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Meno bivacchi tecnologici, più esperienze

A seguito delle preoccupazioni espresse nel nostro post del 29 dicembre 2013, in questa primavera 2015 alcuni fatti ci sottolineano che la (da molti temuta) colonizzazione di Alpi e Appennini attraversa un momento ben “florido”.
Lo confermano una notizia d’attualità (la ricollocazione del bivacco Fratelli Fanton) e il contiguo dispendio di forze dell’informazione.

La storia del bivacco Fanton è assai particolare: negli anni Settanta un bivacco modulo Apollonio veniva approntato per la collocazione a Forcella Marmarole 2661 m. Causa meteo avverso durante l’elitrasporto, venne temporaneamente appoggiato in alta Val Baion in posizione tutt’altro che strategica (1750 m) e mai più ricollocato nel posto stabilito alla Forcella.

Costatate le pessime condizioni in cui versava il manufatto, il 22 ottobre 2014 il CAI Auronzo, in qualità di ente banditore, pubblicava un concorso per la costruzione di un nuovo bivacco a Forcella Marmarole. Nel bando (qui in versione integrale), pur andando meticolosamente a cercare nelle pieghe del suo noioso linguaggio burocratico, non è neppure un cenno allo smantellamento della vecchia struttura.

La zona dell’alta Val Baion (gruppo delle Marmarole)
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A marzo 2015 è la comunicazione ufficiale dell’esito del bando. Si viene a sapere che, tra i ben 273 gruppi partecipanti, ha prevalso il trevigiano Studio DEMOGO (Davide De Marchi, Alberto Mottola, Simone Gobbo) con il progetto di un “volume parallelepipedo scatolare sollevato su soli tre appoggi (dunque facilmente reversibile) che asseconda il declivio inquadrando a cannocchiale la Val da Rin e Auronzo; l’organizzazione interna è in funzione della pendenza, con i posti letto sfalsati a salire rispetto al filtro d’entrata, mentre lo spazio giorno gode del panorama attraverso una grande vetrata”. Si parla 10-12 posti.

La motivazione: La Commissione Giudicatrice valuta positivamente la soluzione progettuale proposta per la grande capacità di inserirsi nel contesto attraverso una corretta lettura dell’orografia e per interpretare questo rapporto anche all’interno (sia nella distribuzione, sia nella ricerca di una vista privilegiata a cannocchiale sullo splendido scenario delle Marmarole, sia nell’organizzazione e divisione spaziale tra ingresso, zona giorno e zona notte), garantendo adeguati spazi e riservatezza ai fruitori della struttura. Inoltre rispecchia pienamente i requisiti richiesti dal Bando di Concorso, per dimensioni, impegno, sostenibilità, reversibilità, limitato attacco a terra in soli tre punti, volume compatto. Ribadendo la validità del progetto, la Commissione raccomanda particolare attenzione nella scelta del materiale di rivestimento esterno in rapporto al contesto, approfondendo l’aspetto della sostenibilità e suggerisce un maggior affinamento della soluzione della scala di accesso.

Ai primi di aprile la rivista ufficiale del CAI, Montagne360, pubblica ben undici pagine sull’argomento bivacchi fissi, con il titolo Novant’anni di emozioni in scatola. Ad una breve storia dei bivacchi (firmata da Luca Gibello), seguono un saggio sull’attuale sperimentazione e un ventaglio di schede delle ultime realizzazioni.

Già l’incipit è chiarificatorio della posizione positivista assunta dall’intero servizio. La volontà colonizzatrice è rivestita da un manto di curiosità sulle possibilità tecnologiche odierne e le viene apposto il cappello del “nessuna alternativa”: Ignoti ai più, e spesso snobbati rispetto alle strutture custodite, i bivacchi incarnano la quintessenza del progetto dei ripari nelle più remote e inospitali Terre alte. Non solo perché debbono bastare a se stessi ma anche perché rappresentano la sfida modernista e razionalista dell’Existenzminimum, ovvero la definizione di uno standard spaziale minimo per l’abitare. Inoltre, sono un prodigio di prefabbricazione reversibile (leggasi: smontabili senza lasciare quasi traccia), mentre a livello formale sono quanto di più astratto si possa pensare per la montagna: nessun tentativo di mimesi con l’ambiente o di ripresa pittoresca dello chalet”.

Inventati dagli accademici del CAI, i bivacchi sono sentinelle dell’abitare estremo”. Chi oserebbe mai dubitare dell’utilità, che dico, della necessità delle sentinelle? Ma di quale battaglia o guerra stiamo parlando, se si evocano le sentinelle? A cosa queste devono fare la guardia? L’impressione è che ci si riempia la bocca di paroloni nella tronfia sicurezza che nessuno possa contraddire. Perché a nessuno sano di mente può passare per la testa che noi andiamo in montagna come alla guerra. Questa usata è un’iperbole che tradisce l’irrazionalità di chi ha un grosso scopo, un obiettivo preciso: edificare. Perché l’uomo non è tale se non edifica, se non colonizza, se non marca il territorio.

Disegno dell’interno del futuro bivacco fratelli Fanton
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Se si isola il contenuto della parte storica dell’articolo (cioè se si ammette e non si concede che costruire bivacchi sia ancora oggi una bella cosa, che l’uomo debba fare assolutamente), allora occorre dire che è ben fatto. Si era partiti dal CAAI, i fratelli Ravelli si erano presi l’incarico di studiare delle strutture fisse da porre in luoghi alti “laddove la limitata frequentazione delle montagne non richieda o l’orografia non consenta di erigere veri e propri rifugi”. Nel gruppo del Monte Bianco, il 27 e il 30 agosto 1925, s’inaugurano il bivacco al Col d”Estellette (dedicato ad Adolfo Hess) e quello al Frébouze.

La realizzazione delle successive strutture è stata perfezionata dopo la Seconda guerra mondiale, quando l’ingegner Giulio Apollonio (all’epoca presidente della SAT) mise a punto il tipo a 8/9 posti che, pur nell’economia di spazio, migliora l’abitabilità e il comfort aumentando le dimensioni (2,29 metri di altezza interna al centro, 2,10 di larghezza interna e 2,63 di profondità, per un volume esterno totale di 15,15 metri cubi). Abbandonando perciò la semibotte Ravelli a favore di un parallelepipedo culminante con una copertura sempre archivoltata e dotato di un sistema di ventilazione. Il modulo Apollonio fu brevettato e diffuso dai tecnici della Fondazione Berti con alcune variazioni, come l’inserimento di uno strato isolante di lana di roccia tra la lamiera e il pedinato interno. E con queste varianti il bivacco Apollonio ha goduto di una fortuna durata fin quasi a oggi.

L’articolo storico in seguito c’informa che già negli anni Trenta l’architetto francese Charlotte Perriand, assieme all’ingegner André Tournon, mette a punto il refuge bivouac, basato su una struttura a telaio in tubi di alluminio leggeri e pannelli di compensato dalle dimensioni standard. Restano invece sulla carta i piani per il refuge tonneau, anticipatori delle soluzioni «futuribili» che vedranno la luce in seguito.

Il bivacco Luca Vuerich, gruppo del Montasio, Alpi Giulie
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E’ alla fine degli anni Sessanta, e soprattutto in Svizzera, che i bivacchi paiono “la più diretta materializzazione di concetti, tecnologie e immaginario legati al mondo dell’aerospazio, che riproduce artificialmente le condizioni di vita all’interno di microcapsule o bolle-membrana”.

E’ vero che si osserva un parallelismo quasi automatico tra i bivacchi e i moduli della coeva conquista del cosmo. Esempi ne sono il bivacco Grassen a St-Niklaus, come quello del Mont Dolent, con scocca sperimentale in poliestere, o il bivacco dello Stockhorn e il Ferrario in cima alla Grignetta.

La panoramica storica si conclude con il famosissimo bivacco Gervasutti, addirittura replicato e moltiplicato alle falde dell’Elbrus.

Nel secondo articoletto, Un concentrato di sperimentazione (di Roberto Dini e Stefano Girodo), viene ribadito che oggi “l’attenzione si focalizza soprattutto sulle tematiche ambientali, e in particolare su questioni come la reversibilità, il rapporto con il suolo e il paesaggio circostante, l’elevata prestazione tecnologica e la sperimentazione sui materiali innovativi”.

Si citano le realizzazioni dell’architetto sloveno Miha Kajzelj: mentre al Grintovec (nei pressi di Lubiana) è un monolite a sviluppo verticale “con il chiaro intento di spiccare nel paesaggio”, il grigio prisma metallico al Kotovo Sedlo “si presenta invece mimetico rispetto al paesaggio roccioso circostante e infilato a cuneo sotto un masso strapiombante”.

Solo a questo punto vi è un accenno al fatto che magari non tutti possono essere d’accordo: “Nonostante una storia fatta di pura sperimentazione fin dal principio, spesso però il connubio tra bivacco e tecnologia viene aspramente criticato dai presunti «puristi» che non vedono di buon occhio l’accrescimento di comfort che si accompagna a quello della tecnica: come però sussiste la necessaria evoluzione della giacca, della corda e dello scarpone che chiunque accetta e utilizza senza porsi particolari questioni vetero-romantiche, al pari esiste la necessaria innovazione nei ricoveri per gli alpinisti”.

Seguono le schede del Luca Vuerich 2531 m (gruppo del Montasio), dell’Arrigo Giannantonj 3167 m (Adamello, installazione prevista nell’estate 2015), del bivacco Col Clapier 2477 m (Alpi Cozie), del Giambatta Giacomelli 2030 m (Vigolana) e del Città di Cantù 3536 (Ortles, installazione prevista nell’estate 2015).

Chi ha spinto per la realizzazione di questo lungo servizio su Montagne360 e lo ha poi realizzato è l’Associazione Cantieri d’Alta Quota, cui è dedicato anche un piccolo box.
Tutto ha avuto origine dal libro di Luca Gibello (Cantieri d’alta quota. Breve storia della costruzione dei rifugi sulle Alpi, Biella 2011, tradotto in francese e tedesco nel 2014 a cura del Club Alpino Svizzero), considerato il primo studio sistematico sul tema. Poi è nata nel maggio 2012 l’associazione culturale, che ha un sito web (http://www.cantieridaltaquota.eu) e la sua pagina facebook.
Con sede a Biella, “ha per scopo la ricerca, divulgazione e condivisione delle informazioni storiche, edilizie, progettuali, geografiche, sociali ed economiche sulla realtà dei punti d’appoggio in alta montagna, luoghi ambientalmente “estremi” per eccellenza. L’associazione intende porsi come osservatorio, piattaforma d’interscambio per tutti coloro che operano in montagna, così come per coloro che la frequentano”.

In conclusione:
L’attuale tsunami continuo di parole che c’inonda da mattina a sera permette che le idee vengano ribaltate per i più diversi usi e consumi.

A chi ritiene che un bivacco fisso trasandato, sozzo e cadente debba essere smantellato senza alcuna sostituzione non è concessa neppure l’esistenza. Come se chi predica (o anche solo pensa) questo fosse di una razza inferiore, un boscimane errante, uno svitato fuori dalla realtà. Neppure citato.

Neppure un accenno alla filosofia della riduzione delle strutture, di un recupero della wilderness, per non parlare di deep-ecology alla Arne Naess (Carneade, chi era costui?).

Quando capiremo che non c’è più alcun bisogno di bivacchi fissi? Mi viene voglia di organizzare una gita al bivacco Perugini (solo per citarne uno), per far toccare con mano come questo sia nel tempo diventato un mini-alcova per coppiette. Mi viene in mente che potrei scrivere un articolo su tutte quelle vicende tristissime accadute perché i malcapitati confidavano nel bivacco fisso e sono partiti a dispetto di meteo infide. Potrei dilungarmi sull’antistoricità di questo fenomeno.

Senza neppure cercare di confutare l’affermazione di Dini e Girodo che taccia di vetero-romanticismo chi vorrebbe strutture spartane e più tradizionali. Sì, perché personalmente sono dell’opinione che dobbiamo smetterla di progettare nuove strutture, spartane o meno, belle o brutte che siano. Dobbiamo semplicemente fare in modo che la natura, almeno in montagna, si ri-appropri dello spazio che le abbiamo rubato.

Tramite la rinuncia ai manufatti, proviamo così a costruire la nostra esperienza.

Il nuovo bivacco Arrigo Giannantonj esposto a Berzo Demo, in attesa della collocazione al Passo di Salarno
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