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Mustafà e la Principessa di Cime Tempestose

Tra le sue molteplici attività, ogni tanto Marco Pedrini scriveva. Produceva poco, è vero, ma tutto sommato possedeva una discreta penna. Di inedito, dopo la sua morte, non è rimasto praticamente nulla. E in ogni caso i suoi scritti non sono conosciuti più di tanto. Proprio per questo riproponiamo un suo racconto assai interessante, già pubblicato in Svizzera, poi su Scàndere 1985 e su Rivista della Montagna, n. 101, ottobre 1988.

Mustafà e la Principessa di Cime Tempestose
di Marco Pedrini

C’era una volta in un paese lontano lontano, una bellissima principessa che viveva con suo padre, il sovrano del reame di Cime Tempestose, in un grande castello. Dovete sapere, miei cari e piccoli lettori, che questo castello non si trovava in una città oppure su un’isola, bensì in cima alla più alta ed inaccessibile fra le tante guglie di Cime Tempestose. Le sue pareti erano così lisce che nemmeno gli uccelli vi si potevano posare, e così alte che pur inclinando fortemente la testa all’indietro non se ne scorgeva la sommità.

Su ciascuna delle alte torri sorgeva pure un castello, abitato dal suo signore e dalla sua famiglia, mentre il resto del popolo viveva nella cittadina della pianura, che come per contrasto alle torri di roccia, era tutta pianeggiante e fiorita, ricoperta com’era da piante e coltivazioni.

La copertina del numero della Rivista della Montagna che ospitò lo scritto di Marco Pedrini
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La vita del reame scorreva tranquilla e serena. Un solo avvenimento poteva scuotere tutti gli abitanti del paese: l’annuncio del matrimonio della figlia di uno dei signori. Il pretendente, per meritare la mano della futura compagna, doveva raggiungere la cima della guglia scalandone le pareti, e più la candidata a nozze era bella, più la parete scelta doveva essere difficile.

Narra la leggenda che al fondatore del paese fosse stata data come sposa una dea, ma che per esserne degno, egli avesse dovuto raggiungerla sulla cima di una montagna circondata da tremendi precipizi, e dove nessun sentiero conduceva. L’uomo superò la prova, sposò la dea, in quel luogo costruì il suo castello e fondò il suo paese, che chiamò «Reame di Cime Tempestose». Molti anni più tardi il sovrano e la regina volarono in cielo, ma non scomparve il costume che per meritare una moglie, bisognava scalare la parete della montagna sulla quale essa viveva.

Da intere generazioni quindi, sin da giovane età, i figli dei signori, oltre a cavalcare, danzare e usare le armi venivano istruiti nell’arte dell’arrampicamento e nella conoscenza degli strumenti necessari: corde, scarponi, chiodi, moschettoni e scale. Aver conquistato l’innamorata scalando la parete del suo picco costituiva il più grande motivo d’orgoglio che un signore poteva vantare, di gran lunga superiore all’aver vinto o aver ucciso un drago gigantesco.

Ogni mezzo e tecnica di progressione erano quindi validi pur di raggiungere la cima della torre: chiodi e cunei da conficcare nelle crepe della roccia, e su cui poi innalzarsi faticosamente, corde, scale, ecc. Si diceva pure che in certe imprese, dove la roccia era così liscia da non poter neppure aggrapparsi con la punta delle dita, venivano praticati dei fori ove conficcare una piccola stanghetta di metallo, sulla quale ci si poteva quindi innalzare. Voi capirete, miei cari lettori, che una simile attività era prerogativa esclusiva dei signori dei castelli, non solo per l’impossibilità di reperire il costoso materiale necessario, mai più utilizzato dal signore vittorioso, ma gelosamente conservato per essere poi consegnato – a tempo debito – al figlio primogenito, ma anche per l’assenza di una parete anche di pur modeste dimensioni, nella vallata, dove poter imparare la difficile arte dell’arrampicamento.

La più alta conformazione rocciosa nel raggio di molte miglia della cittadina, era infatti un semplice sasso, che misurava sì e no 5 pollici d’altezza.

Ricorreva quell’anno il ventesimo anniversario della principessa Virginea – quello era il suo nome – anno quindi per lei importantissimo, poiché era costume che le donne si sposassero entro e non oltre tale data, pena rimanere zitelle per tutta la vita. Ma essendo Virginea la più bella fanciulla del reame, la parete da scalare sarebbe stata quella di levante, la più liscia e inaccessibile.

Si narra che solo una volta, molte e molte lune addietro, era stata data la scalata a quella parete, poiché in palio era la mano di una principessa la cui beltà era conosciuta sin oltre i sette mari e i sette deserti. Ma dei numerosi concorrenti nessuno riuscì a raggiungere il castello, cosicché scaduto il tempo massimo – decretato dal solstizio d’autunno – la fanciulla si trovò a dover vivere da sola per tutto il resto della sua vita.

Tutti i signorotti si preparavano all’impresa, anche se in ognuno di loro, dietro la spavalderia, si celava il timore di affrontare la parete impossibile.

Non mancava molto tempo infatti, al solstizio di primavera, l’inizio della stagione buona, e data d’inizio del grande concorso. Le sacre regole – contenute nel libro degli antichi – parlavano chiaro: – chiunque potrà prendere parte al concorso usando qualunque artificio in suo possesso, anche se le leggi cavalleresche dovranno essere osservate in qualunque momento. Chi per primo raggiungerà, entro e non oltre il secondo solstizio, il castello per la parete di levante, riceverà in isposa la principessa Virginea.

Nella cittadina della pianura viveva un giovane, di nome Mustafà, alto, forte e coraggioso, ma ahimè non nobile. I suoi riccioli neri non passavano certo inosservati tra le ragazze della sua città, ma il suo cuore batteva soltanto per gli occhi della principessa.

Essi si erano visti solamente quando Mustafà venne inviato a consegnare una missiva al castello, raggiungibile unicamente per un sentiero incredibilmente irto e difficoltoso, e quando il Re era sceso – accompagnato dalla figlia – per parlare al suo popolo. Ciò nonostante i due si erano innamorati perdutamente l’uno dell’altro; ma le antiche tradizioni avrebbero impedito loro di sposarsi – a meno che Musfatà non fosse riuscito a superare la terribile parete prima di tutti gli altri. Ma come era possibile ciò? si chiedeva Mustafà, e vi chiederete anche voi, miei piccoli lettori, visto che egli non possedeva il materiale e se anche ne fosse entrato miracolosamente in possesso, non aveva la più pallida idea di come si utilizzassero le corde o si conficcassero i chiodi.

Un giorno Mustafà aveva avuto notizia – da un mercante girovago – che, nella foresta oltre il grande fiume, viveva un vecchio uomo venuto da molto lontano: addirittura da una valle del nuovo mondo, nella quale sembrava vi fossero picchi e pareti altissime e lisce, il tempo sempre bello, gli alberi giganteschi e secolari e i raccolti abbondanti. Ma quel che più era strano era che gli abitanti della valle, o almeno i più forti e coraggiosi, salivano su per quelle pareti, a rischio magari anche della vita, senza che nessuna donna li aspettasse sulla cima.

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Immediatamente Mustafà intraprese il viaggio sperando di dare una soluzione ai suoi problemi. Dopo alcuni giorni di cammino riuscì finalmente a scovare il vecchio al quale raccontò tutta la storia chiedendogli consiglio.

«Vedi Mustafà – rispose il vecchio – ti separa dalla tua annata una parete liscia e per adesso inaccessibile, eppure tu non la devi considerare tua nemica e magari cominciare ad odiarla.

Non è certo colpa sua se si trova sul tuo cammino, dove si trovava già molte lune prima che tu o la principessa veniste al mondo. Questa parete la dovrai considerare in quanto tale, rispettarla e amarla per la sua natura. Nella valle da cui provengo, queste cose le abbiamo capite già da un pezzo, ed è per questo che riusciamo a scalare le nostre pareti, anche e soprattutto dove esse si presentano così lisce e repulsive da sembrare impossibili ai profani.

Rispetta dunque la tua parete e lei ti ricambierà; amala se puoi e lei si lascerà salire da te, come la donna si concede solo al più sincero dei suoi corteggiatori, e non al suo nemico. Rispettare la parete significa anche evitare di conficcarvi inutili chiodi o scale in una progressione più simile a un calvario che non ad un piacere terreno o spirituale. Madre natura ti ha dato braccia forti e gambe muscolose, mentre la parete ti offre appigli e prese a sufficienza.

Impara a fare buon uso di tutto ciò e vedrai che basterà. Tu ora stenti a credere che sia possibile salire con il solo ausilio di mani e piedi dove la roccia si presenta liscia e verticale, ma si tratta dello stesso stupore provato dal profano di fronte a un saltimbanco o a un mangiatore di spade, che a lungo devono esercitarsi, prima di poter eseguire il loro numero con disinvoltura.

Tieni, questi sono per te, li ho sempre conservati in ricordo delle mie imprese più belle, ma è giunto il momento che servano nuovamente a qualcosa. Con i tuoi sandali non potresti certo andare lontano».

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E senza smettere di parlare egli porse a Mustafà delle strane calzature dalla suola nera e liscia, dei cubetti di metallo di varie forme e dimensioni, su cui aggrapparsi dopo averli infilati nella roccia, quando gli appigli non sarebbero stati sufficienti, una pozione dal profumo forte e delicato da ricordare i misteri dell’oriente, da spalmare sulle mani per rendere la pelle dura come una corazza, e soprattutto una polvere bianca da usare solo – così egli disse – nei momenti di estremo bisogno. Indi iniziò a mimare tutta una serie di movimenti e posizioni, come se davvero stesse scalando una roccia altissima, con una sicurezza e precisione che lasciavano intuire che grande maestro egli doveva essere stato in quella difficile arte, accompagnando ogni gesto con nomi e spiegazioni diversi l’uno dall’altro, ma che ormai non ricordo più. I suoi occhi presero a brillare di una strana luce e il suo sguardo pareva correre lungo le pareti e su per i picchi della sua valle lontana.

«Tutto questo va bene – replicò Mustafà – ma come faccio a mettere in pratica i tuoi insegnamenti se non dispongo di una roccia più alta di un bimbo appena nato? Non ho neppure il tempo di recarmi nella tua valle, se davvero essa è così lontana come dici, per imparare a salire là dove ai comuni mortali è vietato per natura?».

«Caro Mustafà – rispose il vecchio – tanti piccoli sassi possono formare una grande parete molto alta, così come tanti granelli di sabbia possono formare un intero deserto. Raccogli perciò moltissimi sassi e costruisci un muro presso casa tua, sul quale imparare a salire usando solo mani e piedi, fin quando questo è possibile. Anche se le prime volte ciò ti sembrerà estremamente difficile e il muro ti ricaccerà continuamente al suolo, alla fine imparerai a muoverti con sicurezza ed eleganza anche sul piano verticale, come ora già ne sei capace in quello orizzontale. Imparerai anche a dominare la paura del vuoto, in modo da poter affrontare qualunque passaggio al meglio delle tue possibilità. Ricordati infatti che se anche la parete della torre sarà cento o mille volte più alta di quella che costruirai, le difficoltà vere e proprie non aumenteranno con l’aumentare dell’altezza alla quale essi si troveranno. Ora vai, ma non dimenticare che più ti preparerai a questa impresa e più inizierai a voler bene alla parete e più l’affronterai a cuor leggero».

Di ritorno alla cittadina, Mustafà mise al corrente gli amici delle istruzioni ricevute, e subito tutti si misero ad aiutarlo nella costruzione del muro, secondo quanto detto dal vecchio. Non appena questo fu ultimato, il giovane si provò a scalarlo, ma per quanti sforzi facesse, non gli riusciva di raggiungere un’altezza superiore a quella toccata spiccando un semplice salto. Solo allora si ricordò delle cose ricevute, e seppur scettico, si infilò quelle strane calzature, così strette e corte da fargli un male terribile ai piedi, ed il miracolo avvenne: in pochi secondi egli raggiunse la sommità del muro, anche se nel punto dove le prese erano più grosse e vicine. Il suo cuore iniziò a battere forte e il suo pensiero corse immediatamente alla sua amata, ora non più così lontana e irraggiungibile come gli sembrava fino a poco prima.

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Nei giorni successivi la sua abilità cresceva a vista d’occhio, le sue dita erano diventate forti come il ferro e grazie alla pozione dure come una corazza.

Egli poteva muoversi tra un appiglio e l’altro con una sicurezza e facilità degna di un gatto. Nessun passaggio gli resisteva più, neppure quelli situati molto in alto: li osservava a lungo procedendo per tentativi, scendeva poi sino a un buon appiglio dove riposare braccia e dita, quindi riprovava sino a sferrare il tentativo vittorioso.

La notizia del giovane che si preparava per il grande concorso giunse però anche alle orecchie dei signori dei vari castelli, i quali mandarono un ambasciatore del re per chiedere di proibire a Mustafà la partecipazione alla prova.

«Le scritture parlano chiaro – disse il Re, la cui equità era ben nota – chiunque può partecipare, quindi anche Mustafà! Sarà la parete stessa a determinare il suo valore e a decidere chi dovrà essere il vincitore».

Giunse finalmente il solstizio di primavera: l’inizio della grande gara. Tutti i concorrenti, Mustafà compreso, si ritrovarono ai piedi della parete di levante, inutile dire che il suo equipaggiamento ridottissimo, ma soprattutto le sue strane calzature erano oggetto di curiosità e anche di scherno da parte dei suoi avversari, coperti di corde e chiodi sino ai denti.

Molto più in alto, sulla cima della guglia, il cuore di Virginea batteva per il suo amato, temendo non solo l’abilità e la perizia di certi concorrenti, ma anche i grandi rischi che lo attendevano.

Il primo raggio di sole diede il via. La parte iniziale non era molto difficile, le prese erano sufficienti e ben salde. Mustafà aveva in breve distanziato gli altri concorrenti, notevolmente appesantiti dalla grande quantità di materiale che portavano con sé. Tempo dopo, il giovane raggiunse una zona dove la roccia diventava molto compatta. I soli punti deboli erano delle crepe regolari e parallele, ma anche lisce e repulsive, che la solcavano, fino a dove molto più in alto, riapparivano nuovamente gli appigli, tanto necessari alla progressione. In realtà il vecchio aveva parlato di un sistema per salire avvalendosi solo di queste crepe dove incastrare mani e piedi, ma per quanto egli provasse, riusciva solo a rovinarsi le dita e le mani, senza progredire di una sola bracciata. La soluzione venne coll’idea di scendere al suo muro, costruirvi una fessura identica a quella della parete e lì imparare a salirvi senza rischiare una caduta mortale. Gli altri concorrenti erano intanto giunti anche loro alla zona delle crepe, e subito avevano iniziato a salire conficcando grossi chiodi – uno dopo l’altro – profondamente nella roccia.

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La loro ascesa era lenta ma continua, e col passare dei giorni essi si avvicinavano sempre più alla terza parte della grande muraglia. Quando finalmente Mustafà riuscì a salire e scendere con sicurezza la fessura ricreata nel muro, ritornò alla parete e velocemente ne superò la prima parte, che già conosceva, per poi raggiungere le fessure che lo avevano respinto; i suoi movimenti erano ormai veloci e sicuri, le sue mani si incastravano tenendo come e meglio dei chiodi degli avversari. Dove essi avevano impiegato molti giorni Mustafà salì in poche ore, raggiungendo così pure lui la terza parte, quella costituita da placche compatte, che seppur non molto ripide, erano lisce come il vetro. Alcuni concorrenti avevano ormai già rinunciato, ma i più forti erano ancora ben agguerriti, e quel che era peggio, ben più alti di Mustafà. Alcuni avevano usato, per superare le placche, quei chiodi da infilare nei fori praticati nella roccia. Il sistema era lentissimo, ma l’avanzata assicurata. Grazie alle suole lisce e molto aderenti, Mustafà poteva salire passando accanto ai buchi praticati dagli altri senza doversene servire.

Nella quarta parte la parete ridiventava verticale, e le crepe così sottili che non si poteva neppure infilarvi la punta delle dita. Mustafà usò allora i dadi di metallo più piccoli che aveva ricevuto, e subito dopo essersi issato su di uno poteva velocemente e silenziosamente ritirare il sottostante.

Inoltre, mentre lui poteva anche usare i chiodi piantati dagli altri ma non recuperati, gli altri non potevano fare lo stesso, poiché lui riusciva a recuperare i suoi dadi di metallo. Il più forte degli avversari aveva intanto già raggiunto la parte terminale della parete, quella che dava l’accesso alla cima della guglia su cui sorgeva il castello. Questa parete non era molto alta, ma così liscia e compatta che sembrava davvero impossibile. Nonostante i suoi tentativi egli non riusciva più a progredire nemmeno di un solo pollice, e a Mustafà sembrava di non riuscire neppure a piantare i suoi chiodi più sottili, poiché le fessure e le crepe anche più piccole erano completamente scomparse. Per utilizzare i chiodi speciali, dopo aver praticato i fori necessari, non restava ormai tempo a sufficienza. I giorni si erano già accorciati e presto sarebbe arrivato il solstizio d’autunno, termine ultimo della prova. Quando anche Mustafà raggiunse la parete terminale, erano rimasti solo loro due; tutti gli altri concorrenti avevano ormai rinunciato all’impresa. Ma lì capì perché il suo avversario non aveva potuto proseguire: un muro liscio sbarrava loro la via, niente fessure, niente crepe, gli appigli non erano degni di tale nome, così piccoli e lontani com’erano, che le dita non riuscivano neppure ad afferrarvisi; neppure le scarpe così aderenti bastavano da sole perché le dita scivolavano irrimediabilmente sulle prese.

Seppure con un po’ di titubanza, Mustafà estrasse il sacchetto della polvere bianca e vi intinse le dita. La vista di una figura femminile, lassù tra le mura del castello, gli diede nuova fiducia e vigore.

Grazie alla polvere del vecchio, le dita ora aderivano perfettamente agli appigli, anche quelli più sottili e scivolosi. A poco a poco Mustafà si innalzava lungo quel muro impossibile, generando stupore e disprezzo nell’avversario che naturalmente non poteva seguirlo.

«Inganno, inganno, è sleale quel che fa – si mise a gridare quest’ultimo verso il castello, dove nel frattempo era apparso il sovrano – il mio avversario usa una polvere magica per salire la parete, e quindi deve essere squalificato».

«Non è magica – rispose Mustafà – e d’altronde ne puoi usufruire anche tu, attaccandoti agli appigli che ho utilizzato io e sui quali è rimasta un po’ di questa polvere».

Egli vi si provò, ma ugualmente non riuscì a proseguire di gran che, poiché le sue dita si aprivano come fossero di burro e i suoi pesanti scarponi grattavano la roccia senza peraltro trovarvi una presa. Mai nelle sue preparazioni aveva incontrato difficoltà simili e tantomento aveva visto qualcuno salirvici sopra.

«È sleale, c’è un trucco» – riprese allora. Rispose il Re, facendo nuovamente prova di grande saggezza: «Qualunque artificio è concesso, e d’altronde questa polvere non è di certo peggiore dei buchi da te praticati nella terza parte della parete».

Mustafà intanto seguitava a salire e più saliva più sentiva crescere in lui il piacere di trovarsi lassù, e di salire come una mosca su di un vetro. Molti dei movimenti assomigliavano a quelli esercitati sul suo muro, altri invece li inventava sul momento. Intanto si sentiva che la roccia non gli era più per niente ostile, anzi sembrava contraccambiarlo presentandogli ogni volta un appiglio al punto giusto, una presa dove sembrava invece non esserci più niente cui appoggiarsi. Neppure il grande vuoto tra le gambe lo turbava più. Gli tornarono allora alla mente le parole del vecchio e decise allora che tutte queste sensazioni erano così belle e forti che non avrebbe potuto tenerle per sé, ma una volta in cima ne avrebbe parlato a tutti, cosicché anche altri un giorno ne avessero potuto gioire. In breve raggiunse la cima della parete, dove trepidante lo aspettava Virginea. Lassù i due giovani si baciarono a lungo, appassionatamente, finché il Re interruppe proclamando a tutti la data delle nozze, fissate al sorgere della prossima luna.

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Durante la festa data in loro onore per l’annuncio del matrimonio, e alla quale erano stati invitati tutti gli abitanti di Cime Tempestose, Mustafà si mise a raccontare la sua lunga storia e terminò dicendosi pronto a insegnare a chiunque volesse provare ciò che egli aveva imparato nell’arte dell’arrampicamento, grazie alle lunghe esercitazioni fatte sul muro presso casa sua.

«Il mio muro è una piccola parete e non vuole certo pretendere di sostituirsi a un’intera montagna, ma forse potrà aiutarvi a meglio capire e affrontare quest’ultima, come un pizzico di sale non può sostituire il vostro pranzo, ma può però renderlo di miglior gusto».

Per primo si fece avanti uno dei concorrenti, che avendo potuto osservare da vicino Mustafà mentre scalava la parete, affascinato dalla sua grande bravura, voleva provare personalmente quanto affermato dal giovane. A poco a poco parecchi cittadini si misero a provare, e poi anche tutti i concorrenti battuti, abbandonando però chiodi e scarponi nei loro armadi.

Persino l’avversario più agguerrito, colui che aveva gridato al trucco, convinto da un amico vi si cimentò, e in breve divenne uno dei più forti arrampicatori del reame.

Il consiglio dei 10 saggi venne allora riunito per cambiare la tradizione dello sposalizio, visto che ormai la gente saliva sulle pareti e sulle montagne, non più per conquistare una donna, ma per il piacere intrinseco alla scalata stessa, e più la parete era difficile, più il piacere era grande.

Mustafà dal canto suo venne nominato «sommo arrampicatore» oltre che principe e cavaliere dell’Ordine dei Giusti. Da allora le fanciulle smisero di vivere in cima alle torri e di rischiare di rimanere zitelle per tutta la vita, anzi qualcuna si cimentò pure nella scalata delle rocce, in compagnia del marito.

Al sorgere della nuova luna vennero infine celebrate le nozze tra Virginea e Mustafà, che per tanti e tanti anni continuarono ad amarsi, e nel reame di Cime Tempestose tutti vissero felici e contenti.

Voi capirete, miei cari lettori, che cose del genere possono succedere solo nelle fiabe, eppure chi mi raccontò questa storia lo fece con tanta bravura che per un momento mi parve una cosa successa per davvero.

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