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Pier Luigi Bini e il Vecchiaccio

«… Pierluigi saliva e scendeva dappertutto: prime solitarie, prime ripetizioni a tempo record, concatenamenti (fino a dodici vie in giornata al Gran Sasso…), qualche prima invernale e soprattutto nuove vie aperte con criteri completamente differenti da quelli di tutti gli altri. Non aveva tabù… (Massimo Marcheggiani)»

Pierluigi Bini
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Pierluigi Bini e il Vecchiaccio
di Luca Bevilacqua
(già pubblicato il 17 dicembre 2010 su climbing pills)

Mi viene ancora da ridere solo a pensarci.
Io arrivavo all’attacco della Micheluzzi al Piz Ciavazes e c’erano dei Ragni di Lecco, molto giovani, dovevano essere diventati “ragni” da poco, tant’è che era la prima volta che scalavano nelle Dolomiti.
Non dovevo sembrare uno scalatore vero, sembravo più un “passeggiatore”, con una magliettaccia, le scarpe da ginnastica; loro invece erano pronti, là, col maglione, la salopettina, l’imbragatura già messa. “Arrampichi solo?” mi chiesero gentilmente. “No, sto aspettando il mio collega”, ho risposto, pensando “capirai, adesso che vedono il Vecchiaccio…”. Vito arrivava sempre mezz’ora dopo, con comodo, perché gli mancava mezzo polmone. Loro intanto hanno attaccato la via. Poi è arrivato Vito, con le buste di plastica, dentro le quali aveva messo un po’ di attrezzatura, la marsala, qualcosa da mangiare. Butta tutto a terra e apparecchia una specie di picnic. Li guarda e dice: “Mi sembra di conoscerlo questo maglione, col ragno”. Sembrava una presa in giro e intanto consumava il suo banchetto. Poi ci mettiamo all’opera.

La parete sud del Piz Ciavazes
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Io ero allenatissimo in quel periodo, andavo su a tutta birra, Vito come sempre era un fulmine; li abbiamo ripresi subito, poi sorpassati e loro erano tra il divertito e lo stupefatto. Più in alto abbiamo raggiunto una cordata di tedeschi che hanno guardato Vito chiedendo: “Carlesso (un famoso alpinista dolomitico degli anni ’30)?”. “Ja, ja”, abbiamo risposto. Figurati Vito, si è messo a fare tutta la scena, si è fatto fotografare. Arrivati al traverso della Micheluzzi, guardo in basso e vedo uno che arriva, con la maglia gialla, i pantaloni verdi, un cappelletto con la piuma e le EB. Slegato (è Heinz Mariacher, fortissimo arrampicatore austriaco che ha scorrazzato per le Dolomiti in quegli anni con spirito dissacratorio, desiderio di ricerca e grandi qualità tecniche e mentali, rivoluzionando – assieme ad altri – il modo di salire le montagne). Ci ha sorpassato facendo delle piccole varianti sulla traversata. Incredibile, scalava come un ballerino. I ragni di Lecco, poveracci, quando li abbiamo incrociati quella sera a Passo Sella, ci hanno confessato che quella era la loro prima volta nel massiccio, e sarebbe stata anche l’ultima: “Qui in Dolomiti succedono cose strane! (Pierluigi Bini)”.

Orsaroles. Da sinistra a destra: il Vecchiaccio, Pierluigi Bini, Luisa Jovane e Heinz Mariacher
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Pierluigi Bini, ragazzo di borgata romana, piuttosto che a giocare a pallone, si diverte a fare l’alpinista.
Negli anni ’70, quando l’alpinismo ufficiale, secondo i modelli consacrati, si faceva nell’Himalaya oppure nelle Alpi, e gli unici alpinisti ampiamente conosciuti erano Bonatti, Compagnoni e Lacedelli, pratica un suo fantasioso “alpinismo” prendendo ispirazione da foto dei vecchi gloriosi apritori di vie pubblicate su libri e dizionari. Insieme all’amico Raffaele Bernardi, si cimenta da prima in ustionanti calate usando corde da cantiere per poi lanciarsi in una serie di “prove” dove ogni contesto si dimostra valido per arrampicare, tutto quello che la borgata romana di Torre Maura può offrire: ponteggi, alberi, tubi del gas appoggiati alle case, scarpate di tufo o muri di cemento costruiti a ridosso dell’autostrada…

Eravamo scavezzacolli di borgata, salivamo sugli alberi, e poi abbiamo visto sull’enciclopedia le foto degli “scalatori”, queste corse rosse, un uomo in spaccata col ghiacciaio sotto, e allora c’è balenata l’idea di provare: “Perché non facciamo gli scalatori anche noi?”. Mio padre, che era preoccupato perché il figlio si era fissato con le corde, arrampicava sotto i ponti e non andava più a scuola, chiese consiglio ad un amico che lo indirizzò al CAI: “Così gli insegnano qualcosa, altrimenti s’ammazza, e poi vedrai che gli passa”!
E così sono finito in via di Ripetta, dove c’era la sede del CAI di Roma. Ci portarono per prima cosa a sciare, a Campo Staffi, ma io volevo scalare. Poi a fare le gite sociali, con tutti i vecchietti, che si lamentavano di questi ragazzini che scappavano sulle rocce; a un certo punto ci siamo rotti le scatole, facevamo finta di partecipare alle gite domenicali in pullman e invece scappavamo alla stazione Termini e prendere il treno, che partiva dal binario 8 alle 7.22 per Pescara, discesa alla stazione Marcellina, tutta la strada a piedi fino al monte Morra, con un cordino da 7 mm perché non avevamo altro
(Pierluigi Bini)”.

Quel rischioso “gioco” dei ragazzi, contestato da preoccupati genitori, trova una prima cittadinanza concreta con l’iscrizione ai corsi del CAI di Roma. Dietro lo scudo dell’escursionismo scolastico, Pierluigi e i suoi amici possono raggiungere il Gran Sasso con l’intimo desiderio di esplorarlo “in cordata”.
L’istruttore preferito dei corsi di roccia diventa per Pierluigi il giovane polacco Rys’ Zaremba, l’unico che non usava i rigidi scarponi di cuoio preferendo invece leggere scarpe da tennis muovendosi in aderenza con tranquillità su passaggi dove gli altri trovavano difficoltà.

Dopo ho fatto il corso CAI, con la giornata conclusiva al Gran Sasso, la salita di notte alle Fiamme di Pietra, con la luna piena e ancora la neve. In quella occasione ho salito la via Valeria, al campanile Livia e lì ho conosciuto Rys’ Zaremba. Lui notò che arrampicavo bene e l’anno successivo mi propose di andare in Dolomiti con lui. A me sembrò di toccare il cielo con un dito, Rys’ era un mito per me, era diverso dagli altri, fuori dalle righe, faceva le vie slegato. Quindi il 1975 fu il mio battesimo in Dolomiti, avevo un maglione con la striscia rossa e blu (Pierluigi Bini)”.

Bini con Rys’ Zaremba al bivacco Dal Bianco in Marmolada
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Bini non ha una lira in tasca, come tutti i ragazzi di allora, ma la sua passione lo spinge, tra mirabolanti peripezie, alla conquista delle vette e delle pareti più impegnative con imprese degne di nota. Egli dimostra che le teorie di Messner sull’arrampicata libera possono essere messe in pratica anche da un ragazzo che vive lontano dalle Alpi e che aggredisce la roccia in Superga (per poter avere il piede più adattabile).
E’ una svolta per l’approccio alla montagna, non solo dal punto di vista filosofico (un alpinismo che si fa divertente, ludico, scanzonato), ma anche da quello tecnico (con l’idea di salire leggeri e comodi per agevolare movimenti del corpo e gestualità tecnica). Tipico dello “stile Bini” era anche il concatenare molte solitarie in una giornata, alternando salite e discese.

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Per anni Pierluigi concatena sulle Dolomiti, come sul Gran Sasso, vie di straordinaria estetica e tecnica, suscitando la simpatia e l’ammirazione degli alpinisti più forti della sua generazione. Fra il 1976 e il 1980 (16-20 anni) Pierluigi compie un’eccezionale serie di prime solitarie su tutto l’arco delle Dolomiti, fra cui la via dei Fachiri, la Detassis al Croz dell’Altissimo e la Gogna alla Sud della Marmolada.
E’ una passione cocente, totalizzante che lo porta ad abbandonare la scuola e a fare dell’alpinismo la sua unica occupazione per interi anni.

Bini è, a suo modo, un rivoluzionario e dunque, come tutti i rivoluzionari, è un radicale. Lo è però con una straordinaria modestia e con una grande semplicità che lo portano ad alternare le arrampicate con grandi campioni dell’alpinismo a uscite con neofiti sconosciuti o vecchi amici dilettanti della montagna.

Emblematica in questo senso è la sua amicizia con Vito Plumari, un anziano bidello di scuola, siciliano, reduce dalla campagna di Russia (da cui si porta in dote congelamenti e tubercolosi), felliniano outsider dalle mille stramberie:

Ho iniziato a scalare nel ’74, con un gruppetto di ragazzini e poi ho continuato con Vito, all’inizio solo perché lui aveva la macchina e noi eravamo appiedati, poi è nato l’affetto che ci ha unito su così tante salite (Pierluigi Bini)”.

Nella figura di questo “Vecchiaccio” come viene affettuosamente soprannominato da Bini, si concentra la provocazione all’immagine ovvia del prototipo di climber. Nascerà una ventennale amicizia tra queste due persone così diverse che hanno in comune il desiderio di vivere la propria vita come un’avventura e, in questa loro ricerca, la montagna offre un terreno inesauribile.

Vito Plumari, il Vecchiaccio
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Il Vecchiaccio a Yosemite
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Heinz Mariacher definì il Vecchiaccio: “l’unico vero alpinista, quello che arrampica per se stesso solamente, uno sciamano alla stregua del Don Juan dei libri di Castaneda.” Altri che l’hanno conosciuto lo accostano ai personaggi di Pian della Tortilla di John Steinbeck. Le sue vicende sono quelle che ogni adolescente vorrebbe vivere dal momento in cui comincia ad assaporare l’avventura dopo aver letto ne L’isola del Tesoro di Jim e del pirata Long John Silver: sono le storie corsare di chi, guidato dalla voglia di vivere e di libertà, riesce a spremere il meglio della vita senza mai tradire se stesso.
Al Vecchiaccio è dedicata una delle vie più famose di Pierluigi, la Via del Vecchiaccio appunto, sulla Seconda Spalla del Corno Piccolo, al Gran Sasso; al momento dell’apertura (1977) il tiro chiave della via era il più difficile aperto al Gran Sasso, un traverso di VI grado in placca senza protezioni intermedie.

Pierluigi Bini in apertura sulla Via del Vecchiaccio al Gran Sasso
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Per una serie di vicende particolari, come d’altronde tutta la sua vita, Plumari, deceduto nel 1996, è stato inumato solamente nel 2006 durante una commemorazione in cui l’emozione si è ben presto trasformata in una festa del ricordo, della persona, e della sua eredità umana. Il cortometraggio Lo Sciamano della Montagna è un ricordo di questo personaggio che l’autore del libro Rotti e stracciati ha deciso di pubblicare sul web.

Questa giornata di commemorazione per il Vecchiaccio è stata organizzata da Pierluigi a Collelongo, paesino della Marsica divenuto patria adottiva di Vito, a testimonianza del suo affetto per questo vecchietto strampalato e affetto dal Parkinson, che a 60/70 anni “giocava” sulle pareti dolomitiche, vestito da capo indiano, oppure in sella alla sua “bestiola” a due ruote.
Ricordare Vito è un invito per tutti, giovani e anziani, a prendere la vita così come viene, e a coglierne l’aspetto positivo anche quando la si è vissuta in modo difficile, molto difficile, com’è stato per il Vecchiaccio.
Durante la giornata, organizzata in stile giocoso e scanzonato, in perfetta sintonia con l’indole del festeggiato, si è svolta anche la scalata al campanile della chiesa, lungo la via Celestina, attrezzata per la bisogna dall’instancabile Pierluigi (3 tiri di corda su roccia da ottima a friabile, che comportavano percentuali di stanchezza dal 20 al 40 %), in cui si sono cimentati alcuni dei convenuti.

La via “Celestina” e Pierluigi Bini in “apertura”
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E poi? Il libro Rotti e stracciati finisce d’improvviso, con una cesura netta che lascia un punto interrogativo.

Mi sono fermato perché ci sono anche altre cose: le macchine sono diventate la mia grande passione, andavo a correre. E poi le donne, ho cominciato a vestirmi meglio, a civilizzarmi. E infine mio padre, con questa storia del lavoro. Da un certo punto di vista sono contento, perché sono tornato alla normalità, altrimenti cosa avrei fatto, se avessi solo arrampicato.
Io non ho mai smesso del tutto, però non l’ho più fatto a quei livelli perché ero diventato un maniaco, forse ero anche nauseato, non potevo continuare a quei ritmi: sempre più vie, sempre più solitarie, sempre più veloce. Come sarebbe andata a finire…? Su cose estreme. Quando ho visto le foto di Tone Valeruz (sciatore estremo) gliel’ho chiesto: “Ma che stai cercando, la morte?”. E’ brutto fermarsi, certamente, ma io ho deciso di uscire da questo mondo, il lavoro mi appassionava di più
(Pierluigi Bini)”.

A molti può apparire incredibile come una persona animata da un talento e una passione così forti possa avere smesso, ma… la storia non finisce qui.

Dopo essersi ufficialmente “ritirato” dall’alpinismo di punta, Pierluigi ha continuato a ripetere molti grandi itinerari delle Dolomiti e del Gran Sasso, e a tracciare itinerari di alta difficoltà su pareti sconosciute dell’Appennino ma anche sulle Tre Cime di Lavaredo.
E infatti, solo per fare un esempio, chi lo conosce ha detto, poco dopo la festa di commemorazione per Vito: “quando madre Natura ti dà classe e talento, non disgiunti da grande passione e modestia, queste qualità te le porti tutte dietro, e per sempre. Il libro, in quanto tale, finisce “di brutto” perché Piero Bini ha scritto quelle pagine irripetibili di storia dell’alpinismo in un arco di pochi anni (come quasi tutti i Grandi), a fine ’70, ma Pierluigi in questo momento è dalle parti del Civetta a fare quel che più gli piace, facendolo – come sempre ha fatto – con grande umiltà e discrezione, solo per se stesso e per le persone a lui più vicine“.

Uno dei più forti arrampicatori romani della generazione successiva, Stefano Finocchi ne parla così:“Dunque era Pierluigi Bini il mio mito, detto Piero, dal ’75 all’80 fece tutto, ma veramente tutto. Nuova concezione dell’arrampicata, velocità, allenamento, forza erano queste le sue doti, fino ad allora niente di simile o avvicinabile c’era stato. Lui si allenava come si potrebbe intendere adesso, traversi sui muri con sovraccarichi, trazioni, boulder a Ciampino (scoperta da Piero), vie slegato al Morra in salita e discesa, si diceva che facesse 2000 metri di scalata in un giorno… allucinante se ci pensate.
Era a un altro livello.
All’epoca (anni ’80), nella saletta della SUCAI, dei giovani ragazzi già maggiorenni avevano capito che per diventare forti bisognava fare come Piero, ed infatti loro lo facevano.
Erano Paolo Abbate, Maurizio Tacchi, Marco Forcatura e Luca Grazzini, il Picone, Camplani, Marco Re; ma loro erano già grandi e io ero piccolo (15/16 anni) quindi mi ritrovai con il Medio Verme e Gaston ad arrampicare insieme.
Lì conobbi Nicola D’agostino che fu per circa due anni il mio compagno d’avventura.
Apro una piccola parentesi dicendo che ci fu una pausa di qualche mese che mi fermò nell’arrampicata, la mia caduta al Morra giù per la Marco (IV grado), frattura della tibia, tre mesi fermo.
Penso che nella storia dell’arrampicata sportiva romana si debba dedicare un piccolo capitolo a Piero, perché la sua mentalità all’epoca era avanti anni luce rispetto al resto del mondo dell’arrampicata.
Non c’erano muri artificiali, non c’erano vie spittate, non c’erano i materiali di ora, ma nonostante ciò lui con le Superga ai piedi (non esistevano scarpette) saliva in apertura vie di 6a sulle lisce placche del Gran Sasso o nelle Dolomiti, quindi una nuova mentalità.
Io quindi mi ispiravo a Piero pur non conoscendolo, anzi… penso che già aveva rallentato parecchio quando io iniziai. Si andava a Ciampino a fare boulder e arrampicare slegati, al Morra in 5/6 uno dietro l’altro slegati a fare metri (io al max feci 1500 mt in un giorno) sempre con i Vermi, Nicola e i grandi (Tacchi, Abbate etc…) e li ci si incontrava un po’ tutti il gruppo dei pazzi (il Dibba, Ciato er Vitale, Pennisi), tutti con la tutina rossa.
Mi ricordo che io e Nicola andavamo spesso a fare bouldering al Teatro Marcello… sì sì proprio lì, sul travertino bianco antico, bello, bei blocchi e belle fughe con il vigile urbano che ci inseguiva.
Okkei ora vi ho spiegato un pochettino la situazione romana nei primi anni ‘80. Piero l’oracolo, ragazzi arrampicatori già forti e con alle spalle – se pur appena maggiorenni – quantità di vie fra il Gran Sasso e le Dolomiti, degne di un accademico (Tacchi, Abbate, Grazzini, Forcatura, Camplani, Re, Picone, Monti).
Noi piccoli (Gaston penso fosse il più grande, 17 anni) in pieno delirio ormonale con il vero fuoco che ci bruciava dentro e la voglia di scalare a manetta
(Stefano Finocchi)”.

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Fonti principali:
L’Appennino Meridionale – 2006, anno III fascicolo II,  recensione di Pia Hullmann  al libro Rotti e stracciati;
ALP Grandi MontagneGruppo di Sella, intervista a Pierluigi Bini a cura di Fabrizio Antonioli e Francesca Colesanti;
http://koalaciarliero.blogspot.com/2008/08/rotti-e-stracciati-ma-straordinari.html;
Stefano Finocchi su Fuorivia e Bruno Moretti su Planetmountain;
Sciampliciotti, Alberto, Rotti e Stracciati, Centro Documentazione Alpina, Collana Le Tracce.

Alcuni commenti (al post originale):
Fabrizio Rodolfi (5 maggio 2011): “Mi vengono in mente due aneddoti: il Vecchiaccio seduto fuori dalla “mitica” baita del Gigi e della Berta al Ciavazes , seduto con loro due e con Sandro Pertini ( allora Presidente della Repubblica) che discutevano tutti e quattro animatamente , ma molto animatamente , non mi ricordo più di cosa e noi che ridevamo vedendo loro quattro , trecento anni in totale , che si infervoravano come dei ragazzini e poi improvvisamente la pace davanti ad una tazza di caffè. Il secondo io ero sullo spigolo Abram con la Monica e il Nane ed al traverso tutto preso ed incasinato sulle staffe arriva Piero che con “non chalance” mi passa sotto senza toccare un chiodo seguito a ruota da Vito che invece si attacca ai chiodi a cui ero attaccato io facendo un casino tremendo e a mò di scusante guardandomi mi dice : “Scufa , scufa ma fai fe non ci aiutiamo tra noi handicappati (a me manca un braccio)” ti lascio solo immaginare la mia risposta”.
Marco Re (13 settembre 2011): “Insonne, girando su internet per cercare altri ricordi del carissimo amico fraterno Marco Forcatura mi sono imbattuto in questo interessante scritto… ed in un attimo mi sono tornate in mente le giornate alla baita con i cari Gigi Grigato e Berta… ed alle enormi quantità di burro che con Giampaolo eravamo in grado di consumare… e poi Vito di cui l’odore inconfondibile mi è subito tornato al naso… le spese proletarie nei supermarket e l’autostop da Roma… la lunghissima Maestri alla Roda di Vael… giornate piene di luce… non so quanti hanno avuto la fortuna di vedere tanta luce…”.

 

Articolo degli anni ’80 che parla di Pierluigi Bini e dei “ragazzacci” della generazione appena successiva
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