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Perché non spitterò mai

Il Mondo è bello perché è vario? Non tutti gli arrampicatori e accademici sono uguali, ci sono quelli con la “a minuscola” che fanno di tutto ma “senza etica” e quelli con la “A maiuscola”, che hanno fatto sempre tutto “con etica”; non in rapporto ad una tradizione reinventata, ma alla luce di una tradizione che esiste da sempre e può essere “una e una soltanto”.
Marcheggiani è uno di quelli che non dà “un colpo al cerchio e uno alla botte”, non ha “scheletri nell’armadio”, né tanto meno, come diceva Gian Piero Motti, “gioca a scala reale con le regole del rubamazzo”. Ha sempre e ovunque arrampicato seguendo semplicemente l’istinto critico di un’etica esemplare (
Redazione dell’Annuario del CAAI).

Massimo Marcheggiani, dopo la salita di Broken Hand (Gilehri Pakro 5250 m, Valle di Tosh, India), ottobre 2013
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Perché non spitterò mai
di Massimo Marcheggiani
(pubblicato su Annuario del CAAI 2014-2015, per gentile concessione)

Questa mia testimonianza nell’annuario è tutt’altro che il revival di curriculum, si tratta semmai di considerazioni che vogliono sottolineare la dilagante barbarie dell’etica dello stile e della natura alpina con l’auspicio e la finalità di essere una minima goccia di utilità nel mare dell’insensibilità e dell’indifferenza.

Scalare mi rapisce ancora oggi come in passato, è stata la mia salvezza da una vita che non sentivo mia. Quando da ragazzo, senza arte ne parte, con i disagi relazionali e gli stati d’animo tipici dell’ultimo della classe, ho toccato per la prima volta la roccia, ho avuto chiarissima davanti a me la strada che avrei voluto percorrere – come si suole dire ho visto la luce!

Massimo Marcheggiani su Helzapoppin, Gaeta, 20.04.1980
Gaeta, via Helzapoppin, Massimo Marcheggiani. 20.04.1980

Si potrà anche ridere di questo ma sono certo che si può ben capire ciò che intendo; nessun lavoro sentivo adatto a me, lasciavo scorrere i giorni passivamente facendo cose nelle quali non mi riconoscevo affatto, non mi piacevo e non mi piaceva il mio vivere… poi un giorno di sole, con un paio di amici proviamo a toccare roccia e da quel preciso momento non mi sono più staccato dallo scalare. Su roccia, su ghiaccio, in falesia e in montagna, d’estate e d’inverno, fino alle grandi vette dove spesso mi sono trovato a “vivere” una vita piena, respirando finalmente a pieni polmoni tutto il mio essere, guardando orizzonti non geografici ma interiori, facendo finalmente pace con me stesso…

Marco Marantonio assicura Massimo Marcheggiani sulla via degli Allievi (Monte Cucco, Finale Ligure), 8.03.1980
Massimo Marcheggiani e Marco Marantonio sulla via degli Allievi (Monte Cucco), 03.1980

Che potevo desiderare di più da una “scoperta casuale” come la roccia? Ancora oggi scalo con grande piacere e ancora vado in spedizioni su montagne sconosciute con due o tre amici. Pur non essendo guida alpina, la mia vita anche professionale gira tutta intorno alla montagna, all’uso di corde e moschettoni, all’ancestrale gesto dell’arrampicata.

Ho sempre accettato innanzi tutto i miei limiti tecnici; la frase può sembrare banale e stereotipata ma, non portando con me spit, accetto l’ipotesi di non essere in grado di passare in sicurezza e quindi di dover discendere da una parete soggettivamente troppo difficile, o pericolosa.
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Ciò non toglie che abbia realizzato numerose salite “non proprio banali”, utilizzando esclusivamente protezioni mobili come confermano i miei itinerari. Sono contrario all’uso degli spit, per il banalissimo motivo che “passando attraverso” una montagna o una parete io non voglio lasciare tracce indelebili; esigo da me stesso, condiviso dai miei compagni di scalata, il totale rispetto di ciò che non mi appartiene: la montagna e l’ambiente naturale.

Quando sono dovuto scendere da alcune grandi pareti Himalayane e non ho potuto fare a meno di mettere chiodi e cordini per le corde doppie, mi sono convinto che si trattava di un danno di poco conto, e che la “gara” con il mio “avversario-montagna”, sia stata sufficientemente ad armi pari. Non vorrei essere frainteso ma, ho detto “gara” solo per fare un esempio ai più comprensibile, ben considerando che in me non è praticamente mai esistita una “componente sportiva” in quanto tale.

Sulle placche del Corno Piccolo, Massimo Marcheggiani segue delle non-vie tra gli spit. Foto: Stefano D’Annibale
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In relazione a tutte le mie salite devo sottolineare di non aver mai fatto uso di spit e di non averli mai portati con me, al Gran Sasso, sulle Alpi e tantomeno nelle salite delle pareti himalayane, dov’è sempre stata determinante la presenza di roccia, sovente, molto difficile.

L’unica eccezione è stata su Cavalcare la tigre, dove l’idea di apertura era di Paolo Caruso che utilizzò i pochissimi spit che aveva portato. Secondo il mio modo di vedere, la tendenza dilagante all’uso dello spit, sembra quasi un modo di marcare il proprio territorio, come fanno i cani, che però lo fanno con sostanze degradabili.

Va detto che al Gran Sasso, la stupenda montagna che rappresenta la mia gioventù di scalatore, si trovano spit anche a fianco di evidentissime e nette fessure per i chiodi, dadi o friends, ciò determina stupide vie che – senza alcun senso – passano a un metro e mezzo dagli itinerari classici, con file di infissi sistematiche, che a volte “annettono” i tratti degli itinerari preesistenti. Ma l’assurdo e il ridicolo è che sono stati inflitti spit addirittura sulla Direttissima al Corno Grande (con difficoltà di I grado) così come sulla semplice Cresta nord-est del Corno Piccolo, ricchissima di fessure, clessidre e spuntoni e sulla storica traversata delle tre vette (con difficoltà di III grado) come pure su altri itinerari storici, tutt’altro che privi di fessure dove proteggersi.
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