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L’ultimo weekend da uomo libero

Il nostro amico Erio è il moderno portatore del vessillo della lotta con l’Alpe.
È colui che sogna di arrivare su una vetta dolomitica fra le saette sfrigolanti.
Colui che fantastica di bivacchi imprevisti su pareti innominabili.
Colui, insomma, che ancora non è uscito dal bonattiano credo: avventura=sofferenza.
Purtroppo per lui gli è toccato in sorte un gruppo di compagni di cordata edonisti ed epicurei, e questi suoi ardimentosi propositi si spengono quasi sempre in un sonoro coro di pernacchie e vaffanculo.
Costringendolo perciò a sfogare le sue giovanili e prorompenti energie nella procreazione.
Alle soglie della terza paternità, si è concesso un’avventura “come dice lui”…

(e oggi, agosto 2016, i figli sono diventati quattro, NdR)

 

L’ultimo weekend da uomo libero
(non ci sono più gli alpinisti di una volta… o forse sì?)
di Erio Grillo
(già pubblicato il 28 novembre 2011 su Climbing pills)

“Piuttosto barbello!” dicevo a gennaio, quando per il freddo mi fu proposta una falesia in Brentino piuttosto di una via.
“Sul 7a vado io!” dicevo alla Valchiria (quella bassa delle due) quando c’era da scegliere l’alternanza dei tiri per stare dietro al Michelazzi su GIRL. Per poi prodigarmi in rari spettacoli di scimmiottesco artif.

Erio Grillo
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E quindi? Come concludere al meglio questo bel periodo di uscite su vie e di forma fisica discreta?
Come avrebbe detto Bonatti… no, lasciamo stare Bonatti che poi il Rel ci ricama per i prossimi due anni.
Insomma, come dicevo nella mia vanagloriosa mail di inizio settimana:

“Cerco itinerario alpinistico, senza compromessi, possibilmente con bivacco. Nel caso non si voglia star in mezzo alla neve e al vetrato, mi può stare bene una via con dislivello minimo di 600 m, ma possibilmente di più”.

Scartato il Moz che ha qualcosa di zifulo, Rel perché col re del “bumpa-bumpa” non ci avrei mai bivaccato, il Pelée che è andato a far benzina in Piemonte, le valchirie che studiano, il Ceo ed il Braga che con la plebaglia scarsamente istruita come me non ci scalano, oltre una serie di amici che si è tirata indietro con la più colorita e fantasiosa sfilza di scuse mai sentita… non resta che il progetto nel cassetto!

Sul Mottarone, patria incontestata del granito rosa, del caldo che t’ammazza e delle cacchette di variegati tipi di caprini, nel 2006 è stata aperta da nientepoppodimenoche il Grill&co. la via più lunga di tutta l’Ossola: la Cresta delle Principesse. Con qualcuno mi ero già confessato in merito: la via mi attraeva da almeno un paio di annetti. Poche informazioni su internet, sviluppo eccellente e qualità della roccia garantita.
Non so perché, ma me la sono sempre immaginato da solo come uscita. Chiaramente per poi trovarmi sempre tutte le scuse per evitarla.

Quindi preparo lo zaino venerdì infilandoci l’utile e l’inutile, per un onorevole peso degno di una spedizione himalayana.
Studio la relazione, il meteo, alba e tramonto, la strada, le foto dal satellite, qualche oracolo, sacrifico un agnello, consulto un aruspico e vado a dormire.
Sveglia alle 5. Alla partenza alle 7.00, messaggio e telefonata col Moz col quale mi confesso, zaino in spalla (puttana galera quanto pesa!) e sentiero. Chiaramente speravo di perdermi nell’ora e mezza segnalata come necessaria per salire. Inspiegabilmente non riesco nemmeno a procurarmi questa scusa. Eppure le vaghe tracce…

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Attacco che sono le 9.00 e, avendo letto che i professionisti col mio modello di scarpa da avvicinamento fanno fino al 6c, mi lancio sui primi due facili tiri. Rapidamente prendo confidenza con le manovre e perdo quella nei confronti delle mia scarpe. Passo alla pedula e mi lancio sul primo 6b della via. Primi metri atletici su fessure svase ma buone, poi incastro la spalla e salgo con i piedi in spalmo. Soffio come un mantice, mi contorco per darmi corda e… cazzo in libera?!

Entusiasmo! Poco, si intende. Giusto il tempo di rifare il tiro con lo zaino in spalla e mi ridimensiono.
Come nella migliore delle vie alpinistiche (pur essendo praticamente vista lago e a una quota alla quale i tamarri motociclizzati pascolerebbero felici) gli spit sono pochi e trovare l’itinerario è questione di fiuto ed esperienza. Ne consegue chiaramente un drammatico intrico di corde, manovre, disarrampicate ma anche qualche trofeo (un bel paio di fettucce nuove di pacca!!).

La prima pausa me la prendo all’arrivo del sole, verso le 13. Con sconforto mi accorgo che dei 4 litri di liquidi che mi son portato ho quasi finito la razione giornaliera. Attendo le 14 per ripartire, sperando cali l’intensità del sole.
Per il puro piacere dei miei piedi il sole, probabilmente per accrescere il valore dell’impresa, non molla la presa. Salito il primo grosso sperone, iniziano a susseguirsi le guglie. L’arrampicata è di puro movimento e spesso in traverso ascendente, sempre un diletto quando ripasso col pachidermico zaino.

Arrivo al tiro di A1 con un piacevole gusto di copertone in bocca.
Provo a riposarmi ma, come il porno attore pronto all’azione, non è che si può star lì a far salotto!

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Vi risparmio le epiche cinghialate, i grugniti e i tremori alla gamba tesa nel cordino. Riesco a uscirne, con una quantità di acido lattico sufficiente a farmi acuire l’ingegno per issare lo zaino dalla sosta piuttosto che in spalla.

Per arrivare a metà della via manca ancora un 6b, con il quale immediatamente l’Alpe ridimensiona le mie aspirazioni di libera. Poco sopra il secondo spit una lama mi si affeziona e mi tiene compagnia in rapida discesa. Esco dopo alcuni traversi da brivido e un tratto a cavalcioni di una lama di granito, giungendo sul cocuzzolo di una delle guglie. Un breve giro per capire dove proseguire, peraltro senza capire una mazza, e sono le 19. Ora per il bivacco! Purtroppo trovo un posto quasi in piano e non posso dormire sulle staffe, ma in compenso posso sfoggiare ampi segni della lotta coll’alpe sulla mia pelle: il granito chiede dazio!

Mi sistemo, mangiucchio qualcosa senza particolare appetito e mi godo tutto il tramonto e la quiete. Con rammarico metto via l’acqua, ormai poco più di un litro, e tiro fuori la lettura serale: Livanos e i suoi sagaci scritti mi tengono compagnia per un’oretta, alla luce della frontale. Qualche sms di amici mi tiene compagnia. E mi faccio la più epica delle dormite dal primo figlio ad oggi!!!!

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Il giorno dopo, durante la minzione del primo mattino, trovo l’ispirazione, sotto forma di spit.

Individuato quindi l’itinerario mi rimetto in marcia. Oggi mi aspettano meno difficoltà, ma riequilibro tutto con un inesauribile numero di calate funamboliche, in posizione pressoché orizzontale grazie allo zaino formato Platinette.

Con piacevole sorpresa trovo anche l’immancabile libretto di vetta: lascio un breve messaggio in cui cito moglie, Moz e Marta, rimetto tutto a posto, autoscatto e via!

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Quando il sole torna all’attacco sono le 11.30 e sono alla cresta di II grado. La percorro tutta per una lunghezza di almeno 3 tiri di corda e finalmente arrivo ai canaloni terminali. La via proseguirebbe su 4 tiri di difficoltà sostenuta, aggettivo col quale definisco qualsiasi cosa sopra il III grado.

Proprio per non farmi mancare nulla, opto per avventurarmi per i canaloni. Forse anche per lo stato dei piedi che, dopo aver portato a prendere aria lo zainone per due giorni, è penoso quasi quanto la mia lingua, che ormai mostra anche una geometria drenante design by Pirelli.

I canaloni non vengono meno alla mia fiducia e si dimostrano all’altezza della mia voglia di avventura: quintali di granito appoggiato su pendenze oltre il 30%, e tenuto in loco solo da una mistica malta composta principalmente da fango e cacca di caprini. Soprattutto cacca.

Per un paio di volte vedo l’azzurro dell’orizzonte, solo per sboccare in un nuovo canale. Alla terza volta, forse anche in virtù delle roboanti imprecazioni che hanno accompagnato ogni scolletto, scorgo due gambe. Poi quattro. Poi una ventina. Praticamente la congrega della parrocchia San Marco in vetta al Mottarone a prendere il sole.

Sono le 15.10 quando entro nel primo bar e mi bevo mezzo litro di acqua ancor prima che mi abbiano finito di spillare la ben meritata birretta.

Ora, ho il cuore in pace.
Grazie a tutti voi che mi avete portato, volenti o nolenti, in giro per le Alpi.
Ci si rivede sulla plastica (che lì vi bastono tutti! Sì, pure attè, Jack!!)

Marco Rel Lanzavecchia ci rammenta che le doti fecondative dell’Erio sono eccezionali e multiformi. Le due annate particolarmente nevose del 2010 e del 2011 sono state la conseguenza di un suo intervento fecondativo qui documentato.
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