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Piccolo manuale di sopravvivenza alla riabilitazione

Piccolo manuale di sopravvivenza alla riabilitazione
di Hazel Findlay
(pubblicato in precedenza su Climb n. 130 da www.climbmagazine.com, per gentile concessione)
traduzione di Luca Calvi

Clinica fisioterapica Hirsham, Australia, marzo 2015
“La risonanza magnetica dice che hai una “slap-tear” [ovvero una lesione da lacerazione antero-posteriore del labbro (glenoideo) superiore]. Probabilmente ti dovrai sottoporre ad una operazione alla spalla”.
“Da quanto tempo pensate che abbia questa lesione?”
“Probabilmente si è formata quando ti sei fatta male alla spalla la prima volta sei anni fa”.

Hazel Findlay nell’estate del 2011 è al massimo della sua forma. Qui sta ripetendo Once upon a time in the West (E9, 6c), Dyers Lookout, North Devon,UK), diventando così la prima britannica a fare una via di questo grado. Foto: David Pickford.
PiccoloManualeSopravvivenza-HazelFindlay-OnceUponATime

Dovevo rimanere in Australia ancora una settimana. Vivevo a casa di mio padre, a Natimuk, e andavo a scalare con Alex Honnold. Il giorno successivo andammo alla Taipan Wall. Taipan, come di certo saprete se ci siete andati a scalare, è la parete dei sogni. Avete presente la magia pura, il regno del fantastico, la Monna Lisa della geologia? Ecco… La spalla mi faceva male e non è che funzionasse proprio bene, eppure riuscivo lo stesso a scalare. Ero dolorosamente conscia del fatto che i miei giorni di scalata in quel posto erano purtroppo contati: avevo una operazione già prenotata cui sottopormi non appena arrivata a casa e questo non avrebbe significato solo cinque mesi senza scalate, ma almeno tre mesi di allenamenti limitati, nessuna avventura e nessun divertimento.

Nonostante fossi conscia di tutto ciò non avevo nessuna voglia di scalare ed era questa mancanza di voglia a disturbarmi più di tutto. Era come voler amare disperatamente un uomo e, senza sapere perché, non riuscire a stampargli un vero bacio nonostante tutti gli sforzi. Salivo sulla roccia, il corpo sapeva cosa fare e mi muovevo come dovevo, ma non c’ero col cuore. Potevo incollare le mie labbra alle sue, ma non era quello che volevo. Non c’erano unghie a penetrare la carne sotto le costole e nemmeno incontri e scontri di lingue.

Sheffield, clinica privata, aprile 2015
Ero sul tavolo operatorio, con addosso uno di quei camici che ti fa immediatamente sentire vulnerabile e con degli slip monouso che a solo vederli ti fanno sentire sgradevole. Uno degli infermieri mi guardò e mi disse: “Stai cercando di non piangere, vero?”. In effetti, fino al momento in cui mi rivolse la parola non mi era uscita nemmeno una lacrima. Poi grazie alle sue parole, mi resi conto che avrebbero potuto tagliarmi e aprirmi come un libro senza trovare nulla se non una spalla apparentemente funzionante nella norma e questo era il peggiore dei miei incubi.

Erano sei anni che non sapevo cosa mi stesse capitando alla spalla, sei anni in cui avevo provato di tutto, fisioterapia, chiropratica, dieta, yoga, massaggi, medicina cinese, sa solo Iddio cosa non avevo provato. Ero stanca. Se mi avessero aperto per poi dirmi che non sapevano cosa ci fosse che non andava bene, non so se ce l’avrei fatta ad affrontare quel vuoto continuo dell’ignoto, una prospettiva ben peggiore di quella del ben noto mostro della riabilitazione postoperatoria che mi si stava profilando davanti.

Nello stordimento dell’anestesia che faceva fatica a passare e con in più tre chiodi ed un po’ di fasce di kevlar a tenermi assieme la spalla, partimmo per tornare a casa. Nonostante il dolore e l’indolenzimento mi sentivo più tranquilla di quanto fossi mai stata in vita mia. Dopo pochissima resistenza mi lasciai andare ad un sonno profondo con sogni lucidi. Era iniziata la grande avventura postoperatoria e se non altro stavo prendendo il mostro per le corna invece di tirare colpi a vuoto nel buio.

Hazel Findlay
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Meersbrook, Sheffield, maggio 2015
Col braccio destro reso inservibile da una fascia, provavo a infilare una giacca in una borsa. Mi stavo preparando ad avventurarmi fuori di casa, un’avventura di per sé davvero minuscola, ma della quale avevo bisogno per preservare la salute. Avevo bisogno di una mano che tenesse ferma la borsa mentre con l’altra infilavo dentro la giacca. La conseguenza era che continuavo a girare in tondo nella stanza su mano e ginocchia, cercando di prendere la borsa con una sola mano. Vista dal di fuori di certo un’immagine davvero divertente, simile a quella di un cane che gira su sé stesso per mordersi la coda, ma in quel preciso momento tutto fuorché divertente.

Fino a quel momento mi ero vantata di essere riuscita a stare calma, cosa che peraltro non era stata per nulla semplice. Guardarmi dentro aveva richiesto dedizione da parte mia e per una volta mi ero trovata a cercare di allenare la mente senza l’ausilio delle scalate o dei grandi spazi aperti. Ovviamente per buona parte il tutto era alimentato dal mio ego: “Io sono più forte di tutto questo” – mi dicevo – “Non finirò in depressione come gli altri”. “Non finirò a mangiar biscotti mentre guardo la TV”. Io, io, io! Fino a quel momento, per una ragione o l’altra, bene o male che fosse, non avevo mai sentito nemmeno un accenno di depressione, l’autocommiserazione non aveva mai fatto capolino e alla paura non avevo mai lasciato manco il minimo spazio. Per una qualche ragione, però, quella combinazione tra borsa e giacca mi sconvolse completamente e mi lasciai cadere sul letto, in preda a una miscela di tremori, lacrime e brutti pensieri infantili. “Perché a me? Perché a me? Questo corpo fino a poco tempo fa era in grado di salire l’8a e adesso guarda che roba, manco riesce a infilare una giacca in una borsa”.

Centro di meditazione Vipassana, Ladakh, luglio 2015
Ero seduta a gambe incrociate in una stanza debolmente illuminata assieme ad altre diciotto donne, lenzuola bianche fissate al pavimento e piena di dolori, così tanti come mai avevo provato prima. Ripensavo all’operazione, ai buchi che mi avevano scavato nelle ossa, ai muscoli tagliati, ad oggetti estranei impiantati ed alla pelle fatta a fette…E quel dolore era ancora nulla rispetto a quello che stavo provando. Dando il meglio di me per non emettere alcun suono, sistemai lievemente la mia posizione e la barra rovente in mezzo alla scapola penetrò ancora più in profondità.

“Concentrati sul respiro”- “Il dolore è nella mente”- “Lo puoi padroneggiare” – mi dicevo.

Tornai col pensiero alle grandi avventure alpinistiche che avevo vissuto: orribili notti gelide sulle portaledge, dolori fortissimi, gambe che non rispondevano più, piedi che arrivavano a odiarmi. Eppure tutto ciò svaniva di fronte a questo dolore. Tra le montagne è possibile trovare sollievo grazie all’aria cristallina, ai cieli aperti e al silenzio. Trovi di che distrarti andando avanti, nei movimenti dell’arrampicata, nella ricerca dell’orientamento, nelle battute del tuo compagno.

C’è la libertà di fermarsi e riposarsi, di sistemarsi gli scarponi, di farsi un tè, di tirar giù qualche parolaccia.

In sala meditazione avete solo la vostra mente. Seduti, a occhi chiusi, tutto ciò che potete vedere sono i vostri mostruosi pensieri erranti, l’unica discussione che avete è quella del vostro dialogo interno, circolare e senza soluzione di continuità, con il respiro come unica interruzione.

Stavo piangendo, e non penso fosse autocompassione, era più che altro emozione pura, semplice, forte. Quel tipo di emozione che solo dieci giorni di meditazione silente possono farvi avere. Fu in quel momento che mi resi conto, con disappunto, che le lacrime mi uscivano solo dall’occhio destro e non dal sinistro, che era ancora asciutto.

Mi resi conto di sentire il corpo diviso in due al punto di arrivare a sentire due persone differenti. Sul lato sinistro mi sentivo una persona normale, provavo sensazioni normali, sottili, mentre sulla parte destra, dalla parte bassa della schiena fino alla testa ero in fiamme per il dolore e l’epicentro di quel dolore rosso fuoco era la mia spalla destra.

Avevo il naso che colava dalla narice destra e sempre a destra, sulla guancia, scorrevano lacrime, mentre la parte destra del collo era pervasa da fremiti di tensione.

Hazel Findlay sul classico Vestpillaren (470 m, Isole Lofoten, grado 6 norvegese/E3) nell’estate 2015. Prime scalate dopo l’intervento chirurgico alla spalla. Foto: Bigballs Films e Cut Media
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Tra una costola e l’altra del mio lato destro c’erano coltelli che colpivano e andavano in profondità. In quello stato meditativo mi sentivo di essere due persone. Fu in quel momento che scoppiai a piangere per quella mia lesione. Un rapporto di dolore e avversione, ma, devo dirlo, anche di amore: dopotutto quella spalla era pur sempre parte di me. Mi sentivo come la mamma di un ragazzino violento e omicida che stava disperatamente e amorevolmente facendo di tutto perché il figlio mettesse la testa a posto. Così, però, non andava.

Servoz, Francia, settembre 2015
Sono al matrimonio di amici e probabilmente sono al massimo della felicità da un sacco di tempo a oggi. I matrimoni non sono di solito il massimo del posto dove andare per una ragazza single di 26 anni. Tutto quel parlare di amore e di relazioni per tutta la vita alle quali non si può far altro che storcere un po’ il naso e cercare di convincere tutti quelli che vi stanno attorno che sì, a voi piace la “libertà” e “poter stare da soli a pensare”. Strizzata dentro un abitino per nulla comodo, con cocci di vetro sotto i piedi, sinceramente di gioia ne ho più che abbastanza.

Qualche giorno fa sono andata a scalare su roccia per la prima volta dopo cinque mesi. Certo, su difficoltà ridicolmente basse, ma fantastico davvero! Avevo voglia di scalare, anche se con un corpo debole, completamente assorbita da quei movimenti, come una donna piena di sete che si mette a leccare le gocce da una finestra.

Ma è questo ciò di cui ho bisogno in questo momento? No, in questo momento sono felice esattamente dove sono e per fare quel che faccio.

Ho imparato qualcosa di davvero importante, quest’anno, in Australia, sul tavolo operatorio e anche in un centro per la meditazione in Himalaya. Tutto ciò che so è che, ovunque sia stata, non mi sono divertita. Probabilmente dentro di me stava avendo luogo una svolta epocale.

Ci sono molte persone che stanno provando a instillarmi il valore del pensiero positivo, la ricerca del lato positivo delle cose. Se per caso siete tra quelli, mi chiedo come valuterete il mio modo di pensare alternativo.

Il tutto suona più o meno così: se volete essere felici non dovete desiderare nulla, ci sono ottime possibilità che anche quello non vi renderà comunque felici. Non chiedete al mondo di adeguarsi a voi, non vi ascolterà. Non aspettatevi che gli altri facciano ciò che volete, sono troppo presi dal fare ciò che vogliono loro. Non aggrappatevi a ciò che avete, a ciò che non c’è più o a quello di cui pensate d’aver bisogno: non c’è nulla che duri. Se volete essere felici accettate il fatto che il vostro corpo si possa rompere e che non potrete scalare sull’8a per tutta la vita. Questo vi potrà sembrar negativo, ma la realtà è che voi siete i padroni delle vostre miserie e della vostra felicità, indipendentemente da cosa la vita vi stia riservando.

Soprattutto, comunque, se volete essere felici, assaporate l’autunno, la stagione in cui l’anno vecchio risplende di fuoco ardente per poi dissolversi. Perché mai fermarsi a pensare ai passati giorni d’estate quando potete invece scegliere di guardare con calma una foglia, osservandola diventare rossa davanti agli occhi? Quando, poi, potete allegramente osservare quanto siano favolosi i colori di quest’anno.

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