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Monte Vioz

Monte Vioz
(dal mio diario)

Quando voglio migliorare il mio record d’altezza sono capace di tutto… Ero ancora a Genova, stavo per partire per la Val di Fassa e non sapevo che fare, perché la vetta più alta delle Dolomiti, la Marmolada, l’avevo già salita.

Pensai al Monte Vioz. Sapevo che dal paese di Pejo ci volevano sei ore per andare al rifugio Vioz 3535 m e da lì una ventina di minuti per arrivare a 3644 m, in vetta. Ma non sapevo se ne sarei stato capace.

Dapprima guardai sulle cartine che avevo, poi sulla guida del Touring Club, soltanto turistica, che recitava: “Ascensione al M. Vioz, ore 7-7.30, per alpinisti, facile”. Bisognava vedere cosa s’intendeva per “alpinisti”. Con l’aiuto della Guida dei Monti d’Italia, consultata in biblioteca del CAI, venni a sapere che la cima era coperta di neve e che fino al rifugio arrivava il sentiero n. 105.

Il biglietto del treno per 2 persone Bolzano-Trento, 24 luglio 1962
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Partiamo da Genova per Trento e appena arrivati lì mi precipito a leggere gli orari delle corriere per Pejo. L’unica che può andare è alle 13.15. Non sono ancora arrivato a Soraga che già pianifico il viaggio per Pejo, fattibile solo tra qualche giorno. C’è una partenza da Soraga alle 7.41, con arrivo a Trento alle 9.00. Mi vedo già a passare quattro ore e un quarto a Trento senza poter fare nulla. Con quella corriera si arriverebbe a Cogolo di Pejo alle 16.30. data l’ora tarda, non potrei di sicuro andare a Pejo per fare una ricognizione e trovare il sentiero. Da Cogolo c’è una funivia che porta un po’ in alto ma, dovendo io partire alle 4 di mattina, è inservibile. Ammettendo di essere di ritorno a Cogolo per le 14, potrei prendere la corsa delle 14.05, con coincidenza a Fucine e poi a Malé, col trenino, fino a Trento. Da lì a Soraga con la corsa delle 17.15, che però porta solo fino a Moena. Il resto, a piedi.

A Soraga, dopo molti indugi, si decide per il 24 luglio (1962). La mamma mi dice che il viaggio è costoso (non sa più cosa fare per dissuadermi); dopo infinite discussioni minaccio perfino di andare da solo. Vedo che si può anche passare da Bolzano, Passo della Méndola, poi Malé e Pejo. Questa via è più bella, ma non è sicura, perché non conosco gli orari delle corriere a Bolzano. Altra possibilità è andare a Trento e da lì vedere gli orari del trenino per Malé.

Il 24 è il giorno della partenza, ore 5.25. Il mio zaino è già pronto dalla sera prima. Nella frazione di Zester, dove siamo, cominciano i primi segni di vita del mattino. La giornata è buona promette bene.

Salutati dalla nonna e dalla padrona di casa, partiamo. Superato il passo di Costalunga, il lago di Carezza e le strette gole della Val d’Ega, arriviamo alla stazione delle corriere di Bolzano. Con comprensibile agitazione mi precipito a vedere gli orari. L’unica corriera che collega con Pejo è già partita alle 7, quindi mezz’ora fa. Decidiamo così di prendere il treno per Trento: ne perdiamo uno appena fatto il biglietto, così aspettiamo quello dopo (ore 8.46). facciamo a tempo a girare un poco in città e comprare qualcosa da mangiare.

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A Trento scopriamo che c’è un trenino per Malé alle 10.55. Arriverà a Malé alle 12.45. Di lì coincidenza e arrivo a Cogolo alle 13.30.

Durante il viaggio sono affascinato dalla val di Non, dalla diga sul Noce, dal ponte di santa Giustina. A Malé, coincidenza puntualissima, lo stesso a Fucine. Non siamo arrivati ancora a Cogolo 1173 m che, tra bianche nubi, riconosco il Monte Vioz: il versante su cui salirò è senza neve. Lo mostro alla mamma, poi mi dedico un po’ preoccupato a osservazioni meteorologiche.

Mia madre Fiammetta a Bieno Valsugana, sette anni prima dei fatti raccontati
Fiammetta Amej Gogna a Bieno Valsugana, agosto 1955

Prendiamo una stanzetta all’Albergo Cevedale, quindi mangiamo qualcosa. Dopo, usciamo a gironzolare nei dintorni, molto belli, in attesa della corriera per le Fonti di Pejo delle 15.03. Lì giunti voglio assaggiare l’acqua minerale e la trovo buonissima. Poi cerco il sentiero 105, con successo. Il cartellone delle gite dà il Monte Vioz a otto ore. Per fortuna che è un cartellone per mediocri camminatori, altrimenti…

Ci sediamo su una panchina sotto un grande larice. Il tempo purtroppo non promette molto bene. Alle 17.40 c’incamminiamo verso Cogolo.

La sera, dopo mangiato, finisco gli ultimi preparativi; dal bagno vedo in cielo grandi nuvoloni. Poi mi stendo a dormire, ma non mi addormento subito.

Sveglia alle 3.25. E’ curioso che, due ore dopo aver suonato per me, la sveglia si fermerà, come mi ha poi riferito la mamma. Che l’ha trovata ferma sulle 5.20!

Comunque mi alzo e, un po’ insonnolito, vado a vedere il tempo. Tutto nuvolo. Mi preparo, mi carico del sacco pesantissimo, saluto la mamma e scendo per le scale. Sono le 3.57. Non fa freddo, anzi si sta bene. Passo davanti alla centrale elettrica, illuminata per via del lavoro 24 ore su 24. Il cielo continua a essere completamente coperto, senza un alito di vento: il limite della nebbia è all’altezza di Pejo. Sono agitato.

Il Monte Vioz visto da Cogolo di Pejo in una foto dei tempi attuali
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Cammino sulla carrozzabile tra le conifere e sento il rumore del torrente in basso. Questo pian piano si avvicina, così scorgo il ponte per il quale volevo passare. Scendo due-tre metri dalla carrozzabile e oltrepasso il ponticello di legno, un po’ traballante. Prendo un sentierino tra i prati, ma questo si perde subito costringendomi a scarpinare nell’erba fradicia di rugiada per raggiungere due fienili in un prato molle d’acqua. Cerco un qualche sentiero senza trovarne. Poi, indispettito, prendo su diritto. La monotonia della salita accentua la preoccupazione per il tempo.

Finalmente imbrocco il sentiero per Pejo, poco prima del paese. A una fontana chiedo informazioni a un contadino. Alle 5.01 prendo il sentiero 105, subito dopo la chiesa. Comincio a salire per una mulattiera larga, poi incontro una donna alta, sulla sessantina, che alle mie domande risponde che il tempo sarebbe rimasto così. Ringrazio e proseguo: a un bivio prendo la strada di destra, seguendo i segni rossi. Ho da qui il panorama su tutta la valle, ancora immersa nel sonno. Dopo la zona di Malasicia entro nel bosco del Gaggio. Dal basso vedevo proprio lì la nebbia, invece mi accorgo che ci si vede benissimo. Sono a 1756 m, conto che ne ho già fatti 583 e che me ne rimangono, solo fino al rifugio, altri 1779. Incontro un tubo enorme, sotto il quale devo passare. Senz’altro è una conduttura d’acqua, forse per la centrale. Dopo quest’oltraggio al paesaggio, la mulattiera continua immutata. Quando sono a una svolta, penso sempre di vedere Malga Saline, ma non è così.

Il rifugio Mantova al Vioz, ristrutturato nel 1992
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Guardo il cielo, sempre uguale; guardo la nebbia, sempre a pochi metri da me. Finalmente sbuco nel prato della malga. Ai 2088 m di questo posto sento spaccar legna e conversare di persone, tre montanari. Chiedo quanto manca al rifugio e mi rispondono quattro ore. Dopo i prati della malga, ancora nebbia: sensazione di vuoto, d’inutilità di ciò che sto facendo. Ora la mulattiera è diventata sentierino. salgo sempre più di malavoglia, avvicinandomi alla Cima del Vioz 2503 m, da non confondersi con la mia meta. Cammino per vallette prative intersecate da ruscelletti. Mi accorgo che il tempo non è più così brutto. Se mi volto indietro vedo solo una coltre di nebbia, ma se guardo sopra di me… vedo quasi il sereno! Ora vedo anche la mia cima, illuminata dal sole. Che felicità! Vedere la meta lassù, io ancora immerso nella nebbiolina. Subito cammino con più lena, e dopo infiniti tornanti su quella vasta distesa di prato ai confini tra i Pian di Larei e i Saroden raggiungo le prime roccette sotto la Cima del Vioz. L’ambiente diventa più severo, specie quando arrivo nella zona dei grandi massi sotto alla Cima di Rocca. Dopo uno spuntino, continuo per il sentiero ben curato. Fino a che rivedo la vetta e la bandiera del rifugio. Ora mi raggiunge il primo raggio di sole, che mi accompagnerà per tutta la gita. Accanto al Dente del Vioz 2901 m passo delle placchette di neve molto dura; passo anche una specie di cengia ricolma di neve e assai esposta. Ora non c’è più cresta, bensì una larga dorsale a scalini. Dopo moltissime serpentine la supero, solo per incontrarne una seconda e poi una terza. Su quest’ultima oltrepasso la quota 3342 m e perciò supero il mio stesso record d’altezza della Marmolada. Non manca molto al rifugio, mi divide da lui solo una massa di macigni accatastati, oltre la quale è lo spiazzo del rifugio, accanto alla chiesetta più alta d’Europa. Rumori di voci e di can che abbaia. Sono le 9.05, cinque ore dopo la mia partenza. Salgo le scale ed entro. Sono a 3536,6 metri e quindi non ho ancora battuto il record dell’amico Gian Filippo Dughera: ma quando salirò alla cima, lo batterò largamente…

Arrivo in vetta al Monte Vioz (foto attuale)
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Mi si fa incontro il giovane gestore: ordino un brodo e un tè. Dopo essermi rifocillato, esco per conquistare la cima, armato di macchina fotografica. Dopo altri massi, arrivo in cresta. Mi sporgo sulla neve: vuoto. Ho paura d’essere su una cornice e mi ritiro precipitoso. Ancora una ventina di metri e sono in cima. Monto sulla roccetta più alta, a 3644 m. Vicino sono delle sbarre di ferro contorto: così non esito a salire anche su quelle, il massimo che posso raggiungere.

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Il cielo è di un blu cupo, grande contrasto con la massa di ghiacciai vicini e lontani. Scatto delle foto e prendo un sassolino per ricordo. Ora non ho più niente da fare sulla cima, perciò ritorno al rifugio. Ripreso lo zaino, pago ed esco. Nella monotona discesa incontro due comitive e non vedo l’ora di essere a Cogolo. Nei pressi di Pejo, incontro ancora il contadino che era stato gentile con me e lo informo del mio successo. Lui sorride.

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Arrivo a Cogolo alle 12.55. All’albergo mia madre non c’è, ha lasciato detto di essere già andata a Malé. Ritrovatala, arriviamo col trenino a Trento, ore 16.30. Come previsto, partiamo con l’ultima corriera delle 17.15, passando per la lunga Val di Cembra e arrivando però solo fino a Moena. Con pazienza c’incamminiamo per Soraga e Zester, dove arriviamo alle 21. Dopo la cena e i racconti alla nonna, mi metto a dormire. La gita è fatta, la cima raggiunta, il nuovo record stabilito e sono tornato a casa. Ma non è proprio così, perché solo il corpo è ritornato: l’anima, il pensiero e la volontà sono ancora lassù che errano tra vette e ghiacciai immani.

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