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Messner dice che il suo alpinismo è fallito?

In questi giorni si parla molto dell’intervista rilasciata da Reinhold Messner a La Repubblica il 6 settembre 2014, dal titolo: Reinhold Messner compie 70 anni: ”Il mio alpinismo è fallito”.
Ciò che fa discutere è la sua affermazione che il suo alpinismo è morto, è fallito. Perché oggi non è più seguito dai giovani.

Qui di seguito il breve filmato dell’intervista, da seguire con attenzione:
http://video.repubblica.it/cronaca/reinhold-messner-compie-70-anni-il-mio-alpinismo-e-fallito/176505/175208

Ora posso tentare di riassumere in pochi ed essenziali concetti quello che dice Messner.

Dapprima sembra esaminare il cambiamento tramite la “parcellizzazione” dell’alpinismo, ma invece di fare un’analisi completa delle diverse attività, probabilmente per esigenze di concisione, si limita ad accennare alla parte competitiva nelle sale al coperto, generando però l’impressione nell’ascoltatore che i giovani facciano solo quello.

Poi denuncia la situazione che si è venuta a creare sia sulle Alpi che in Himalaya, dove le grandi vette sono salite con un tale dispendio di uomini, di mezzi e di attrezzatura preventiva da giustificare il nome di “turismo d’alta quota”. Anche qui Messner, e ammettiamo ancora la tirannia del poco tempo, non accenna alle centinaia di “spedizioni” grandi e piccole che ogni anno vengono fatte alle montagne di tutto il mondo senza alcuna possibilità che possano essere confuse con il turismo.

Das Archivbild zeigt den Südtiroler Bergsteiger und Europapolitiker Reinhold Messner im Oktober 2002 auf der Frankfurter Buchmesse. Nach seiner Besteigung des Mount Everest mit Peter Habeler 1978 überkamen ihn keine Glücksgefühle, die kamen erst nach dem Abstieg auf. Foto: Erwin Elsner dpa (zu dpa-KORR.: "'Angst und Zweifel': Messners Gefühle auf dem Everest-Gipfel" vom 02.05.2003)

Subito dopo pone il tema centrale, cioè il fatto che l’alpinismo tradizionale è ormai “marginale” perché lo praticano in “pochi”, sia pure “bravissimi”.

La conclusione, rapida e incisiva, quanto secondo me affrettata e inopportuna, è che il suo alpinismo, dunque quello tradizionale, è fallito, forse già finito con Walter Bonatti.

Quell’alpinismo che prevedeva l’esplorazione e la lotta con mezzi leali nei confronti della grande montagna “non è più seguito dai giovani” (che qui dunque passano da “pochi” a nessuno, tanto per enfatizzare).

Poi afferma correttamente che la sua generazione è stata fortunata, perché ha trovato terreno ancora vergine e perché nutrita culturalmente da una società che dava speranza ai giovani e credeva in loro. Oggi invece la società offre loro solo “un mondo chiuso, sovraffollato, senza occasioni di lavoro e senza possibilità di esprimere la loro personalità” con imprese e fatti.

Personalmente non trovo, come è stato purtroppo scritto, che Messner sottolinei un’eccellenza dell’alpinismo del suo tempo nei confronti di quello dei tempi odierni. No, affatto, anzi loda quei “pochi bravissimi” che lo fanno e lascia sottintendere che, rispetto ai suoi tempi, molti progressi sono stati fatti. Il problema è che Messner alla fine del discorso (e quindi purtroppo anche nel sensazionale titolo, quest’ultimo non di sua responsabilità) nega l’esistenza stessa di un alpinismo tradizionale odierno!

Questa negazione non risponde al vero. Anche i meno informati possono seguire le cronache di ogni giorno, sui portali internet e sulle riviste specializzate: in mancanza di questi, basta solo seguire annualmente il Piolet d’Or, dove perfino quelle imprese alla fine “non nominate” hanno un valore assoluto che trova il suo posto nella scala evolutiva. Figuriamoci le finaliste!

Le imprese di Matteo Della Bordella, Luca Schiera, Ermanno Salvaterra, Rolando Garibotti, Denis Urubko, Hans-Jörg Auer, Ueli Steck, Andy Kirkpatrick, Leo Houlding, Sandy Allan, Rick Allen, solo per citare in ordine confuso e molto ampiamente incompleto i primi nomi che mi vengono in mente, non sono avventure di tardi epigoni imitatori del grande alpinismo passato: sono grandi imprese d’avventura, a un livello tecnico inconcepibile anche solo venti anni fa. Per non parlare delle grandi imprese in campo puramente roccioso, a livello a dir poco eccelso.

L’informazione al riguardo non manca e se la si consulta con occhio attento e imparziale risulta che i praticanti della disciplina “alpinismo tradizionale” non sono affatto pochissimi e in ogni caso non sono inferiori numericamente a trenta o quaranta anni fa.

Mi dispiace per questa disgraziata intervista di Messner, perché alla fine prende quota il fastidioso sospetto che volesse significare un qualcosa tipo “muoia Sansone e tutti i Filistei!”.

Le sue pluridimostrate capacità di analisi storica e la sua esperienza, non inferiori per qualità alle sue personali e stupefacenti grandi avventure in tutto il globo, in questo caso risultano appannate: credo doveroso da parte sua riportarsi al suo normale livello scrivendo di suo pugno una precisazione. Ne ha di certo le possibilità, e forse anche il tempo… a settant’anni non si dovrebbe essere tutti in pensione?

postato l’11 settembre 2014

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