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Luca Calvi: una vita all’ombra e per le ombre

Chi legge libri di montagna, anche molto pochi e raramente, non può ormai non essersi imbattuto nel nome di Luca Calvi. Chi “cazzeggia” su facebook non può non averlo incontrato. Chi va ad ascoltare con interesse le serate di alpinisti stranieri ormai lo conosce… Un uomo che è spesso a mezzo, tra conferenze, libri, falesie, montagna e osterie-ristoranti.

Una figura dunque che non può non destare curiosità, un uomo al quale questo blog deve già molto, per le accurate traduzioni che gli ha servito su un piatto d’argento.

Ama dire di se stesso:
Disturbatore e svaccatore professionista con il nickname di Arterio Lupin in parecchi forum e siti dedicati al mondo della montagna, Luca Calvi è anche uno strenuo propugnatore dei diritti civili. Anche – ma non solo – a causa della massa addominale accumulata negli ultimi anni, è testimonial, fautore, propugnatore ed esempio vivente di condotta per gli attivisti della Li.P.i.L.A., “Libera Panza in Libera Alpe”, movimento che raccoglie carcasse decrepite di ex-alpinisti, ex-scalatori, ex-climber, ex-escursionisti, tutti uniti a chiedere l’eliminazione del concetto di dieta e il riconoscimento della bellezza dei muscoli addominali ricoperti da uno spesso e protettivo strato di lardo (da cui la denominazione di muscoli “lardominali”). In particolare è la personificazione di tutti quei quartogradisti della domenica, degli azzeratori compulsivi che, dopo quattro tiri di quarto grado (farlocco), si abbandonano spossati alle doppie per calarsi alla base, onde poi lanciarsi a velocità folle a disossare il disossabile al primo rifugio o trattoria disponibile nelle vicinanze“.

Prima dell’intervista, diamo un occhio al suo curriculum, da lui stesso fornito.

Luca Calvi
Calvi-Arterio-CassinTredici domande a Luca Calvi

1) Alla fine non si capisce bene quante lingue sai. Forse non è chiaro tanto neppure a te…? L’elenco che hai fatto come si può ulteriormente suddividere:
Lingue che tu puoi tradurre in italiano:

Allora, innanzitutto si tratta di capire se parliamo di traduzioni orali o scritte… Le lingue per le quali sono in grado di fornire traduzioni per iscritto in italiano (tematiche culturali, commerciali e specialistiche) sono le seguenti: inglese, francese, tedesco, russo, polacco, ucraino, serbo, croato, sloveno, ceco, slovacco, bosniaco, montenegrino, macedone, bulgaro, romeno, bielorusso, spagnolo, portoghese, catalano, olandese e le quattro varianti del carpato-rusyno (lingua minoritaria, simile per parecchi aspetti a quanto avviene col ladino nelle Dolomiti).
Ho tradotto, inoltre, in ambiti settoriali e specialistici, anche da norvegese, danese e svedese.
A livello di traduzioni orali, consecutive, lavoro abitualmente in ambito legale, commerciale e specialistico/tecnico con coppie linguistiche a scelta tra italiano e inglese, francese, tedesco, russo, polacco, ucraino, e talvolta anche con ceco, slovacco, serbo e croato. Il problema, se vogliamo, è capire cosa intendiamo per “essere in grado di tradurre”… Per me significa tradurre fedelmente con correttezza terminologica il testo sorgente, tanto per iscritto che oralmente, al fine di far comprendere il contenuto e le sfumature del linguaggio usate a chi ascolta in attesa della traduzione… Attualmente molti sono i “fenomeni” che in Internet si spacciano per grandi prodigi linguistici perché riescono a dire quattro frasi (le stesse) in più lingue, salvo non capire un accidente e non riuscire a spiegarsi che nella propria…
Lingue nelle quali tu puoi tradurre dall’italiano:
A livello orale, vedi la risposta precedente. La questione è che io sono italiano e la mia madrelingua è la lingua di Dante e solo verso quella posso garantire la qualità che desidero, mentre verso le altre lingue, che pure so di parlare “benino” e nelle quali riesco ad esprimere ciò che voglio con i toni e le sfumature che voglio, ritengo di essere in grado di dare “solo” una traduzione corretta, ma asettica, priva di quei coloriti che riusciamo a rendere, salvo pochissimi casi, solo nella nostra lingua madre. Comunque in tutte le lingue che ti ho citato, ad eccezione di quelle scandinave, delle quali ho conoscenza soltanto passiva, sono perfettamente in grado di intrattenermi e chiacchierare, oppure di usarle, anche se non tutte allo stello livello, per le necessità quotidiane ed anche lavorative.

2) Tu “pensi” in veneto? o come?
Allora, io sono veneto al 110% e amo farlo notare, facendo spesso ricorso a battute tipiche della venezianità o “calcando” un accento che temo di perdere, non abitando più nel Veneto da anni. Se, però, mi chiedi in che lingua penso, mi metti in difficoltà: da bambino ho sempre usato l’italiano (sono figlio di quella generazione cui veniva insegnato a “parlare forbito”, cioè in italiano) ed ho iniziato a parlare nei dialetti usati in famiglia (jesolano e veneziano) ben dopo aver imparato già altre lingue straniere come il francese, l’inglese o quello che all’epoca si chiamava “serbo-croato”. In realtà penso in lingue differenti a seconda delle situazioni… Se penso a Jesolo, all’ambiente lagunare, agli amici, ai parenti ed alla cultura “popolare” dalla quale provengo, sì, penso in veneto… Poi, però, a seconda di ciò che penso mi può capitare – come spesso avviene – di usare altre lingue, soprattutto per questioni di linguistica o di filologia. In ogni caso mi piace affermare di essere veneto, quindi italiano e, conseguentemente, penso in veneto e in italiano.

Lecco: Andrea Gaddi, Dean Potter, Luca Calvi e Fabio Palma
Calvi-11130287_10205595059228535_3762412650424606855_n3) Ma perché hai lasciato la carriera accademica dopo tutta una serie di anni che definire brillanti è poco?
Perché ho un carattere che mal si adattava a un ambiente dove, come mi è stato detto chiaramente in faccia, a contare non è ciò che fai o ciò che sai, ma chi sono le tue cerchie di “amici”. L’università con la quale mi sono scontrato aveva ormai cessato di essere una fucina di idee e di cultura per diventare poco più di un esamificio e di un centro di distribuzione delle regalie del potere… Sono entrato in rotta di collisione, ho cozzato, ho girato le spalle e me ne sono andato, perché mi sono reso conto che pur essendo rispettato da molti per la qualità dei miei studi e della mia produzione scientifica, da molti ero a malapena tollerato perché non “prono e pronto a farsi dirigere o guidare”. Ho sofferto, certo, ma io resto io, la mia cultura è rimasta intoccata, mi sono reso conto della pochezza di chi è pronto a tutto per tenersi un orticello improduttivo per la cultura ma ben pagato… Volevo occuparmi di cultura, non vendermi. Di lì a tornare a fare l’interprete-traduttore il passo – per quanto difficile e lancinante – è stato breve. Duro, ma alla fine pregno di soddisfazioni!

4) Nelle serate in cui hai fatto da interprete (che tu elenchi) quali ti hanno colpito di più per intensità di esperienza, simpatia del protagonista o altro? Non per fare classifiche, ma per capire quanto un traduttore ci può mettere di suo.
Un traduttore può metterci del suo solo per aiutare il relatore ad esprimersi al meglio e per aiutare il recipiente (gli ascoltatori) a godere al meglio di quanto il relatore racconta. Personalmente ricordo con enorme piacere la serata, da Sergio Longoni a Sirtori, con Dean Potter, purtroppo scomparso pochi giorni fa … Un ragazzone che amava parlare poco, ma godeva nel condividere le sensazioni… Era timido e nelle pause tra un filmato e l’altro mi spiegava di cosa avrebbe parlato chiedendomi di raccontarlo io perché lui si vergognava della sua voce “da uomo delle caverne”… Allora raccontavo, cercando di metterci lo stesso pathos e le stesse battute, ovviamente in italiano… Ci siamo riusciti, ho visto tanto il pubblico “sentire” Dean che Dean “sentire” le vibrazioni del pubblico… E ricordo il sorriso, un abbraccio alla fine della serata, con quel ragazzone che si è abbassato verso di me per dirmi “grazie per essere stato la mia voce e per avermi tradotto anche il pensiero”. Un’altra traduzione simile per risultato è stata quella con Stefan Glowacz, poco tempo fa, sempre a Sirtori… Stefan si è lasciato andare a frasi piuttosto lunghe e complesse, in tedesco, raccontando la sua ultima avventura con molti accenni a sé, al suo modo di sentire l’avventura e quant’altro… Sono riuscito – con mestiere ed una certa qual forza di concentrazione, tipica della nostra professione – a rendere quanto detto senza perdere praticamente una battuta… Alla fine ero fuso, ma Stefan mi ha voluto ringraziare per esserci riuscito per avergli permesso di esprimersi senza dover stare a pensare di tagliare le frasi… E, ciliegina sulla torta, parecchi sono stati quelli tra il pubblico che mi hanno ringraziato per essere riusciti a sentire fino in fondo cosa volesse dire Stefan… Ho anche ricevuto una telefonata da un comune amico che mi ha voluto ringraziare per aver permesso con la mia traduzione di comprendere e godere fino all’ultima parola quello che Stefan aveva raccontato… Ecco, forse queste due sono state le serate in cui maggiormente si è creata l’alchimia tra relatore e traduttore, un’alchimia, sia chiaro, che per fortuna riesco ad avviare quasi sempre, ma con esiti per nulla scontati e non sempre soddisfacenti, almeno non nella misura in cui lo vorrei.

Luca Calvi (dietro a Franco Perlotto e Simone Moro) tra i grandi di QuoClimbis 2015 (Castel Firmiano)
Calvi-RobertoCarnevali_QuoClimbis2015_MMMFirmian_165) Domanda simile alla 4), ma al riguardo di un grande evento come quello del MMM di Castel Firmiano.
Ho partecipato al Quo Climbis a Castel Firmiano nel 2014 e nel 2015… Sono state interessanti prove di virtuosismo del traduttore: nel 2014 perché sono stato presentato a Reinhold Messner per fare da traduttore per Alex Honnold… Durante il pranzo, poi, mi sono messo a discutere in francese con Marianne Chapuisat ed ogni tanto in polacco con Wielicki e Lwow… Mi è stata quindi presentata Maryna Kopteva, ucraina, che candidamente ha ammesso di parlare solo la sua lingua… Risultato: ho passato un’ora e mezzo brutale (ma di soddisfazione) a tradurre da inglese, francese e russo in italiano, dall’italiano in inglese e in russo, a seconda dei relatori, salvo poi dover parlare anche in tedesco… Con la vedova Heckmair, la signora Trudi. Come dire… Mi sono trovato tra “antichi idoli” e altri astri dell’alpinismo a fare una sorta di show da poliglotta, che ha comunque risolto il problema della barriera linguistica per gli ospiti di Reinhold, che da buon padrone di casa non mi ha fatto mancare le soddisfazioni in termini di complimenti.
Quest’anno, invece, la traduzione era prevalentemente verso l’inglese e traducevo persone amiche come Franco Perlotto, Marco Berti, Mario Corradini, Simone Moro e lo stesso Reinhold Messner, salvo poi dover tradurre dall’inglese David Norton e dal francese in italiano ed inglese Bernard Vaud. E’ stata bella perché dedicata al Nepal, in più lavorare fianco a fianco di persone che stimo per la loro attività è sempre gratificante.

6) Il ruolo del traduttore, in letteratura alpinistica, mi sembra un po’ sottovalutato. Sei d’accordo?
Il ruolo del traduttore è sottostimato nella letteratura in senso generale. Figuriamoci nella letteratura alpinistica che soffre di complesso di inferiorità e tende a ghettizzarsi, fino a credere di essere un sottoprodotto letterario, una letteratura di serie B… No, un libro, un saggio, uno scritto o è letteratura o non lo è. Non credo nella definizione di “letteratura alpinistica” così come si è soliti intenderla al giorno d’oggi… Una definizione che sembra volta a sottolineare un prodotto volontaristico e privo di pretese… No, le opere letterarie il cui tema verte attorno al mondo dell’alpinismo sono opere letterarie, come possono esserlo quelle dedicate ad altri ambienti come la navigazione o il calcio… Ecco, complice anche questa auto-ghettizzazione del mondo letterario di montagna, la figura dei traduttori, che già è bistrattata di suo, viene ancor più sminuita. In realtà, un traduttore può voler dire molto per la fruizione in italiano di un libro. Moltissimo. Sfugge ai più che non è particolarmente semplice per un traduttore apprendere a dovere l’uso della terminologia specialistica dell’alpinismo o dell’arrampicata e contestualmente saper rendere nella propria lingua le sfumature ed i toni dell’autore che sta traducendo. Si tratta di un’opera di ricreazione per la quale l’artigiano (il traduttore) deve stare attento a riprodurre rimanendo nell’ombra, perché il prodotto finito dev’essere quello dell’Autore primigenio, non il suo. Alla fin fine si tratta di trovare il giusto compromesso tra il proprio modo di esprimersi e quello dell’Autore, introiettare quanto da lui narrato e riprodurlo, certi che la propria opera di traduzione renderà fruibile il libro e riconoscibile l’Autore senza permettere alla personalità ed allo stile del traduttore di prevaricare personalità e stile dell’Autore nella resa della traduzione nella lingua di destinazione.

Tutto questo è ben lontano dall’essere valutato a dovere, anche se, a dirla tutta, ho sempre preteso, nel mio piccolo, che il mio apporto fosse riconosciuto, sia in forma tangibile che in termini di visibilità e di riconoscimento. Spero che i miei colleghi facciano altrettanto, anche se – complice la ricerca dei costi sempre più bassi – ci sono ancora case editrici che preferiscono prendere sedicenti traduttori fai da te, maestri nell’uso di google translate, per poi editare i “prodotti”, col risultato che, oltre a presentare traduzioni di qualità scadente, spesso e volentieri la figura e l’importanza del traduttore risultano nulle o minime, per non parlare dei meccanismi di editing che, applicati a una traduzione scadente stravolgono completamente lo stile dell’autore. L’opera del traduttore è fondamentale per la fruizione delle opere scritte in lingue straniere ed è necessario sottolinearne l’importanza, perché un sano riconoscimento di tale ruolo consente al traduttore di cercare di offrire prodotti sempre migliori e spinge anche gli editori e i lettori a richiedere una qualità sempre maggiore a me e ai miei colleghi, facendo così finalmente fare quel salto di qualità da “letteratura alpinistica” a “Letteratura la cui tematica verte sul mondo della montagna”.

Lecco: Marco Anghileri, Dean Potter e Luca Calvi
Calvi-11136121_10205598164946176_69825482137099884-17_o7) Da un traduttore simultaneo ci si aspetta una decisa imparzialità. Vista la tua passione per la montagna, come riesci a ottemperare al comandamento della traduzione del tutto oggettiva?

Premetto che io faccio il traduttore di opere scritte e anche l’interprete. Interprete consecutivo o di trattativa, ma non simultaneo. Il simultaneista è quella figura che sta dentro una cabina, in cuffia e traduce simultaneamente quanto viene detto. Ho imparato a farlo ma non mi piace. Preferisco fare il consecutivista, avere il rapporto diretto con chi devo tradurre…

Detto questo, passiamo all’imparzialità… Le situazioni sono spesso differenti. Se l’ambiente è di quelli “ufficiali”, asettici, dove è prevista la “distanza” tra relatore, traduttore ed uditori, risulta molto semplice rendere una traduzione asettica, precisa, ma senza partecipazione. Sicuramente fedelissima, ma priva di personalità, nel bene e nel male.

Nell’ambito del mondo della montagna, per fortuna, chi partecipa, spesso anche i traduttori, come nel mio caso, sono malati gravi di montagna. Ci si potrebbe domandare “ma questa tua passione non ti porta ad essere parziale?”. La risposta è un “no”; per il semplice motivo (parlo per me, sia chiaro) che quando traduco cerco di essere professionale, quindi riporto quel che viene detto, riproducendo anche i toni con cui il racconto viene fatto. Ovvero rappresento, rendo, interpreto in lingua italiana come se fossi un attore quello che il relatore esprime nella propria lingua. Parlando di montagna mi risulta anche più facile, poiché si parla di ciò che amo…

Poi, per carità, essendo io una persona con un carattere ben definito e “pepato”, non manco di lasciar traspirare anche le mie personali emozioni… Per esempio, quando durante una serata al Trento Film Festival, Alex Honnold ha detto, parlando di Separate Reality che “è una vietta classica, solo un misero 7c+”, la mia traduzione è stata estremamente precisa e altrettanto significativo è stato lo sguardo da me lanciato al buon Alex. In quel modo ero riuscito nei tre intenti: avevo tradotto fedelmente quello che il relatore aveva detto; ero riuscito ad esprimere anche il mio parere, in forma ironica e piacevole; avevo fatto da trait-d’union tra il pubblico e Alex, avvicinandoli. Sono così riuscito, pur mettendoci “del mio” ad essere oggettivo ed imparziale quanto basta…

8) Tradurre per iscritto ti richiede quanto tempo? Il solo tempo di battitura sulla tastiera o un po’ di più? Quali sono stati, tra quelli che hai elencato, gli autori più “ostici” e quelli meno?
La traduzione di un testo prevede un tempo che va da zero a infinito… Ci sono testi interi che “vengono” subito ed altri per i quali si impongono riflessioni che possono durare anche giorni. Non esiste una regola. Il processo di ri-creazione di un prodotto artistico come un’opera letteraria è a sua volta un’opera d’arte… Anche se, poi, l’artista-artigiano della traduzione lavora sempre con la spada di Damocle dei tempi di consegna stabiliti dagli editori. Al solito, come in tutte le cose della vita, si deve trovare un qualche compromesso. A tutt’oggi, comunque, tra gli autori da me tradotti nel campo della letteratura di tematica legata alla montagna, quello più “ostico”, ma di maggior soddisfazione, è stato Franček Knez, autore di un libro introspettivo e asciutto, per nulla ridondante, in cui ogni parola ed ogni forma grammaticale usata era significante, il che mi ha costretto al processo della traslazione in italiano del suo modo di esprimersi ed alla ricerca di parole e forme altrettanto significanti. Un qualcosa di simile si sta rivelando la mia sfida attuale, ovvero la traduzione di Wojciech Kurtyka, un romanzo breve in parte autobiografico, con ampio uso di neologismi e di terminologie specialistiche del mondo della montagna e del misticismo orientale…

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9) C’è qualcuno che ti aiuta nel tuo lavoro? Se sì, chi?
Il mio aiuto più grande e allo stesso tempo il mio maggiore e più feroce critico è mia moglie Sara. Non c’è una singola parola da me scritta per una traduzione che non passi per le sue mani e davanti ai suoi occhi prima di essere inviata al destinatario. Lei è la mia organizzatrice, la mia segretaria e la mia “capufficio”, ma soprattutto è la mia cartina al tornasole per quanto riguarda la fluidità e la comprensibilità delle mie traduzioni.

10) Dove trovi il tempo di star dietro ai social? Quanto passi dietro a facebook in una giornata?
Il tempo per stare dietro ai “social” si trova… Spesso li tengo aperti mentre faccio altro… So che farai fatica a credermi, ma ho la capacità di giocherellare (cazzeggiare si può dire) sui social mentre in realtà faccio tutt’altro… Spesso andare a sparare qualche amenità su facebook o su un forum mi aiuta a staccarmi da una traduzione fastidiosa quel tanto che mi serve per poi tornare e risolvere il rebus. Trovo, comunque, che i social, se ben usati, possono essere utili, anche se, non essendo io un nativo digitale, faccio ancora parecchia fatica ad adattarmi a tutte le nuove mode e possibilità offerte dalla rete… Tornando alla tua domanda, se sto tanto a lavorare a una traduzione scritta, sto tanto (apparentemente) anche nei social, altrimenti ne posso fare tranquillamente a meno oppure usarli come semplice messaggeria in tempo reale.

Da sinistra: Stefan Glowacz, Luca Calvi, Giovanni Codega e Sergio Longoni
Calvi-DSC_06-70-web11) Non credo al tuo “profilo” alpinistico fino in fondo. Anche io amo dipingermi come un mezzo rudere, ma sotto sotto so che non lo sono (ancora). Dunque? Cosa hai scalato di bello? Cosa ti piacerebbe? Ti basta percorrere in qualche modo un itinerario o preferisci farlo con una certa eleganza? Chi sono i tuoi compagni di cordata?
No, davvero, sono il più classico dei quartogradisti, uno di quelli che sogna di passare con stile tratti di quinto e di quinto più… Amo le vie di roccia (nasco come dolomitista e ho una certa qual deferenza verso il ghiaccio o la neve) e mi piacciono soprattutto le vie storiche, quelle cariche di storia alpinistica e non solo. Ti faccio un esempio. Ormai parecchi anni fa sono riuscito a salire la Bettega-Thomasson alla Sud della Marmolada ed è stato un vero viaggio, non tanto per la salita in quegli imbuti di quarti gradi così simili a quinti, pieni di ghiaino e polvere, quanto per l’immersione nella storia dei primi decenni del Novecento, sulle orme di una probabile Mata Hari austriaca che sale assieme a una guida destinata a far storia… Ecco, anche per altre vie, facili, ho sempre preferito questo tipo di approccio, un qualcosa che unisse il piacere del salire a quello del conoscere. Sai, io sono nato a Jesolo e quando nasci lì lo fai o guardando verso la Laguna o guardando verso le Dolomiti e le Carniche… Io ho sempre guardato verso le montagne, da bambino mi sono letto e riletto Scalate nelle Alpi di Gervasutti, poi gli altri e, vedendo che non riuscivo a salire sulle grandi difficoltà, ho deciso di andare a salire le vie che sarei riuscito a fare senza impazzire e senza dover per forza essere issato come un salame. Ho fatto parecchie vie in Dolomiti, poi sono stato per più di dieci anni distante dal mondo della montagna e dal 2007, arrivato in Lombardia, ho anche ripreso ad andare in montagna, ma ben più appesantito. I miei sogni, adesso, sono di andare a conoscere quanti più itinerari “storici” possibili, intendendo le differenti vie diventate storiche, non solo “in montagna”, ma anche in quelle aree di arrampicata che adesso chiamiamo col termine – secondo me inadeguato – di “falesia”, il tutto cercando di conoscere, di volta in volta, magari legato alla stessa corda, la maggior quantità possibile di persone che condividono almeno in parte questo mio modo di avvicinarmi al verticale. Non ti nascondo, comunque, che nonostante questo approccio dichiaratamente “alpinistico”, apprezzo e stimo molto anche la “storia recente” e quella dei movimenti di rottura col passato del ’68 della montagna, quindi sono molto attratto da aree come la Val di Mello o la Valle dell’Orco. Un sogno più o meno nascosto resta, comunque, andare a conoscere e almeno vedere, se non salire, quanti più Nuovi Mattini possibili. Non per far sentir vecchio l’Autore, sia chiaro, ma perché anche quelli ormai fanno parte di una storia a mio parere imprescindibile.

12) Qual è la tua data di nascita? Sei sposato? Figli?
Sono nato il 13 agosto 1962. Sono sposato e ho un figlio di vent’anni che sta cercando la propria strada all’estero.

13) Hai mai scritto qualcosa di tuo? Se no, ti piacerebbe?
Nel periodo da me dedicato alla docenza in università e all’attività di ricerca ho pubblicato parecchio, ma si tratta di opere dedicate a storia, letteratura ed etnolinguistica.
Ancora non ho scritto nulla di attinente al mondo della montagna, o, quanto meno, non ho ancora pubblicato nulla. Ho alcuni progetti, ma il tempo è tiranno e non so se e cosa riuscirò mai a fare. Ho, comunque, un progetto, a termine non troppo lungo, ovvero scrivere qualcosa di semiautobiografico dedicato alla mia figura di interprete e traduttore… Considerato che noi, interpreti e traduttori, viviamo regolarmente un passo indietro, nell’ombra. E, considerata la mia origine veneta del Basso Piave, credo non sia difficile per te e per i tuoi lettori immaginare quale potrebbe essere uno dei titoli possibili di questo libro che forse riuscirò a scrivere: Una vita all’ombra e per le ombre.

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