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Pastori si nasce. E si diventa

Pastori si nasce. E si diventa
La storia di Michele delle Scalette
di Francesco e Nanni Villani
(pubblicato su Alpidoc n. 83/84, 2012, per gentile concessione)

Pastori si nasce o si diventa? La storia di Michele Baracco ci racconta che una tale contrapposizione non sempre ha ragion d’essere. Michele pastore ci è nato. Perché quello era il suo sogno – andare dietro alle bestie – e quello poteva essere fin da subito il suo destino: i nonni hanno della terra, allevano vacche… Ma il padre di Michele fa altre scelte, si allontana da un certo mondo. Un taglio netto, difficile da ricucire. E così Michele diventa ferroviere, per quarant’anni girerà per stazioni: Torino, Chivasso, Trofarello, Carmagnola, Cuneo…

Ma il sogno, quello, basta poco a tenerlo vivo: «lo in ferrovia, mia moglie a casa a mandare avanti l’azienda agricola, trentacinque giornate di terreno nel comune di Frabosa Sottana. Tenevamo un po’ di vacche, per un certo periodo delle pecore biellesi, che richiedono molto meno lavoro. La famiglia non si è mai trasferita, io la sera tornavo e davo una mano con le bestie».

Poi viene il momento della pensione, di una nuova libertà che ti permette di fare quello che in precedenza ti sei dovuto negare: salire in alpeggio. Alle Scalette, sotto il Mondolé. E così, a un’età non proprio verde, “diventi” pastore a tempo pieno. «È successo una quindicina di anni fa, quando sono andato in pensione abbiamo deciso di buttarci. Abbiamo messo su un gregge, spendendoci tutte le energie che avevamo a disposizione».

La zona della Balma con in basso a destra l’alpeggio. Foto: Nanni Villani
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Nessun rimpianto?
Assolutamente no. Pian piano siamo riusciti a farci strada, a farci conoscere, anche grazie al fatto che facciamo buoni formaggi. I formaggi li vendiamo direttamente a casa, e poi andiamo alle fiere. Siamo anche fornitori di un negozio vicino a dove abitiamo, oltre che di tre gruppi di acquisto solidale, formati da famiglie che si mettono insieme e acquistano prodotti locali di qualità, o di agricoltura biologica… Il lato debole comunque è proprio quello della commercializzazione dei prodotti, anche perché negli ultimi anni c’è stato un calo, dato che la gente ha meno soldi da spendere. Persone che venivano da noi ogni quindici giorni a fare provvista di formaggio, ora vengono solo quando sono invitati a cena da qualche amico e vogliono fare bella figura, mentre per il resto mangiano formaggio comune.

Michele Baracco in un momento di tregua dal lavoro. Foto: Enrica Raviola.
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Consiglieresti a una giovane famiglia di imbarcarsi nell’avventura di provare a vivere di pastorizia?
Diciamo che per fare un tentativo ci devono se non altro essere i giusti presupposti. Innanzitutto si deve scegliere un posto in cui nevichi il meno possibile, perché meno nevica e più sopravvivi; poi devi avere una buona estensione di terreno sul quale far pascolare le bestie, ma anche ricavare fieno. Se hai questo, allora puoi provare a mettere su un allevamento con una sessantina di capre, e con la vendita dei formaggi riesci ad andare avanti. Diverso il discorso per l’allevamento da carne. Ultimamente c’è una certa richiesta di agnelli da parte dei mussulmani, ma loro chiedono agnelli che pesano almeno trentacinque chili, e allevare un agnello del genere per il pastore vuol dire spendere almeno quattrocento euro, a meno di non fare la mezza truffa di dargli latte in polvere e mangime, così riesci a limitare i costi. Ma se io li allevo come li ho sempre allevati, ovvero lasciandoli con la madre finché ne hanno bisogno, non rientrerei mai delle spese. Nell’82, quando avevamo le biellesi, prendevamo seimila lire al chilo per gli agnelli vivi, adesso prendiamo tre euro, e i costi di gestione sono aumentati moltissimo. Insomma, l’unico modo per salvarsi sono i formaggi. Per come la vedo io, un ragazzo che oggigiorno volesse avere le bestie, senza mungere e senza fare i formaggi non potrebbe assolutamente andare avanti…

Comunque la scelta di fare il pastore è per chi vuole ritagliarsi una vita alternativa, e non sicuramente per chi punta al guadagno. Qualcuno tira fuori che comunque ci sono i premi. Noi, con poco più di cento bestie tra pecore e capre, prendiamo duemila euro all’anno di premio, più mille euro circa di indennità compensativa per il fatto che siamo su in montagna. Non sono cifre su cui fare grande affidamento. Anche perché in molti posti gli appalti per gli alpeggi sono andati alle stelle.

La baita alle Scalette; in secondo piano i contrafforti del Mondolé. Foto: Nanni Villani
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Un problema che c’è anche qui da voi?
Recentemente il comune di Magliano Alpi ha messo all’asta l’alpeggio Seirasso spuntando una cifra quasi dieci volte superiore a quello che prendeva prima. Gli assegnatari hanno mandato su cinquanta vacche da latte che sono state alimentate a fieno e concentrati per tutta la stagione. A parte questo caso, da noi il problema è meno grave che altrove. Abbiamo fondato, con gli altri margari, una “associazione di scopo”, che permette di gestire e affittare i pascoli. Il comune di Frabosa ogni anno fa una delibera, stabilendo il prezzo dei pascoli di sua proprietà, e poi i margari associati prendono la montagna nel suo complesso e se la dividono. Per far parte dell’associazione devi essere un allevatore, quindi versare i contributi come allevatore, e devi essere residente nel comune proprietario dei pascoli. Il criterio generale è che, se un nuovo pastore vuole far parte del gruppo, gli altri sono tenuti a “stringersi”, per lo meno quanto è possibile farlo. Come associazione abbiamo in affitto buona parte del Mondolé, e siccome ce n’è un bel pezzo che non è adatto per le vacche, a noi va giusto bene. È ideale per le nostre pecore roaschine e le nostre capre, alcune di razza, altre meticce, delle quali per altro sono un grande sostenitore, perché sono particolarmente robuste e adatte al pascolo in alpeggio.

Nel periodo di alpeggio, qual è la giornata tipo?
Si incomincia intorno alle sei del mattino, e subito si parte con la mungitura. Il gregge viene poi portato al pascolo, se sei da solo il problema è che devi giostrarti tra il fare il formaggio e badare alle bestie. Verso le cinque e mezza del pomeriggio torni dal pascolo, mungi di nuovo, dopodiché metti fuori le bestie per la notte: fatto questo, la giornata è praticamente finita…

Tra pecore e capre, Michele porta in montagna un centinaio di animali. Foto: Nanni Villani.
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Che formaggi fate?
Dipende. Quando siamo a casa facciamo formaggi dividendo il latte di capra da quello di pecora: dal primo otteniamo due tipi di cagliate, quella classica e quella lattica, maggiormente cremosa, mentre dal secondo vengono fuori robiole e semicotti, una sorta di pecorino dolce. In alpeggio mettiamo tutto insieme. Il formaggio di pecora lo vendiamo intorno ai quindici euro al chilo. Non sarebbe possibile ridurre il prezzo, perché già così il guadagno è minimo. Il problema è che i nostri formaggi, molto superiori per valori nutritivi e genuinità se paragonati a quelli industriali, rispetto al confezionamento e al modo in cui vengono presentati sul mercato sono troppo poco distinguibili. Occorrerebbe da una parte un’azione volta al riconoscimento della specificità del prodotto e dall’altra un processo di educazione al consumo di chi acquista.

Operazioni di mungitura, al ritorno dal pascolo. Foto: Nanni Villani.
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Sono quasi vent’anni che il lupo è tornato nelle Alpi. La sua presenza continua a essere al centro delle polemiche…
Il lupo non è assolutamente il guaio più grande per noi pastori, è un capro espiatorio, a qualcuno fa molto comodo addossargli tutte le colpe di questo mondo, così non si affrontano seriamente gli altri problemi. Molti non capiscono che la presenza di questo animale selvatico ha una sua utilità, si ha una concezione sbagliata del pianeta, come se ci appartenesse, e in quanto proprietari noi potessimo disporne a nostro piacimento, decidendo che se il lupo non è funzionale a ciò che interessa allora è giusto eliminarlo…

Secondo te, come si può intervenire per limitarne l’impatto?
Intanto, dove il pastore è presente i danni sono limitati. Qualche tempo fa, quando il mio gregge è stato assalito da due lupi, io ero lì e urlando sono riuscito a far sì che non capitasse granché: uno dei due aveva attaccato un agnello, ma son riuscito a metterlo in fuga… Se io fossi stato altrove, loro potevano azzannarne senza problemi due o tre.

Si è parlato di dotare i pastori di “armi di dissuasione”, una cosa che secondo me potrebbe portare due risultati positivi: il primo è quello di dare una sorta di sicurezza al pastore, che sente così di poter reagire all’aggressione di un lupo nei confronti del suo gregge; il secondo è quello di dissuadere il lupo stesso dall’attaccare un gregge, spaventandolo, e creando quindi, nel suo immaginario, la figura di un uomo che sa reagire alle sue aggressioni. Se studiata in modo approfondito, potrebbe essere una buona proposta. A monte bisogna capire che cosa si intende per “armi di dissuasione”: se stiamo parlando di armi vere e proprie, ho dei dubbi che certe parti politiche vedrebbero di buon occhio la scelta di darle in mano ai rumeni o agli albanesi che stanno in alpeggio per conto dei proprietari del gregge. E in ogni caso, va anche detto che già ora ci sono pastori che se vedono un lupo gli sparano, o lo avvelenano.

Molti pastori si lamentano per gli indennizzi: troppo bassi, e arrivano sempre con enorme ritardo.
Quello degli indennizzi è un discorso difficile. Intanto non è così semplice stabilire il prezzo corretto. Ci sono bestie vecchie che commercialmente valgono trentacinque euro, e capre che ti danno novanta litri di latte al mese e dunque valgono almeno trecento euro. Per cui un indennizzo di centodieci euro, come quello che viene dato, può essere un’enormità o una cifra decisamente troppo bassa.

C’è anche un altro aspetto: non è che via un animale ne prendi un altro che ti funziona allo stesso modo. Per farti un buon gregge, ci metti sei o sette anni, e quando hai raggiunto un certo risultato è un peccato rimettere tutto in gioco perché il lupo ti ha portato via delle bestie che ti tocca sostituire. Comunque, detto che il problema esiste, con la mossa di alzare gli indennizzi si ottiene fondamentalmente il risultato di agevolare solo quei pastori che non stanno con il gregge, e che dunque corrono maggiori rischi. Senza considerare che c’è anche chi ci marcia…

Si è parlato di volontari disposti a dare una mano ai pastori in alpeggio…
Il problema è che un volontario non sta per tre mesi e mezzo con il gregge, quindi è indispensabile una rotazione, e il pastore si ritroverebbe a dover spiegare quel che si deve fare magari ogni due settimane… In più non è facile trovare gente davvero motivata.

Tu però un paio di anni fa hai avuto un’esperienza positiva con un ragazzo francese…
Sì, ma era uno che arrivava dalla scuola per pastori di Salon de Provence, era uno che aveva scelto di occuparsi di queste cose, e voleva imparare. Sono stato fortunato, dopo tre giorni aveva già capito quasi tutto. Purtroppo in Italia non abbiamo una scuola del genere. Dura un anno, alternando parti teoriche a periodi di esperienza sul campo, poi fanno una specie di stage portando le bestie al pascolo. Per la pastorizia, la Francia è un altro mondo. Una volta che sono stato là per un po’ di tempo, ho trovato parecchi ragazzi che facevano i pastori, tra cui una coppia di giovani che parlavano inglese senza difficoltà. In Francia hai un’altra considerazione.

Da noi, se fai il bergè, sai che vai incontro a una vita solitaria, hai addirittura difficoltà a trovare una moglie, e soprattutto godi di una considerazione sociale pari a zero… Prevale lo stereotipo del pastore, o del margaro, ignorante, che fa quello che fa solo perché non è capace a fare null’altro. Invece in Francia il pastore è quasi visto come un poeta, uno che ha scelto questo mestiere per stare a contatto con la natura e la montagna. Speriamo che la mentalità che c’è da noi possa cambiare: se non arrivano al più presto dei giovani volenterosi, rischiamo di morire senza che nessuno raccolga la nostra eredità…

Il ragazzo francese che per un’estate ha lavorato con Michele. Foto: Nanni Villani.
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