Posted on Lascia un commento

Mario Lopriore

Mario Lopriore
di Renzo e Salvatore Bragantini

Mario Lopriore è scomparso esattamente due mesi fa il 13 dicembre del 2015 a Oegstgeest, in Olanda, dove viveva da molti anni. Lʼavevo visto lʼultima volta in aeroporto, a Fiumicino; si accingeva, con Elisabetta e con i figli, a tornare a casa, mentre io ero in partenza per lʼAmerica per lavoro. Non so precisamente a quanto tempo addietro risalga quellʼincontro, ma la stessa incertezza suggerisce si tratti di fatto distante. Ricordo però che, malgrado non ci vedessimo da molti anni, ci riconoscemmo subito. Ci scambiammo rapidamente poche ma affettuose parole, entrambi pressati dagli orari di partenza dei nostri voli. In quei pochi momenti, ho percepito con chiarezza che Mario era un uomo pienamente convinto e appagato dalle sue scelte di vita, e ne sono stato lieto per lui.

Mario Lopriore a Buenos Aires nel settembre 1949
MarioLopriore-09.1949
Mario era stato uno dei miei primi istruttori al Corso di roccia della SUCAI Roma, tanti anni fa. Aveva la fama di essere un duro (“greve” era il termine usato allora in quegli ambienti) dal fisico fortissimo, e dal fiato inesauribile. In una delle prime uscite del Corso, sul ghiaione del Monte Morra (lʼallora palestra degli arrampicatori romani, oggi quasi del tutto dismessa), sconnesso e abbastanza ripido, aveva tenuto un passo veramente folle. Con uno o due altri, ero riuscito a non farmi distanziare (non ancora ventenne, anchʼio non andavo male quanto a fiato e resistenza), mentre il resto del gruppo arrancava un poʼ e mugugnava. Qualche anno dopo, divenuto a mia volta istruttore, ho avuto la possibilità di dare unʼocchiata ai giudizî di quelli che erano stati i miei istruttori. Il libretto di Mario, con la sua tipica sintesi, diceva su di me, a proposito di quellʼuscita: «Bene sul ghiaione». Tanto bastò (stoltamente) a inorgoglirmi.

Divenire amici di Mario poteva parere difficile, ma non lo era affatto, solo che si osservassero semplici regole non scritte: essere riservati, non essere maldicenti, non lamentarsi mai, resistere allo sforzo. Più o meno quelle regole riuscivo a osservarle, ma non fu solo grazie a loro che mi riuscì di frequentare Mario con una certa regolarità, e divenirgli poi sinceramente amico. Furono forse anche altri fattori a giuocare a mio favore: sia lui che io venivamo da famiglie numerose, ed eravamo stati educati con una certa severità. Le due cose favorivano, in entrambi i casi, un certo spirito di clan; il suo era reso ancor più coeso dal fatto che due sue sorelle avevano sposato due forti alpinisti romani, Enrico Costantini e Paolo Gradi. Ancora: sia la madre di Mario che la mia avevano studiato a lungo musica (la sua il violino, la mia il pianoforte), e ciò faceva di noi due persone con una naturale inclinazione in quel senso.

Con Mario non ho fatto in realtà molte salite (arrampicavo, nei primi anni, soprattutto con mio fratello Salvatore e con gli amici che, come noi, frequentavano la Val di Fassa), ma le ricordo tutte perfettamente. Quelle salite (sto parlando degli anni Sessanta) avevano un tratto in comune: non si trattava mai di percorsi già noti e strafrequentati, ma piuttosto di luoghi non dirò isolati, ma un poʼ collaterali, come il sottogruppo del Vallon (quando ancora non cʼera la seggiovia) e la Val de Mesdì, o cose simili. Mario, pur essendo un arrampicatore assai dotato, era soprattutto, almeno ai miei occhi, un alpinista completo.

Mario Lopriore in vetta alla Marmolada, 24 agosto 1946
MarioLopriore-vettaMarmolada-24-08.1946
La più bella avventura che abbiamo avuto assieme è stata nel gruppo del Gran Sasso, quando, il 5 marzo del 1967, abbiamo salito in prima invernale lo spigolo sud-est del Torrione Cambi. La lettura del mio diario alpinistico (da tempo abbandonato a favore di un semplice elenco delle salite) mi aiuta a solidificare i ricordi.

Siamo in quattro divisi in due cordate, ognuna delle quali si alternerà al comando: Paolo Cutolo (detto il Cutolone) e Paolo Cemmi; Mario e io. Il programma avrebbe previsto di partire prima di quella data, ma i miei esami di febbraio allʼUniversità mi hanno bloccato ed esaurito. In più non mi muovo da quasi tre mesi. Gli altri sono invece tutti allenatissimi. Ho un poʼ di timore di non essere allʼaltezza, soprattutto in termini di fiato (la via in sé non è lunga, e ha solo qualche tratto dato allora di V), ma alla fine mi lascio convincere. Mi devo ricredere subito sulle mie capacità, perché la sera del 4, quando arriviamo al Duca degli Abruzzi, mi pare di avere già il fiatone. Ma tengo botta e non la do a vedere. La sera mangiamo abbondantemente, mentre Cutolone si sbizzarrisce nelle sue tipiche battute, facendoci morire dal ridere. Dormo pochissimo la notte, e da poco mi sono assopito, quando arriva la sciabolata della sveglia. Sono già le 4.40 del mattino, e occorrerà sbrigarsi. Il tempo è spettacoloso, e lʼuscita nelle prime luci, con il nastro plumbeo dellʼAdriatico allʼorizzonte, è irreale nel suo nitore. Poco dopo il “Sassone” mi lascio convincere a compiere la peggiore stupidata: lasciare sotto un sasso il duvet e altri ammennicoli; tanto verremo a riprenderli al ritorno, stasera … (mi viene da pensare, sadicamente e scioccamente: tanto, visto che anche loro fanno lo stesso, avremo freddo tutti e quattro). Poi mettiamo i ramponi e cominciamo a traversare il pendio sotto la Est della Vetta Occidentale; qui lʼambiente è veramente grandioso, e penso con dispiacere al fatto che Salvatore, in un tentativo invernale proprio con Mario lʼanno scorso, è dovuto tornare indietro per la pessima qualità della neve. Dopo una serie di canalini noiosi e ripetitivi, è il momento di una ricca colazione, propiziata naturalmente dal Cutolone. Poi si attacca e, la faccio breve, va tutto per il meglio, e pure io, che sono il meno allenato, me la cavo anche nei tiri che mi toccano da primo; la roccia, a sud, è calda (si fa per dire) di sole (per ora).

Mario Lopriore (seduto in basso, a ds) al Monte Morra, novembre 1959
MarioLopriore-1959

Le cose si complicano sulla via del ritorno. Ci spostiamo a un colletto in direzione NO, e di qui scendiamo per canalini di neve e brevi camini di roccia ricoperta di vetrato. Lʼombra comincia a scavare sulla conca del Calderone. In vetta al Corno Piccolo vediamo tre persone e indirizziamo verso di loro grida di saluto (sapremo poi che si tratta di Geri Steve, Piero e Franco Bellotti, che hanno realizzato nel nostro stesso giorno la prima invernale della via a destra della Crepa, uno degli obiettivi che ci eravamo proposti nei prossimi giorni).

Quando, con unʼultima doppia, finalmente mettiamo piede sul ghiacciaio, è buio pesto. Senza por tempo in mezzo, cominciamo a risalire il Calderone, sperando di riuscire a scendere al Duca degli Abruzzi. Ma il cielo, per fortuna sereno, è nero come la pece, non si vede niente, e gli amici mi prendono in giro per aver vantato il fatto di essere nictalopo; dobbiamo rassegnarci a bivaccare sul ghiacciaio. Mentre Paolo Cemmi e io scaviamo nella neve, Mario e il Cutolone (entrambi, non per niente, ingegneri) formano blocchi di ghiaccio che fungano da parapetto per il nostro ricovero di fortuna. Poi è il momento di mangiare qualcosa, e finché si mangia, dopo una bella salita, le cose vanno bene. Poi ci mettiamo addosso tutto ciò che possiamo, e ci diamo i turni: ogni ora e mezza due veglieranno, mentre gli altri due proveranno a dormire. Non so gli altri; a me non riesce di dormire mai, forse anche per lʼemozione del mio primo bivacco. Fortunatamente il freddo si riesce a sopportare anche per lʼassenza di vento (la combinazione dei due elementi rende il Gran Sasso, luogo dove ho patito freddo mai sperimentato sulle Alpi, notoriamente infrequentabile). Per quanto ci si sforzi tutti di dichiarare la situazione accettabile, la notte non passa mai, e la mattina, alla prime luci, dopo aver scattato qualche foto che testimonia del nostro stato di abbrutimento, risaliamo fino al colletto, poi giù per la Direttissima, e, ciliegina sulla torta, il noiosissimo saliscendi fino al Duca degli Abruzzi.

6 marzo 1967. Da sinistra, Paolo Cutolo, Renzo Bragantini e Mario Lopriore dopo il bivacco seguente alla prima invernale (5 marzo 1967) dello spigolo sud-est del Torrione Cambi (Gran Sasso). Foto: Paolo Cemmi
MarioLopriore-Torr Cambi 05 03 67 002

Questo è il ricordo più bello che ho di Mario, compagno di cordata dalla calma olimpica e dalla grande umanità: unʼumanità che, per la riservatezza del personaggio, poteva parere un poʼ schermata, ma che perdeva invece ogni remora nel momento in cui sorrideva, sempre con educazione, con lʼimprovviso stupore di un adolescente.
(Renzo Bragantini)

Mario Lopriore
MarioLopriore-tumblr_static_5ffrqpjdxd8o48w08oww80g0k

 

Solo qualche aggiunta a quanto scrive Renzo. Mario, morto il giorno prima di compiere 78 anni,era ingegnere elettronico e da decenni lavorava in Olanda all’Estec, una filiazione dell’Agenzia Spaziale Europea. Come alpinista era figlio dʼarte; suo padre, lʼing. Pietro Lopriore, era un alpinista che aveva aperto al Morra il Diedro Lopriore, banco di prova per gli allievi della Scuola di Roccia della SUCAI, più tardi intitolata a Paolo Consiglio, morto improvvisamente durante una spedizione himalayana.

Lʼalpinismo, e lʼarrampicata in particolare, erano allora a Roma, città lontana dalle grandi montagne, attività assai costosa e, se non altro per questo, di fatto riservata a un ceto benestante, i cui figli andavano quasi tutti allʼUniversità (la SUCAI essendo ovviamente la sottosezione universitaria). Era un mondo vivace ma in realtà chiuso, dove tutti conoscevano tutti, letteralmente, ed erano amici, con le non dette rivalità che (solo allora, sʼintende, adesso è ben diverso…) caratterizzavano lʼambiente degli scalatori. Era impossibile incontrare, alla palestra del Morra, qualcuno che non si conoscesse: i “nuovi” erano sempre accompagnati da una faccia nota. Furono il ʼ68 e la contestazione a rompere quella sfera di cristallo; chi cʼera dentro e aveva vent’anni non vedeva problemi, e ci stava bene. L’unico problema era che, in un ambiente di intellettuali adusi a spaccare il capello in quattro, le riunione preparatorie dei corsi della della Sucai somigliavano a dibattiti a un congresso di partito.

4 settembre 1966: Mario Lopriore in vetta al Piz da Lec de Boè, dopo la via Castiglioni-Detassis
MarioLopriore-PizLecBoè da Filippo 04

Di Mario ricordo in particolare la sua ripetizione della Comici al Salame del Sassolungo, legato con Chiaretta Ramorino, allora famosa tennista convertitasi all’arrampicata, ancora attiva in montagna. Con loro c’erano anche Enrico Costantini e Paolo Gradi, che erano gli arrampicatori di punta a Roma e poi avrebbero sposato due sorelle di Mario; era il 1962, e sulla via ancora aleggiava la tragedia che causò nel ’45 la morte di Ruchin Esposito e dei suoi due compagni. Io con Mario ho fatto poche salite; ricordo in particolare il camino Castiglioni- Detassis al Piz da Lec de Boè, assieme anche a Renzo, Franco Montani, Chiaretta Ramorino e Filippo Guerrieri, nel settembre 1966, e la prima salita (anche invernale) al Dente del Lupo, una elevazione secondaria nel gruppo del Monte Camicia, insieme con Franco Cravino e Carlo Alberto Pinelli. Ricordo, di questa, solo unʼinterminabile salita (e discesa) per pendii di neve, con in cima qualche tiro di roccia scadente ma facile. Partimmo dal paese di Castelli alle due di notte; alle cinque del pomeriggio, giunto finalmente dalla neve ad una mulattiera asciutta, Cravino, con la sua parlata spezzata, emise un memorabile: “Siedi, o culo!” Ancora ricordo la risata di Mario.

Come Renzo, anch’io non vedevo da decenni Mario, cui ero però rimasto legato e con il quale ogni tanto ci scambiavamo e-mail. Lʼ11 marzo 2015, dopo lʼuscita di un mio commento sul “Corriere” di critica a unʼoperazione finanziaria architettata dalla Fiat sulla Ferrari, Mario mi mandò una e-mail che riporto qui sotto. Leggere la mia risposta, ora, mi fa impressione:

“Mario Lopriore <[email protected]> ha scritto: Congratulazioni per lʼarticolo sul Corriere. Interessante e preoccupante lʼarticolo. Ottimista e benpensante te… Auguri !
Mario

Grazie Mario, mi farebbe piacere rivederci, ma di te ho lʼimmagine degli anni ʼ60. Come in quel film in cui una vecchia ritrovava, emerso da un crepaccio, il suo antico amore, morto a ventʼanni e riapparso come allora… Ciao Mario, speriamo
Salvatore

La terra ti sia lieve, ciao Mario
(Salvatore Bragantini)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.