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Nel vento e nel ghiaccio

Nel vento e nel ghiaccio: Cervino, un viaggio nel mito
recensione al libro di Paolo Paci (Sperling & Kupfer, 2015)

Sento d’essere in buona compagnia, lo so. L’amico Paolo Paci ha deciso che posso raccontargli qualcosa di credibile sulla storia della Gran Becca. Da quando si è messo in testa di scrivere un libro sul Cervino, nell’occasione del suo 150°, da buon giornalista e scrittore fa di tutto per non assomigliare agli innumerevoli autori che l’hanno preceduto.

Così ha chiacchierato con Enrico Camanni, che tanti anni fa si era fatto le ossa al cospetto di quella montagna e che ha messo il Cervino al centro di più d’uno dei suoi romanzi; è andato alla ricerca delle tracce londinesi di Edward Whymper; e poi ha girato per Cervinia e per Zermatt alla caccia di un significato, grattando sotto alle attuali valenze turistiche; ha incontrato Hervé Barmasse e tanti altri.

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Ha proceduto in un insolito cammino che prevedeva anche la sua personale salita del Cervino, osteggiata dall’estate pessima e impietosa del 2014. Ma soprattutto ha fatto riflessioni su questa montagna e sul mondo circostante, dallo sport al marketing, dall’alpinismo all’immagine. Poco importa se ha riflettuto a Finale Ligure o al Giomein: è stata una full immersion nell’icona Cervino, con un distillato d’impressioni del tutto personali, spesso originali.

La mattinata che ho trascorso con lui a parlare di storia alpinistica ha avuto un carattere strano. Non era una lezione a un allievo desideroso di apprendere. Non era neppure una chiacchierata tra pari. E’ stata una reazione chimica, una trasformazione di idee, come se quanto io raccontavo fosse immediatamente trasformato in qualcosa di leggero, giornalistico, curioso.

Ciò che dicevo sarebbe stato trasformato da una sostenibile leggerezza dell’apprendere, del tutto insolita. Di certo propria di un giornalista che ama la montagna e l’arrampicata ma che ha trascorso una vita a scrivere per le migliori riviste di viaggio italiane, dove ogni riga dev’essere dieteticamente digeribile ma non può essere scontata. Spesso i virtuosi di quest’arte scadono nel fuoco d’artificio, nello scoppiettio pluricromatico di racconti e immagini che passano disinvolti dalla mitizzazione al suggerimento. Era questo il mio timore? No, perché sapevo come Paci interpreta e traduce, e assai probabilmente vive, le informazioni che cerca e suscita. Sapevo della sua leggerezza che non scade mai nella superficialità. Superficiale è chi ha poco da dire e dice lo stesso; invece la leggerezza si manifesta quando ci sarebbe molto da dire ma si vuole dare spazio al lettore e alla sua fantasia. Ai suoi sogni.

Saper condensare 150 anni di storia e la debordante attualità d’immagine del Cervino in un libro godibile e di dimensioni contenute non è compito facile. Ve lo dice uno che soffre a tagliare, scartare, selezionare. Ve lo dice uno che ritiene importante qualunque dettaglio e non vi rinuncia facilmente. Ma so ammirare tutti coloro che fanno selezione e che con pochi colpi di martelletto sanno estrarre la statua viva che è nascosta in un blocco di marmo.

Paci non è prevedibile. Quando racconta la sua intervista al sindaco di Valtournenche, la sua posizione sul ventilato progetto di costruzione di impianti funiviari nel vallone delle Cime Bianche è assai sfumata, quasi reticente. Quando invece tira un po’ di conclusioni generali su ciò che di mitico il Cervino possa ancora conservare al giorno d’oggi, allora improvvisamente si scalda e si lascia andare a una fantasia stupenda.

Ricordo di aver parlato con lui dell’inopportunità di insistere tanto sul record di Jornet Burgada e non sono in grado di stabilire se sono riuscito a influenzare Paci o meno. Ma questo non è importante, perché sta di fatto che lui scrive:

Intanto il comune di Valtournenche continua a celebrare Kilian Jornet Burgada come il testimonial che rilancerà l’im­magine del Cervino nel mondo. Io ho l’impessione, al con­trario, che quello del giovane ultrarunner catalano sia stato l’ultimo colpo di piccone al fascino della montagna. Al suo mistero. Fossi il responsabile marketing di Cervinia, e meno male che non lo sono, metterei le ascensioni in moratoria per novantanove anni. Divieto assoluto, non solo di scalare, ma anche di fotografare, di filmare, di sorvolare. Finché la vetta non riacquisterà l’originaria sacralità e tornerà a essere la casa dei geni. La dimora di Shiva, come il Machapuchare. La sede degli spiriti guardiani dei navajo, come il Totem Fole. L’Olim­po di Zeus. Scegliete l’entità che vi sta più simpatica, basta che sia divina”.

Paolo Paci
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Paolo Paci, giornalista e scrittore, ha collaborato con le maggiori riviste di turismo, quali Bell’Italia, Bell’Europa, Viaggiesapori, con articoli e reportage di arte, gastro­nomia, culture alpine. Ha inoltre diretto VS Viaggiare, Scoprire e La Cucina Italiana. Alpinista e arrampicatore, ha ripercorso molti itinerari classici delle Alpi su roccia e ghiaccio e pubblicato articoli e raccon­ti su varie testate alpinistiche, fra le quali Meridiani Montagne, la Rivista della Monta­gna, la Rivista del Club Alpino Italiano e Lo Scarpone. E’ autore di Evitare le buche più dure (Feltrinelli, 2006), Il deserto dei non credenti (San Paolo, 2011) e di alcuni manuali di alpinismo.

 

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