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Pria Meüia – 1

E’ con tristezza che comunico al lettore che da parecchi decenni la Pria Meüia non esiste più, cancellata dalle cave di calcare.

Pria Meüia – 1
(dal mio diario, novembre 1962)

Rinnovo l’iscrizione al CAI e frequento la biblioteca. Mi capita in mano un libricino, «Palestre d’arrampicamento geno­vesi”, di Euro Montagna, e noto che vi si parla di uno spun­tone sopra Sestri Ponente, chiamato il Campaniletto di Sestri. «È un esile e curioso monolito di calcare dolomitico alto una decina di metri che sorge su «di un costolone scendente ad est del M. Spassoja, al di sopra delle Case Gianchetta… Per la sua forma bizzarra (più stretta alla base che alla parte superiore) questa guglia è conosciuta anche col nome di «Pria Meüia” (pietra matura), data la somiglianza con un frutto che raggiun­ta la maturazione sta per cadere dalla pianta. Fatta eccezione per la parete che guarda a nord la roccia è ovunque saldissima, come in una delle innumerevoli guglie della Grigna. La prima ascensione è di Federico Federici, il 30 luglio 1905, da solo”.

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1 luglio 1962. Alle 13.15 mi trovo alla fermata del B che porta a Sestri. Dopo Cornigliano guardo bene la valle per cui devo passare, poi scendo a Sestri. Invece di prendere la strada per Panigaro, scelgo quella per Borzoli, poi, siccome devo pas­sare sull’altra sponda del Rio Chiavagna, attraverso su un pon­te molto largo. A Panigaro ci sono le cave di calce. Questi luo­ghi sarebbero belli per natura, ma la mano dell’uomo li ha ro­vinati completamente con la costruzione dello stabilimento per lavorare la calce che si ricava dai vicini scavi. Il torrente è per­ciò pieno di acqua giallastra, l’aria è sottomessa al fumo e alle esalazioni pestilenziali. Questo è Panigaro… Giunto alle Case Gianchetta, vedo un roccione aguzzo, ma non penso sia il Cam­paniletto. Invece secondo le informazioni di un contadino lo è. Dopo sei o sette minuti sono alla base. Rimango esterrefatto di fronte a tanta magnificenza. Immaginarsi un torrione inclinato ad arco, con la prescrizione di scalarlo dalla parte strapiomban­te… Individuo subito la via, che è la 14b, ma non nutro molte speranze di successo. Arrampico per 2-3 metri fino a una cen­gia sul versante ovest, ma, spaventato, mi arresto e poi torno indietro. Ho fatto dunque solo un terzo di tutto il torrio­ne. Tento ancora due o tre volte ma la paura è troppo forte. Sono le 14.45 e non so cosa fare. Stare qui, neanche per idea, è inutile. Mi risolvo per un giro sui monti circostanti…

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6 settembre 1962… Ma è con Marco Ghiglione che torno al Campaniletto… Per quella stradaccia infernale camminiamo di buon passo dicendo spiritosaggini sui sestresi che vivono in quel letamaio… gli mostro orgoglioso il Campaniletto di Sestri che si erge lassù, tronfio. Non abbiamo nessuna speciale attrez­zatura, neanche un cordino. Solo calzoni corti e calzature di gomma. Ci cambiamo subito dopo aver oltrepassato le ultime case… Alla base ci rimettiamo in sesto, gli lascio il tempo di ammirare tale ammirabile bellezza, poi comincio. In un attimo sono al punto massimo raggiunto la prima volta e velocemen­te mi sposto a sinistra, aggrappato a una fessura. In un momen­to sono alla fine della cengetta inclinata e da lì salgo ancora mezzo metro. Non me la sento più di andare avanti e mi fermo. Sto guardando il maledetto passaggio e comincio a rimuginare come con un po’ di chiodi si possa passarlo. Basta raggiunge­re quello spuntone strapiombante e poi si è a posto. Mentre guardo, vedo un chiodo, piantato solidamente nella roccia. E­sultando, lo urlo a Marco, poi scendo. Sale lui: va mezzo me­tro più alto di me e naturalmente saggia il chiodo. Poi prova il passaggio: basta raggiungere lo spuntone… certo, ma come? Ecco, con una corda si sarebbe fatto un laccio, poi dal basso l’avremmo tirato! Certo ci vuoi la corda. Insomma, siamo im­potenti. Scende. Ritento io e raggiungo il suo punto massimo, ma non procedo oltre… Mentre scendiamo facciamo i progetti per la conquista. Quando si potrà torneremo con una corda, chiodi e moschettoni. Ed anche due cordini. Tutto sta a rag­giungere quello spuntone… Però, chissà se lo spuntone tiene! Allora decidiamo di far così: faremo il laccio, lo lanceremo allo spun­tone, poi prenderemo il capo della corda, andremo sulle rocce di fronte al torrione e tireremo a più non posso. Se verrà giù, pace, se terrà, bene, ci assicureremo…

7 settembre. Il giorno dopo sono ancora là, con Gianni Gras­silli. Ancora senza equipaggiamento. Salgo fino alla cengetta e fino al chiodo, poi fingendo meraviglia esclamo: – Ma qui c’è un chiodo! – Poi, sempre fingendo, lo tocco e dico: – Ed è anche solido! -. Mi spingo fin quasi a cavalcioni di uno spigoletto e con ciò batto il record di ieri; poi torno giù. Sale lui, si capisce con un po’ di circospezione: ma se la cava bene e vede il chiodo. Quando ha visto la via da fare, dà il suo pare­re. Secondo lui non è difficile, ma bisogna piantare un altro chiodo e avere della corda. Più che giusto, ma dove prendere la corda? Decidiamo di tornare alla fine di settembre, quando io sarò tornato dalla campagna. Frattanto lui cercherà amici, ecc. ecc…

Mi alleno nella marcia al campo sportivo di Genova Cornigliano (aprile 1962)
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5 ottobre. Con Marco acquistiamo due chiodi a punta (la parte che deve penetrare nella roccia è lunga tre centimetri) e un moschettone. È la prima volta che vediamo un chiodo per intero… Al momento di partire Marco non è riuscito a trovare la corda. Venerdì 5 ottobre è il primo giorno di scuola, diciamo di andare al campo sportivo di Cornigliano per allenarci alle gare di marcia. Quanto alla corda mancante, pazienza: ci ar­rangeremo con un cordino in vita e con un cordino da 8 mm di tre me­tri e qualcosa. Sull’autobus io progetto così: andrò su per pri­mo e mi attaccherò con il cordino al chiodo che c’è già; poi andrò più in là possibile e pianterò il primo chiodo, il meglio possibile, attaccandovi poi il moschettone nuovo. Poi farò passare la cordetta nel moschettone, legandomi con il nodo bu­lino. Farò un altro nodo con il capo pendente della corda e con l’anello del nodo bulino, in modo da fare un’altra asola. Poi tornerò indietro, toglierò il cordino dal chiodo vecchio e lo riattaccherò al chiodo da me piantato, avendo cura di togliere il moschettone che tiene la corda. Poi mi slegherò dalla corda, farò con essa un lancio e la getterò sullo spuntone. Tirerò e farò passare il capo nel moschettone dell’asola, cioè l’assicu­rerò ad essa. Poi mi toglierò l’asola e, attaccato alla corda, attraverserò fino allo spuntone. Da qui facilmente alla cima…

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Ci cambiamo d’abito e comincio immediatamente a salire. Giun­go al chiodo e mi ci assicuro con il cordino. Poi stando in piedi abbastanza comodamente cerco una fessura per il chiodo: pianto a destra e a sinistra, nessuna andava bene, il chiodo è troppo piccolo. Insomma non ce la faccio. Allora scendo e porgo il chiodo a Marco. Sale, si assicura con il cordino e pianta e ripian­ta: niente da fare. Scende, ma prima gli sfugge il chiodo di mano, che mi passa sibilando vicino alla testa. Per cercarlo perdiamo un sacco di tempo. Salgo di nuovo io e riesco a pian­tarlo decentemente; però ciò mi costa tanta fatica che scendo.
Allora sale Marco: attacca la cordetta al chiodo vecchio e la fa passare nel chiodo nuovo. Poi si assicura al chiodo nuovo con l’asola e fa il laccio. Lo lancia tre o quattro volte fallendo regolarmente il tiro, poi riesce ad ancorarlo allo spuntone, non molto sicuramente, però. Decidiamo che ci vuole un bastone per metterlo a posto e, in mancanza del bastone, scendo giù io a tagliare un ramo. Mentre sto torcendo un ramo per spezzarlo, guardo in alto e individuo una via di salita che mi sembra più facile di quella fino ad ora seguita. Porgo il ramo a Marco che mette a posto il laccio. Poi salgo e guardo la nuova via; più facile, mi sembra, ma verticale, con troppo vuoto sotto e per­ciò paurosa. Marco si toglie il cordino, se lo mette doppio alla vita e allaccia il moschettone alla corda; ci scorre sopra fino al chiodo da me piantato; si assicura bene alla roccia, sposta il moschettone e continua fino a che riesce ad abbrancare lo spuntone strapiombante. Ci vuole un bel po’ prima che si metta in po­sizione di sguardo; poi torce la bocca e dice che è difficile pro­seguire. Ed io che credevo che dopo lo spuntone sarebbe stato facilissimo! Decisamente ho preso una cantonata.

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Marco comincia ad essere stanco e torna indietro, ripetendo le stesse manovre. Tocca a me. Più o meno alla stessa maniera ripeto i suoi movimenti e con uno stile che farebbe abbaiare un gatto riesco a mettermi a cavalcioni dello spuntone. Senza tan­te cerimonie cerco di mettere i piedi dove ho il sedere: sono con la pancia alla parete e quindi in posizione precaria. Sotto di me sei metri di vuoto rientrante. Mi siedo di nuovo. Pianto l’altro chiodo in una fessuretta buona e pare che resista. Al­l’improvviso mi viene un pensiero: – Poi, come farò a scen­dere? – Inoltre comincia a far buio. Marco mi sconsiglia di proseguire ed io ben contento di ciò scendo. Cordini e chiodi rimarranno per il prossimo tentativo. È ormai buio pesto…

Ma il dubbio di aver sbagliato via mi è rimasto. Una sera torno al CAI e rileggo la guida. L’itinerario 14a è il più facile e non il 14b! Finora abbiamo seguito una via di IV, mentre la via normale è di III.

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13 ottobre 1962. Marco deve aiutare suo padre in negozio, così vado da solo. Mille pensieri si agitano in me: ce la farò a salire? e poi a scendere? Ma sì, ma no, però… Mi avvicino alla base e mi cambio con gesti automatici: attacco la pareti­na solita, arrivo al chiodo arrugginito. Da lì mi preparo al nuo­vo passo: con entrambe le mani mi aggrappo a un solo spun­tone-maniglia e poso il piede sinistro su una piccola piattafor­ma dello spigolo nord-ovest. Ma capisco che così non ce la farò. Torno indietro. Mi aggrappo con la sola mano destra a quello spuntoncino e poso il piede sinistro dove era prima. Così sono in equilibrio ma se mi sposto potrei cadere e fare un “volet­to” di sei o sette metri. Con la sinistra cerco appigli e ne trovo uno esilissimo. Tenendomi abbastanza tenacemente con la de­stra porto pian piano il piede destro vicino al sinistro e poi mi sposto con il corpo. Finalmente sono su terreno più facile. Sto fermo un poco, poi mi accingo a superare il nuovo ostacolo. Si tratta dello spigolo a nord, due metri di grossa paura. Poi è facile e in breve sono in cima. C’è un chiodo con un cordino per corda doppia, c’è vento. L’oltrepasso e sono sul masso terminale! È dal primo giorno di luglio che ci sto dietro e finalmente l’ho con­quistato. Da solo, per giunta!

Mi abbasso per il troppo vento e torno al chiodo. A grandi martellate, poco nobilmente, me ne impadronisco. Mai visti di così grossi! Me lo metto in tasca assieme al cordino e mi sporgo verso la base, per vedere la via che volevamo fare con Marco. Poi, comincio a scendere, molto emozionato.

Giunto allo spigolo di due metri da scendere, strisciando come un verme riesco a mettere i piedi sul terrazzino di sotto; e quando giungo sull’altro spigolo, aggrappandomi con le due mani a quel famoso spuntoncino, supero al volo il passaggio e mi ritrovo dall’altra parte. da lì scendo a terra, felice come solo gli alpinisti possono esserlo.

Poso tutto lì e, solo col martello, salgo di nuovo per togliere i chiodi e la cordetta del 5 ottobre. Riesco a togliere il laccio e il chiodo piantato per primo. Tento anche, con furiose martellate, di togliere il chiodo vecchio, ma non ci riesco, è troppo saldo. Scendo e considero che di mio ci ho lasciato solo quel chiodino oltre lo spuntone strtapiombante.

E’ ancora presto ma mi precipito giù a Sestri Ponente, prendo il 22 per andare a Rivarolo. Corro al negozio di Marco e gli mostro la mia preda. Il viso gli si illumina di gioia: mi chiede quando ci torneremo assieme. Poi lo saluto e con il 26 torno a casa.

(continua)

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