemmo il sentiero passando sotto al lago, avanzammo penosamente tra i massi di granito, vedemmo finalmente il lago, nero come l’inchiostro, e finalmente arrivammo al rifugio Ottone Brentari alla Cima d’Asta. E’ il tipico rifugio a “cubo” della SAT, ma io allora non sapevo di questa caratteristica e mi stupii molto a quella forma di grosso dado. Entrammo alle 15.45. Mangiammo polenta e formaggio, chiacchierammo un po’ con il custode sull’opportunità di salire in vetta alla Cima d’Asta, ma fu convenuto, con piacere da parte di Fabio, che non era salutare avventurarvisi con quel tempo e a quell’ora. Il sig. Corbellini rimase lì per passarci la notte e noi alle 16.15 partimmo. Arrivammo alla malga sotto al Passo delle Cinque Croci alle 20.30. Ci procurammo a pagamento una pila dai malgari, così potemmo continuare nel bosco, incespicando. Non ero stanco e cercavo di affrettare il passo anche agli altri, visto il ritardo che avevamo. All’osteria Carlettini giungemmo abbastanza esausti, il padre di Luigi ci aspettava già impensierito. Erano le 22.30!

A casa arrivai dopo un’altra ora, mia madre mi aspettava ovviamente sveglia. Non ero stanco morto, ma ne avevo abbastanza. Quando mi levai gli scarponi per il pediluvio notai una ventina di vesciche. Ma in quella giornata ero arrivato a 2451 metri!

Cartolina acquistata al rifugio Ottone Brentari alla Cima d’Asta
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