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Mauro e gli Stones

 Mauro e gli Stones
di Luca Visentini (da Intraisass 3, Antersass Casa Editrice, 2008)

Conobbi Mauro nell’autunno del 1992. Allora ero impegnato nella guida dell’Oltrepiave che per l’incompiuta elaborazione di un lutto personale venne in seguito pubblicata con il testo ahimè incomprensibile. Avevo preso alloggio a Lozzo di Cadore. Era già scesa in quota la neve, quella che non sarebbe andata più via sino a maggio. Sarei rientrato in città l’indomani. Decisi di fare un salto in Val Cimoliana, volevo salutarla ancora una volta. Mi fermai alla palestra di roccia nei pressi della diga del Vaiont, per ammirare gli arrampicatori. Vidi Corona su Alien, un 6b+, rinviare l’ultima protezione soltanto. Venti metri di sotto pensai: «Minchia!».

Mauro Corona
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Scese e venimmo presentati. Tuonò: «Adesso arrivi! È dall’inizio dell’estate che trovo i tuoi bigliettini da naufrago sopra le nostre vette». Replicai: «Non sono comunque riuscito a terminare, dovrò ritornare l’anno prossimo». M’incalzò: «Cosa ti manca?». Risposi: «Ad esempio le cime intorno al Bivacco Baroni». E lui: «Partiamo stasera e facciamo base al bivacco con un bel po’ di pastasciutta finché non le abbiamo scalate tutte». Ed io: «No, sono troppe, mi avanzano anche le sommità del Pramaggiore». Di nuovo lui: «Ripartiamo la settimana dopo con un bel po’ di pastasciutta per la Casera Pramaggiore e restiamo lì finché non le abbiamo scalate tutte». Di nuovo io: «No, no…».

Bevemmo ad Erto, parlando della montagna e delle donne. Bevemmo a Cimolais, parlando della vita e delle donne. Bevemmo a Claut, parlando della letteratura e delle donne. Finimmo all’interno della Pizzeria Cellina, ovvero in un locale con una fauna umana che non avrebbe sfigurato nel bar di Guerre Stellari. Due coppiette innamorate, sì, mangiavano la pizza, ma cinquanta ceffi con il bicchiere in mano al banco e attorno, scatenati, non so quanto gliela lasciassero gustare. E mentre discorrevamo della leggerezza, dell’esattezza e della molteplicità di Italo Calvino, Mauro fece una cosa strana. Stappò una bottiglia di rosso afferrata sul tavolino in un disimpegno e la versò nella mia coppa, completamente, spandendo i sei settimi del contenuto lungo la tovaglia bianca. Osservavo il vino traboccare dalla coppa, inesorabilmente, non osando intervenire. Quand’ebbe svuotato la bottiglia s’accorse dello sproposito, esclamò: «Ops!», ne prese un’altra e stavolta si servì per quel che bastava. Nessuno dei presenti, nemmeno il gestore, con ciò si scompose. Scoprivo un mondo. Continuammo con la rapidità e la visibilità. Passammo la metà della nottata. Lo riaccompagnai quindi a Erto e lui, dinnanzi al suo studio, mi disse di aspettare un attimo. Entrò e uscì con una statua chiara, un nudo di donna fiero e dolcissimo. Da baciare come faceva Gianni Gavina, il servo di Ugo Tognazzi, ne La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone. La infilò nella mia Renault 4 commentando: «Questa intanto va a Milano, adesso è di legno e però vedrai che diventerà di carne». Obiettai che era troppo, che ci conoscevamo solamente da dieci ore. Chiuse il discorso ammonendomi che altrimenti l’avrebbe bruciata nella stufa. Ci salutammo infine, promettendoci tante salite assieme per l’estate successiva. Partii nella notte con la statua accanto, un intrigante strabismo, verso il Cadore. La mia solitudine era a una svolta? Per questa sarebbe occorso dell’altro tempo e non me ne rimaneva molto invece, al momento, per occuparmi di un disagio ulteriore.

Adriaen Brouwer, Osteria con contadini ebbri, 1625
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Rapito dall’incontro magico con Mauro infatti non avevo più fatto la pipì. Forse da Lozzo. Bisognava che accostassi. Non nelle gallerie. Neppure sui tornanti. Lungo la Strada d’Alemagna poi, gli indigeni a Indianapolis, manco per sogno. Passai Tai e Pieve. Passai cento fabbriche di occhiali con i cancelli sulla carreggiata e mille operai abbruttiti dal turno notturno che mi abbagliavano davanti o di dietro. Non mi restava che il distributore di Mario Meneghin, presidente del Club Alpino Italiano, a Domegge. Che mi notassero!

L’avrei fatta lì. Che mi arrestassero, mentre pisciavo sugli erogatori di benzina! Avrei dichiarato: «Un Rolling Stone piscia dove gli pare». Ed in guardina, sbattuto dentro, avrei cantato: «We love you». Ma Meneghin aveva chiuso il piazzale delle pompe con le catenelle. Ripensai: «Minchia!». Poi: «Lozzo, Lozzo!». Tra l’auto e il bagno mi scappò non poca pipì addosso. Feci il bidè e il bucato. Dormii qualche ora. Sciacquai e avvolsi fra gli asciugamani i pantaloni, le calze e le mutande, nel modo in cui mi aveva insegnato il Castoro. Caricai i bagagli nella R4. Tornavo a casa, sotto gli occhi di Venere al mio fianco.

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