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L’uomo di sale

Georg Ramsauer, in quel mattino limpido di primavera del 1875, come al solito se ne stava nel suo ufficio a controllare i libri mastri della miniera di salgemma ereditata dal padre. Il capomastro si presentò sulla porta con il capello in mano: «Hai chiesto di parlarmi, Thomas?» gli chiese il direttore senza alzare lo sguardo verso l’interlocutore. «Sì, Signor Direttore, i minatori del reparto sette si sono fermati, affermano che hanno trovato una mummia nella parete di sale appena aperta». «Cosa!» sobbalzò il giovane industriale austriaco. Non si sa se fu per la straordinaria scoperta, per la curiosità del caso o per l’interruzione del lavoro, ma il giovane si precipitò verso il livello numero sette della sua miniera a 1500 metri d’altezza sopra Hallstatt, un lindo paesetto sulle rive del lago presso Salisburgo. Alla luce delle lanterne la scena che appariva agli occhi dei minatori era quella di due occhi azzurri vecchi di oltre 3000 anni che li fissavano attraverso un sottile strato di sale, contornati da una ciocca di capelli di colore rossiccio raccolta da un cerchio d’oro, mentre una corona di denti bianchissimi dimostrava la giovane età della mummia.

Ramsau, parete sud del Dachstein. Foto: Leo Himsl
Ramsau, parete sud del Dachstein

Essi capirono che quel corpo così ben conservato era quello di un loro progenitore: dimenticando la produzione giornaliera, si misero a scavare il tesoro nascosto. Numerosissimi furono i reperti, come tessuti, attrezzi, ruote di carro, anfore contenenti resti di cibo, scheletri, armi, abiti, elmi di una civiltà neolitica sconosciuta. Ramsauer fu il primo scopritore dei «Kelten» (Celti) e grazie al suo operaio e al prodigioso rinvenimento vennero portate alla luce 15 tombe celate nello sterile biancore del sale; alcune tombe avevano la forma rettangolare, altre erano quadrate, altre si presentavano come tempietti. Furono trovati diversi arredi e rituali sconosciuti, alcune mummie erano in posizione fetale, poste in un angolo della nicchia. Furono trovati scheletri d’animali, equini o cani, alcuni resti d’uccelli (identificati come corvi reali), ruote, situle, brocche, gioielli, collari tipici dei celti, armi di ogni forma ed uso. Quello che sorprese di più i minatori era che gli attrezzi erano praticamente uguali ai loro.

Cultura di Hallstatt
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Georg Ramsauer fece trasportare tutto alla superficie e nel magazzino principale allestì il primo museo di cultura celtica nell’Europa centrale. Un anno dopo, nel 1876, il giovane esploratore della storia presentò all’Accademia di Vienna i resoconti e le numerose prove della sua scoperta, trasformando la sua miniera in una vasta aerea archeologica. Ramsauer si rivelò non solo un esperto minerario, ma anche un abilissimo ricercatore nell’osservare e misurare le sepolture, rivelandosi nei fatti ampiamente in anticipo rispetto ai suoi contemporanei nella tecnica di scavo e di documentazione.

Furono trovate oltre 3000 tombe, forse una scoperta maggiore di quella egiziana, e Hallstatt divenne il centro per gli studiosi accorsi da tutta Europa per la sensazionale scoperta archeologica. Il sale ha infatti conservato perfettamente anche gli oggetti di natura organica, come per esempio i manici in legno di pino dei picconi, le scarpe in pelle di vitello o i berretti in pelliccia, permettendo in questo modo uno studio anche sulla vita quotidiana di questi progenitori. Persino i resti di vestiario rivelano l’arte di tessitura dell’epoca, che era altamente sviluppata. Accanto a semplici tessiture erano molto diffusi i tessuti a spina che permettevano di ottenere pezze di stoffa colorata, con disegni formati da fili di vario colore; già allora si procedeva poi a un taglio sartoriale delle stoffe che venivano unite per mezzo di cuciture.

I Celti sono comunque un popolo dalle origini ancora oggi incerte. Alcuni studiosi, dopo le molte informazioni raccolte ad Hallstatt e a La Tène, affermano che furono popolazioni locali della civiltà neolitica agricola alpina; altri, basandosi sui loro rituali e sulle caratteristiche somatiche, concordano nell’assicurare che i Celti discendono direttamente dai primi europei del profondo Nord emigrati a Sud verso le Alpi e in seguito verso l’Italia settentrionale per unirsi ai Liguri dopo l’ultimo periodo glaciale, circa 10 mila anni fa.

Hallstatt, regione di Salzkammergut (Alta Austria, Stiria, Salisburghese). Foto: Martin Gray
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Questi popoli svilupparono l’agricoltura con l’aratro a ruote e perfezionarono alcune tecniche, come quella dello smalto. I loro artigiani, ai quali i Romani attribuirono l’invenzione della botte, erano assai stimati per la loro abilità, soprattutto i carradori e i fabbri.

Molti paesi celtici divennero nel I secolo a.C. grandi centri manifatturieri che esportavano in Occidente i loro prodotti di pentole e vasellame; grazie a una rete di vie di comunicazione, che Roma avrebbe solo migliorato con il selciato, gli scambi commerciali in tutta la Gallia divennero sempre più frequenti. Al tempo della conquista romana i Celti avevano già sviluppato quella solida economia che fu alla base della prosperità del mondo gallo-romano.

Al contrario, l’anarchia politica, le rivalità tra le tribù ed il loro geloso particolarismo impedirono ai Celti la creazione di stati potenti. La struttura sociale, essenzialmente aristocratica, simile a quella della Grecia omerica, si conservò abbastanza bene in Irlanda sino alla fine del medioevo: la sua organizzazione era fondamentalmente rurale, e i Celti non svilupparono mai una vera e propria civiltà urbana. La rigida gerarchia sociale e il turbolento spirito d’indipendenza delle famiglie nobili contribuirono a impedire l’unità politica. Tuttavia i Celti non mancavano di un certo sentimento di solidarietà etnica e religiosa; ogni anno si teneva nell’attuale foresta di Orléans la grande assemblea giudiziaria, sotto la direzione dei druidi. I conquistatori romani pertanto attuarono feroci persecuzioni contro i druidi, accusati sì di crimini rituali, ma più ancora sospetti di essere i principali agenti di diffusione del nazionalismo celtico.

Oggi, camminando sulle montagne del Dachstein o sulle sponde dei limpidi Gosauseen non si può fare a meno di pensare a quegli abitatori delle Alpi che scavavano con attrezzi di bronzo queste montagne. Il paesaggio, se si escludono i fondovalle, non doveva poi essere tanto differente. Sentieri e valichi di certo ben noti a questi progenitori, grandi viaggiatori che portavano attraverso le Alpi merci di ogni tipo. Si può quasi affermare che i Celti furono senza dubbio la prima civiltà che unì culturalmente l’Europa transalpina.

Oggi nei siti archeologici italiani affiorano ancora vasi della «Cultura di Hallstatt», un termine che gli studiosi hanno adottato per definire un periodo dell’Età del Bronzo. Questo piccolo e tranquillo paese, arroccato sulla riva di uno dei laghi più nascosti e caratteristici delle montagne austriache, può apparire quasi insignificante, ma ha sicuramente molto contribuito, con le ricchezze faticosamente strappate alle viscere della montagna, a cambiare la storia della cultura del nostro continente.

Il Dachstein da nord-ovest. Foto: Leo Himsl
Dachstein da nord ovest

Dachstein, grotte e arrampicate
Le grotte del Dachstein sono a dieci minuti di distanza dalla Schönberg Hütte 1345 m e formano un sistema esteso per quasi 80 km. La più bella è la Rieseneishöhle: è vecchia di milioni di anni, mentre l’abbondante ghiaccio che le dà il nome non arriva a 500 anni. Vi sono bellissime formazioni ghiacciate, come la «cappella» o la «montagna». Anche la Mammuthöhle è significativa. È priva di ghiaccio, ma la visita offre una proiezione di diapositive con musica che si confonde con lo stillicidio dell’acqua: discutibile ma suggestivo. Una terza grotta, la Koppenbrüllerhöhle, è situata più in basso verso Bad Aussee ed è piena d’acqua. Mentre d’inverno la zona del Krippenstein si riempie di sciatori, d’estate le grandi pareti diventano una mecca dell’arrampicata. Sulle pareti del Dachstein furono scritte le grandi pagine di storia dell’alpinismo tedesco e austriaco, assieme a quelle del Karwendel, del Kaisergebirge e del Wetterstein. Sulla vetta più alta, l’Hoher Dachstein, salì per primo Peter C. Thurwieser nel 1834, ma in seguito i più grossi nomi, prevalentemente salisburghesi e viennesi, si avvicendarono nella risoluzione dei problemi sempre più difficili: Eduard Pichl, Gustav Jahn, Heinrich Pfannl, Thomas Maischberger, Karl Domenigg, K. Gunther von Saar, Adolf Deye, Karl Prusik e molti altri, tra cui il più prestigioso nome, quello di Paul Preuss che peraltro vi morì in un tentativo solitario (spigolo nord del Mandlkogel, 1913). In seguito, negli anni ’30, ecco Raimund Schinko, Hubert Peterka e negli anni ’60 tutta l’élite austriaca, da Klaus Hoi a Leo Schlommer, da Peter Perner a Klaus Walcher.

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