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L’ultimo spazio

Dal sito www.mmmcorones.com/:Un panorama mozzafiato, fra i più belli delle Alpi. Uno sguardo che spazia senza soluzione di continuità dalle Dolomiti fino alle Alpi della Zillertal sorvolando la val Pusteria, dall’alto del Plan de Corones. E’ qui che sorgerà il sesto Messner Mountain Museum progettato dall’architetto anglo-iracheno Zaha Hadid.
Dedicato al tema della roccia come habitat e alla vita di Reinhold Messner, da sempre a tu per tu con i silenzi delle spedizioni in solitaria, si svilupperà sotto terra scavato nel fianco della montagna per 1.000 mq, ma nel rispetto dell’ambiente. Il museo ha le sembianze di un tunnel dalla sezione romboidale inserito sulla cima di un pendio. Un “vantage point” che regala delle viste sulla montagna che si perdono fino all’orizzonte.
La struttura, che si trova a 2275 m, dovrebbe essere completata entro il mese di luglio del 2014 e rappresenta un perfetto esempio dell’architettura che non si scontra con la natura ma che ci convive in simbiosi“.

L’ultimo spazio
di Giorgio Bertone

Con sorpresa ho scorto su Internet le immagini dell’ “ultimo spazio, a Plan de Corones, disegnato da Zaha Hadid”, per il Messner Mountain Museum (v. sito omonimo). L’ammirazione per Reinhold Messner, le sue imprese sportive, la sua sensibilità per la cultura ambientale ed ecologica, le sue battaglie per i Parchi (incluso quello Antartico, durante la sua fantastica traversata del 1989) rasenta, in me, la devozione attenta. Così anche per i Sei Musei delle Dolomiti, un’impresa unica al mondo. Il rendering del progetto Hadid presenta, incassate nella montagna intatta, strutture di vetro e metallo, a forma quadra o rombica. Per intenderci approssimatamente, scatole cubiche, alcune inclinate, come piegate da una pressione da sinistra. Le grandi vetrate danno subito l’impressione di una scatola visiva, sia per i visitatori che entrano, sia per quelli che da dentro guardano il paesaggio, che i siti dedicati al Museum non mancano di definire, in gergo turistico, “mozzafiato” (www.arte.sky.it, per es.). Traslocato in città, potrebbe essere l’ingresso di un Ufficio o di un Ministero o un Palazzo pubblico che abbia voluto darsi un look postmodern. D’altra parte: basta il nome iperfamoso della designer anglo-irachena, con cattivo gusto definita “talentuosa” nel sito MMM? Basta la firma a garantire la nostra immediata adesione, di frequentatori accaniti dei monti e dei musei, al “prodotto” uscito dalla sua magica matita? Basta il Logo a farci rimanere “senza fiato”?

Rendering del sesto Messner Mountain Museum, al Plan de Corones
UltimoSpazio-MMM-34755_01Diverso è il caso di un Museo come il Maxxi di Roma, sempre firmato Hadid, benché l’architettura prevarichi sulle opere esposte, a scapito della loro fruibilità. Perché? Perché in un museo metropolitano l’architettura, e tanto più se spinta ai limiti della ricerca e sperimentazione fino al gratùito e al bizzarro, fa parte dell’ “aura” e della “dote” del Museo stesso. Vedi il Bilbao di Frank Gehry; ma vedi anche il Museo del Mare di Genova di Consuegra, con i loro inconvenienti strutturali e persino qualche operaio che ci ha lasciato la pelle.

E pazienza se la stessa Hadid teorizza un design che consenta di “tuffarsi e lasciarsi trasportare alla deriva attraverso percorsi sempre diversi”. Non è altro che è il solito motto pubblicitario del consumo metropolitano attuale: fate voi stessi il vostro vagabondaggio fra i prodotti. Un Museo che vuole essere una esposizione a temi precisi e un percorso preciso, -non una “deriva”-, culturale e antropologico (e con che responsabilità) dalle Ande all’Himalaya, alle Alpi, è o dovrebbe essere altra cosa. Una delle questioni centrali sta proprio nella forma e dimensioni delle vetrate. In ogni cultura montana del mondo le finestre sono piccole. Non solo per ragioni costruttive o di isolamento termico. Il pastore, il contadino, il colono, il combattente della resistenza (Beppe Fenoglio) e persino l’alpinista o il trekker che ha passato tutta la (dura) giornata all’esterno, in pieno paesaggio, non sentì né sente la necessità di guardare attraverso un enorme vetro “a parete” il “panorama mozzafiato”. Il fiato ce l’ha già mozzato per l’attività completa della giornata. Gli occhi esausti. I primi colonizzatori americani in marcia attraverso gli oceani di erba (tall grass prairies) costruivano case con finestre piccolissime, testimone Robert Louis Stevenson. Ne avevano abbastanza della vertigine orizzontale degli sterminati campi da attraversare con il sestante in mano. Alla sera non chiedevano altro che raccogliersi nell’intimità e parlare in cerchio. L’ossessione della visualità pura dell’homo metropolitanus (“vedo, dunque padroneggio”; “fotografo il già fotografato, e dunque sono”) applicata all’ambiente di quota è diffusa anche al livello dell’architettura privata (rustici, chalet) o alberghiera, da parte di architetti che nulla sanno di montagna e tradizione architettonica (o che la reprimono in se stessi per essere up to date e come tali presentarsi ai clienti). Ed è diffusissima in mare. Dove ogni crocierista esige il suo monolocale a forma di scatola-balcone con vista mare. Così le navi da crociera assomigliano sempre più a grattacieli della Costa Azzurra o di Los Angeles ruotati di 90 gradi dalla verticalità palazzinara all’orizzontalità tintarellesca e voyeristica della superficie marina consumata Rimini style, solo un po’ più chic.

Il nuovo bivacco fisso Giusto Gervasutti, sotto alle Grandes Jorasses
UltimoSpazio-Rifugio GervasuttiIn scala ridotta l’idea della vetrata-vista è la stessa di nuovi rifugi o bivacchi come il Gervasutti sotto le Grandes Jorasses nel Massiccio del Monte Bianco. Realizzato con la tecnica di costruzione delle barche a vela, in vetroresina. (E là, tra l’altro, la vetroresina è il più pesante problema, -e business-, di smaltimento nel futuro del pianeta). Ma dell’eleganza dei velieri quel rifugio-fusoliera mezzo bianco e mezzo rosso non ha nulla. Piuttosto del sommergibile. Non militare, ma del sommergibile for tourists, che fa il giro dei fondali con oblò che imitano lo schermo TV a sollazzo dei bimbi. Il rifugio è l’abitazione limite, la casa comune posta nella soglia tra il territorio e la zona dove comincia la ideale extraterritorialità della natura. Insomma, è la costruzione architettonica dove si incontrano i valori della città e quelli della montagna per una sintesi armonica e fruttuosa.

Rendering del sesto Messner Mountain Museum, al Plan de Corones
UltimoSpazio-MMM-at-plan-de-corones-proposal-zaha-hadid-architects_03_interior-1000x706Se il nuovo ricovero Gervasutti assomiglia a un microalloggio cinese da megalopoli industriale carente di loculi per operai esausti, l’architettura di Zaha Hadid assomiglia a un televisore XXL deformato. Televisore o monitor o schermo di computer, -con o senza terrazzo che aspetta il cannocchiale a gettone-, in cui entrare con qualche sospetto ed uscire come homo videns con la pupilla saturata di pixel. Ed è sempre la stessa fissazione della vista (da dépliant turistico o agenzia immobiliare: “Trilocali, soppalco, cucinotta, vista imprendibile”) che riduce la Natura a poster bidimensionale proiettandola su un grande cristallo. Un maxiposter o maxischermo che surroga la Natura. E uccide la sua percettibilità olistica, ossia un’esperienza totale e collettiva. Il Museo di montagna non può obliarlo. A meno che non subisca, con il fascino dell’archistar, anche il dictat di ben altra deriva, “la deriva tecnicistica dell’homo sapiens (Günther Anders)”.
Giorgio Bertone

Rendering del sesto Messner Mountain Museum, al Plan de Corones
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Chi desiderasse ulteriori dettagli sul museo in costruzione può consultare www.mmmcorones.com/
Su Zaha Hadid: www.zaha-hadid.com

Giorgio Bertone (Portomaurizio-Imperia), 1949) insegna Filologia italiana all’Università di Genova. Ha pubblicato tra l’altro testi e studi su autori liguri: E. De Amicis (Primo Maggio, 1980; Sull’oceano, 1983); M. Novara, G. Boine (Scritti inediti, 1977; Il lavoro e la scrittura. Saggio in due tempi su Giovanni Boine, 1987), e ricerche linguistico-formali e metriche su vari poeti, da Chiabrera a Pasolini. È autore di due romanzi: Percorsi andini (1986) e Il diario di viaggio (1990). Ha curato una riduzione di Moby Dick. Sempre per Einaudi ha scritto Paesaggio e letteratura, in Storia d’Italia. Liguria, Racconti di vento e di mare e, nella «Pbe», Italo Calvino. Il castello della scrittura e Breve dizionario di metrica italiana.

postato il 9 aprile 2014

Rendering del sesto Messner Mountain Museum, al Plan de Corones
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