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Oltre la Verticale

Oltre la Verticale

Vi presentiamo l’introduzione, a firma d’uno dei massimi esperti dell’argomento, alla guida Oltre la Verticale, di Diego Filippi e Giuliano Bressan. La guida, freschissima di stampa ed edita da Vividolomiti Edizioni, propone 105 itinerari di arrampicata artificiale e mista dalle Alpi agli Appennini.

Arrampicata artificiale in Dolomiti: quale il suo destino?
di Marco Furlani

Prima del secondo conflitto mondiale le Dolomiti furono palcoscenico di quel teatro dove la tecnica di scalata su roccia aveva raggiunto livelli impressionanti, l’epoca d’oro del sesto grado.

Oltre--la-Verticale-COVER artificiale4giuE’ anche vero però che fino a quel momento non era ben chiara la differenza fra l’arrampicata libera e quella artificiale e così fu sempre fino alla fine degli anni ’60. Un esempio? Sulle vie di Emilio Comici fin dove il “maestro” sia passato in libera, oppure in artificiale è difficile capire.

Con arrampicata libera s’intende arrampicare usando appigli e appoggi per mani e piedi e tutto il materiale alpinistico si usa solo per assicurarsi in caso di caduta: qui non stiamo a fare la cronologia dei grandi maestri liberisti di quegli anni, non è il tema di questo scritto.

Con arrampicata artificiale invece s’intende che tutta l’attrezzatura esistente si usa per progredire e superare sezioni di parete o pareti intere particolarmente liscie e strapiombanti. Si è arrivati addirittura a forare la roccia per usare particolari chiodi detti a pressione o espansione, là ove non c’era altra possibilità con tutti i problemi etici, puristici e filosofici, che ne derivarono.

I sàssoni Dietrich Hasse, Lothar Brandler, Jörg Lehne e Sigi Löw scalarono la Cima Grande di Lavaredo per l’impressionante via direttissima “Zeller” nel 1958 usando dodici chiodi a pressione, ma qui non siamo nell’artificiale totale, anzi siamo nella fase dove l’arrampicata libera è predominante e dove le due tecniche si alternano in perfetto equilibrio; nel 1959 il formidabile friulano Ignazio Piussi, con Giorgio Redaelli, supera la direttissima alla Sud della Torre Trieste, altro capolavoro di equilibrio. Non ci si lasci ingannare dai 90 chiodi a pressione e i 400 chiodi normali su quasi 900 metri di parete: la via è veramente un capolavoro e a torto è stata classificata come la più grande scalata artificiale delle Alpi. Avendone fatta la quinta ripetizione posso assicurarvi che i tratti in libera erano veramente estremi per il periodo; altro capolavoro di perfezione è quello di Armando Aste che con il fido Franco Solina supera la placconata della Marmolada lungo la via dell’Ideale: è qualcosa che lascia perplessi ancora oggi, in netto anticipo sui tempi, dove l’artificiale si riduce veramente a pochissime sezioni; cito un altro grande capolavoro di misto, la via Stenico-Navasa al Campanile Basso, via audace ed estrema, sempre il tutto valutato nel periodo di apertura, cioè gli anni ‘60.

Assieme ai capolavori succitati negli anni ’60, alcuni alpinisti fanno del chiodo a pressione il talismano per vincere l’impossibile: Bepi Defrancesch, Cesare Maestri e Mirko Minuzzo solo per citarne alcuni. Inutile dire che l’uso massiccio di mezzi artificiali ha portano allo svilimento la nobile arte dell’artificiale e ha ridotto le salite a un vero e proprio lavoro artigianale da muratori, quello che fu chiamato da Reinhold Messner l’assassinio dell’impossibile.

In quel periodo sono i francesi che capiscono che le due tecniche hanno bisogno di una classificazione separata, la libera valutata con i gradi dal primo al sesto superiore, l’artificiale dall’A1 all’A4: più gli ancoraggi per la progressione saranno precari, più difficile sarà il grado.

Versi gli anni ‘70/’80 le regole del gioco cambiano. Dalla California arrivano i primi segni di un cambiamento radicale, il nuovo verbo da seguire, le due discipline prendono vie separate e ben distinte.

Ecco che la scalata artificiale, che in Dolomiti verso la fine degli anni ‘70 sarà ripudiata, svilita e quasi abbandonata, in Yosemite continua con una sua identità ben precisa: limitare al massimo i buchi nella roccia. Si assiste allora alla nascita di nuova attrezzatura come stopper, excentic, cliff, rurp, creata apposta proprio per limitare l’uso dei chiodi a pressione, in base alle nuove regole assolute del non forare la roccia.

Fra le tante citiamo una salita emblematica e simbolo di Yosemite su El Capitan, la via Pacific ocean Wall di Jim Bridwell e compagni, per anni ritenuta la via di roccia più dura del mondo.

Jim Bridwel “the bird” scalerà anche con l’italiano e carissimo amico Giovanni Groaz, uno dei pochissimi specialisti nazionali di questo tipo di salite, aprendo vie nuove anche su El Capitan.

Alla scala delle difficoltà con queste salite saranno aggiunti l’A5 e l’A6 che si scomodano solo in caso di caduta mortale: cose da brivido, dove la concentrazione psicofisica e il rischio di morire in caso di cedimento dei precari ancoraggi è portato al limite estremo.

Il risvolto di copertina
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E le Dolomiti? Dopo lo svilimento, direi il decadimento, degli anni ‘60/’70 ci furono alpinisti meno noti di altri ma altrettanto capaci che continuarono una grande tradizione di perfetto equilibrio fra libera e artificiale, tracciando vie di ampio respiro e grande difficoltà, ad esempio Alessandro Gogna, Almo Giambisi, Bruno Allemand e Alberto Dorigatti sulla Sud della Marmolada, oppure Sergio Martini, Paolo Leoni e Mario Tranquillini in Marmolada con l’impressionanti vie a Punta Rocca, ancora irripetuta, alla Punta Tissi in Civetta, alla Rocchetta del Bosconero; per non parlare della supercordata di Graziano Feo Maffei e il fido Mariano Frizzera con le vie in Vallaccia: fra le tante cito il pilastro Zeni, e in Marmolada fra le tante cito il pilastro Lindo e il pilastro dei Quarantenni, ma anche in Civetta, autentici capolavori poco conosciuti, in netta controtendenza nel periodo dell’apertura ma valorizzati molto dopo dagli alpinisti amanti delle cose vere non di quelle alla moda.

E dopo cosa è successo? Nella Yosemite italiana, la valle del Sarca o meglio la Valle della Luce, negli anni ‘90 viene superata la parete più strapiombante d’Europa e forse del mondo, quella del monte Brento, con 8 giorni consecutivi in parete ma con uso massiccio di mezzi artificiali. Nasce la via Vertigine, di Andrea Andreotti, Marco Furlani e Diego Filippi, tuttora l’unica via aperta sugli strapiombi in prosecuzione, senza mai scendere.

Umberto Marampon, eclettico scalatore veneto nella Valle della Luce e in Dolomiti verso gli anni ’80 aprì diverse vie (alcune in solitaria) che tuttora lasciano perplessi per lo sforzo fisico occorso nell’apertura. Si pensi che bucava tutto a mano! Nasce così la via DDT al Colodri in concorrenza alla vicina Zanzara e Labbradoro, prima via aperta calandosi dall’alto e poi liberata; poi un’altra sul Dain picol e un’altra a Rupe secca.

Altra via da brivido è il Grande Incubo, sempre sul Brento, di Andrea Zanetti e Diego Filippi; in valle, ad opera soprattutto di Diego Filippi, sono nati molti itinerari artificiali con l’uso del trapano, per esempio sulla parete del Limarò vicino alla via di Maestri e Baldessari del ’57, a conferma che nel tempo flussi e riflussi continuano, e sui Colodri con il bellissimo tetto Zambaldi.

Concludendo ritengo l’arrampicata artificiale una nobile tecnica che può dare soddisfazioni grandissime e non alla portata di pochi: bisogna però essere dotati di moltissima forza fisica, resistenza alla fatica e arte nell’usare l’attrezzatura, essere buoni organizzatori e accettare di calarsi in una dimensione di progressione lenta in ambiente veramente grandioso e severo.

Se poi si pratica ad alti livelli, bisogna essere psichicamente fortissimi, sulle grandi e strapiombanti pareti: si potrà inoltrarsi all’interno del proprio ego viaggiando nel tempo e nello spazio, dove corpo e mente a volte si fondono nel confronto in una dimensione assolutamente dilatata e diversa.

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