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Pensando come un salmone

Pensando come un salmone
di Chiara Baù
(già pubblicato su Vita sul Pianeta il 24 maggio 2016)

 

Negli infiniti modi di vivere l’acqua, uno dei più primitivi ed economici è quello di camminare nei torrenti, risalendoli dove possibile, così come fanno i salmoni quando di ritorno dall’oceano risalgono le acque natie da cui erano partiti.

Camminare nell’acqua è un po’ come osservare un quadro, la luce cambia da ogni angolatura lo si guardi. Il pittore diventa il sole, e mentre la terra gli orbita intorno, ecco che il pianeta che ci scalda crea continue variazioni di luce nell’acqua con riflessi che mutano a ogni secondo creando quel misterioso luccichio sfuggente. L’ombra della propria figura si fonde con le increspature create dalla corrente e si diventa un tutt’uno con il fiume.

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Ricordo che in Alaska rimanevo per ore immobile, nascosta dietro un tronco in riva ad un torrente, ad aspettare il passaggio di qualche grizzly voglioso di banchettare con la specie di salmone più grande presente in Alaska, il cosiddetto king salmon di ben 40 kg di peso, il sogno di ogni pescatore, anche il più incallito. Ma laggiù, nelle terre più estreme, il pescatore indiscusso è lui, il grizzly, signore di quelle terre e di quei fiumi. Si proponeva un gioco sempre molto armonico tra l’orso, il salmone e la corrente del fiume. Come avrei voluto partecipare a quel gioco, immersa in quel torrente, ma non era il mio turno. Rimanevo spettatrice, accucciata e silenziosa dietro un vecchio tronco, l’unica barriera che mi separava dagli orsi.

Quando si pensa al binomio grizzly-salmone la prima immagine che balza alla mente è quella dell’orso tra i voluminosi spruzzi di una cascata di acque turbinose, intento a inforcare il salmone che con un balzo da manuale tenta di superare l’ostacolo della risalita. Ma non era il mio caso. Mi trovavo in quel tempo nelle vicinanze di un torrente dove l’acqua scorreva lentamente e la sua trasparenza permetteva a me e soprattutto agli orsi di individuare a tempo zero la moltitudine di salmoni che navigavano in quelle acque.

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Neanche l’acquario più bello avrebbe potuto rendere l’idea di tanta magnificenza. Sembrava una sfilata di moda, tanta era l’eleganza di questi salmoni. L’orso non doveva attivarsi più di tanto – un gioco da ragazzi.

La quantità di salmoni era tale che per l’orso era sufficiente immergere una zampa in acqua e la sua preda inevitabilmente veniva subito agguantata dai suoi unghioni aguzzi… fin troppo facile… Talmente numerosi che gli orsi si mostravano addirittura schizzinosi sulle parti di cui cibarsi. Una volta afferrato, il salmone veniva accuratamente sfilettato. La testa era la parte preferita, il resto delle viscere faceva parte del banchetto, ma non sempre… spesso diventata cibo per le aquile dalla testa bianca o per le volpi; niente comunque veniva mai sprecato, non esistono sprechi in natura, bensì un ciclo ben definito per cui tutto viene accuratamente riciclato.

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Nascosta dietro un tronco in riva al fiume, trascorrevo le ore osservando il passaggio di quella moltitudine di pesci lungo l’autostrada del ritorno. Impassibili, seguendo l’istinto più primitivo, ogni salmone tornava dal mare verso il fiume.

Due le alternative più probabili: morire di sfinimento dopo la deposizione delle uova o finire nelle fauci di un grizzly. Se fossi stato un salmone non so cosa avrei scelto. Un mix di regole che appartiene al ciclo vitale della natura, niente di crudele. Come in platea a teatro assistevo ogni giorno, durante i miei tentativi di avvistamento dei grizzly, a questo evento di grande vitalità: la risalita dei salmoni.

Unica nota negativa, ahimè, quella di essere divorata dai mosquito, i più selvaggi e aggressivi che animano lo scenario dei torrenti in Alaska durante il periodo estivo. Avrei potuto indossare una zanzariera, ma questo mi avrebbe impedito di osservare al meglio lo spettacolo e purtroppo ogni cosa ha il suo prezzo.

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Con stupore e meraviglia osservavo i salmoni nella loro faticosa migrazione, soprattutto sapendo che tornavano al fiume natio dopo anni trascorsi nell’oceano. La forza vitale che li spinge a rientrare nel luogo di partenza è sorprendente. Ma ciò che più colpisce è l’incredibile trasformazione subita dal loro corpo nel passaggio continuo dall’acqua dolce all’acqua salata, una vera e propria sfida di ingegneria e fisiologia.

Tra i due e i sei anni, infatti, i piccoli di salmone lasciano l’acqua dei torrenti e qui inizia il processo di smoltificazione che permette loro di vivere in acqua salata. Sia la variazione di temperatura che quella luminosa andranno a stimolare la tiroide, producendo una quantità eccessiva di iodio che si accumula nel sangue. Una volta arrivati al mare, tuttavia, questa sarà compensata dall’assunzione di sodio e verrà così ristabilito l’equilibrio ormonale.

In conseguenza del cambiamento del pigmento giovanile che schiarirà la livrea, il salmone è esposto maggiormente ai raggi solari ed è spinto a cercare acque sempre più scure e profonde.

Il passaggio all’acqua salata rappresenta l’ennesima fatica per il salmone. Infatti essendo nato e cresciuto in acque dolci, il suo corpo lavora, per effetto del processo dell’osmosi a trattenere il quantitativo di sale che occorre al corpo continuando a filtrare acqua e ad espellere grandi quantità di urina molto diluite. Ma appena entrati in mare questa situazione si capovolge, attivando il processo inverso dell’osmosi, pertanto per mantenere il corpo disidratato i salmoni dovranno bere grandi quantitativi di acqua, espellendo urina in piccola quantità, ma molto concentrata di sale. Anche le branchie del salmone contribuiscono a espellere il sale in eccesso.

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Il fallimento di questo processo può addirittura portare il pesce alla morte. La sua è una vita di stenti, di lotta continua per la sopravvivenza. Mi fa sorridere a questo punto pensare a un alpeggio costellato di mucche che pacificamente pascolano tutto il giorno su ampie distese prative, mentre un salmone per sopravvivere deve sfidare le condizioni più difficili, senza un attimo di pace se non quando raggiunge la sorgente del torrente, il luogo natio, dove riesce finalmente a fermarsi per depositare le uova, dando alla fine un senso a tutto il suo elaborato peregrinare anche se nella maggior parte dei casi muore di sfinimento.

Era luglio e nel giorno del mio compleanno ricordo di aver visto ben 25 grizzly attraversare il torrente… e pensando alla mia età mi venne spontanea una domanda. Quale poteva mai essere l’età di un salmone? Scoprii così che l’età massima di un salmone atlantico era di 13 anni. L’età dei salmoni è un dato certo poiché sulle sue scaglie si può leggere la durata della loro vita, alla stregua dei cerchi che determinano l’età degli alberi. Infatti il numero di scaglie sul corpo del salmone rimane invariato nel corso della vita ed esse crescono man mano che il pesce cresce. Le scaglie non crescono in maniera costante ma sul bordo esterno della scaglia stessa si formano degli anelli di nuovo materiale organico di pari passo alla crescita del salmone. La scaglia è composta da linee concentriche, al centro quelle formatesi per prime, mentre quelle esterne sono le ultime. Le linee formatesi in giovane età, cioè quelle più interne, sono molto vicine, mentre procedendo verso l‘esterno della scaglia, le linee si distanziano e indicano la fase di vita oceanica. Poiché il salmone cresce più velocemente durante l’estate, quando il nutrimento più abbondante permette un rapido accrescimento, queste linee saranno più larghe di quelle formatesi durante l’inverno, quando lo sviluppo rallenta. Così per gli studiosi è sufficiente contarle per stabilirne l’età.

Quando si rimane appostati per ore in attesa del passaggio di un grizzly nel torrente, le ore volano… sarà l’adrenalina e un mix di sensazioni oscillanti tra la paura e la tensione dell’attesa. Dopo ore trascorse rimanendo immobile dietro un tronco a scattare innumerevoli foto di orsi intenti al banchetto, era il mio turno… Volevo sentirmi un salmone! Non per finire nelle fauci di un grizzly, ma per risalire il torrente anch’io…

Con il sole allo zenit gli orsi si ritiravano nei boschi per il caldo intenso abbandonando il territorio di pesca e lasciando un po’ di tregua ai salmoni. Era il mio momento! Scrutando sempre attentamente intorno, avevo deciso di intraprendere il cammino dentro il torrente verso la sorgente, seguendo lo stesso itinerario di risalita dei salmoni.

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Addio a google map per raggiungere le destinazioni! Non sapevo esattamente quale fosse la mia meta, sapevo che non dovevo usare un navigatore ma semplicemente seguire i salmoni i cui sistemi di orientamento erano ben più antichi ed efficaci di qualsiasi tom tom.

Fortunatamente indossavo stivali da pescatore che mi permettevano una prolungata permanenza in acqua.

Improvvisamente mi trovavo così nel regno dei salmoni lungo quel percorso storico che periodicamente essi ripetevano. Mi sentivo onorata di condividere le loro acque, testimone di un percorso tortuoso e difficile. I salmoni sono molto sensibili agli infrasuoni, molto al di sotto del nostro limite di udibilità. Essi comunque non vocalizzano, quindi il loro udito infrasuoni non ha a che vedere con la loro comunicazione intraspecifica. Piuttosto li aiuta nella navigazione, rivelando la velocità differenziale di due strati d’acqua che scorrono l’uno sull’altro. Si ipotizza che il percepire le differenze di velocità dei diversi strati d’acqua li aiuti a rintracciare la fonte degli odori e, infatti, il salmone si serve di segnali olfattivi per fare ritorno al corso d’acqua natio.

Oltre ad osservare i loro agili movimenti, rimanevo incantata dalla bellezza dell’acqua del torrente che permetteva loro di compiere l’ultimo viaggio.

Camminare nelle acque di un torrente può anche farti sentire accompagnato dalla voce che ha ispirato scrittori famosi. Basti pensare al passo de I promessi sposi di Alessandro Manzoni, che descrive Renzo quando si trova in riva all’Adda. In seguito ad una serie di tumulti scoppiati a Milano, infatti, Renzo fugge e attraversa strade solitarie e paesi addormentati. Scartata l’ipotesi di chiedere ospitalità, supera i campi coltivati, si inoltra nella boscaglia e poi in un bosco che risveglia nella sua mente ricordi paurosi di fiabe ascoltate nell’infanzia.

In preda all’angoscia sta per tornare sui suoi passi, quando percepisce il mormorio dell’acqua: è la salvezza! (capitolo XVII).

“Sentiva la brezza notturna batter più rigida e maligna sulla fronte e sulle gote; se la sentiva scorrer tra i panni e le carni, e raggrinzarle, e penetrar più acuta nelle ossa rotte dalla stanchezza, e spegnervi quell’ultimo rimasuglio di vigore. A un certo punto, quell’uggia, quell’orrore indefinito con cui l’animo combatteva da qualche tempo, parve che a un tratto lo soverchiasse. Era per perdersi affatto; ma atterrito, più che d’ogni altra cosa, del suo terrore, richiamò al cuore gli antichi spiriti, e gli comandò che reggesse. Così rinfrancato un momento, si fermò su due piedi a deliberare; e risolveva d’uscir subito di lì per la strada già fatta, d’andar diritto all’ultimo paese per cui era passato, di tornar tra gli uomini, e di cercare un ricovero, anche all’osteria. E stando così fermo, sospeso il fruscìo de’ piedi nel fogliame, tutto tacendo d’intorno a lui, cominciò a sentire un rumore, un mormorio, un mormorio d’acqua corrente. Sta in orecchi; n’è certo; esclama: – è l’Adda! – Fu il ritrovamento d’un amico, d’un fratello, d’un salvatore. La stanchezza quasi scomparve, gli tornò il polso, sentì il sangue scorrer libero e tepido per tutte le vene, sentì crescer la fiducia de’ pensieri, e svanire in gran parte quell’incertezza e gravità delle cose; e non esitò a internarsi sempre più nel bosco, dietro all’amico rumore. Arrivò in pochi momenti all’estremità del piano, sull’orlo d’una riva profonda; e guardando in giù tra le macchie che tutta la rivestivano, vide l’acqua luccicare e correre”.

Continuavo la mia esplorazione avanzando nel torrente e a ogni passo corrispondeva un movimento dell’acqua. Camminavo lentamente e osservavo intorno a me il formarsi di cerchi concentrici dietro i quali si nascondevano le più complicate formule matematiche della meccanica ondulatoria. Si tratta di onde circolari, quelle il cui fronte d’onda è una circonferenza, come per esempio le onde prodotte da un sasso gettato in uno stagno, onde che si propagano in cerchi concentrici attorno al punto in cui il sasso cade.

Non perdevo mai di vista i salmoni che sfioravano i miei stivali e pian piano notavo che le femmine si fermavano in alcune pozze protette dai sassi, cercando il luogo più appropriato per deporvi le uova e altrettanto facevano i maschi pronti a fecondare le stesse… Poi, finalmente la pace, la maggior parte dei salmoni sarebbe sì morta di stenti, ma nello stesso luogo dove erano nati.

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E scrutando l’acqua e i suoi abitanti, mi veniva in mente il suggestivo dipinto di Giovanni Segantini dal titolo Ritorno al paese natio (realizzato con tecnica ad olio su tela nel 1895). Già alla fine dell’Ottocento numerosi erano gli abitanti che si allontanavano dal Cantone dei Grigioni in Svizzera in cerca di migliori opportunità, ma talmente forte era il radicamento con la terra natale da non concepire altro che una loro sepoltura nel luogo in cui erano nati. Il dipinto rappresenta infatti la scena di un funerale in un’atmosfera serena in cui prevale il desiderio ultimo di tornare nel luogo natio.

Dopo un lungo cammino nell’acqua sempre dietro i salmoni era ora di fermarmi e sottrarre la mia presenza invadente. I piedi stanchi… quale migliore rimedio se non immergerli nella gelida acqua del torrente!

Due passi a piedi nudi nell’acqua tra i sassi e subito mi sentivo rigenerata. Camminare nelle acque gelide per qualche secondo era magnifico e ristoratore.

Recentemente mi trovavo per lavoro in un hotel a 4 stelle dotato di una attrezzatissima SPA… Tra i numerosi servizi offerti, il percorso in una piscina nella quale per un breve tratto viene immesso un getto di acqua gelida per rigenerare la circolazione delle gambe. Ripenso così al mio vagare nel torrente dei salmoni a piedi nudi. Non c’è fango in piscina, niente sassi spigolosi, nessun fondale irregolare… tutto è all’insegna della comodità e del comfort. Ma lo scenario del torrente in compagnia di frotte di salmoni è senza dubbio più stimolante e più eccitante… anche in presenza dei mosquito.

In lontananza una famiglia di grizzly. Era l’ora della lezione di pesca dove mamma orsa insegnava ai cuccioli a pescare. Era curioso notare come, mentre i cuccioli si gettavano con grande voracità sui salmoni, gli esemplari più vecchi sceglievano accuratamente cosa fosse veramente utile da mangiare per mettere su lo strato necessario di grasso per affrontare l’inverno.

La giornata volgeva alla fine. Aver seguito per un breve tratto quell’ancestrale percorso dei salmoni mi aveva reso partecipe di un mondo semplice nel suo equilibrio perfetto!

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