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Pria Meüia – 2

Pria Meüia – 2
(dal mio diario)

Una sera stavo leggendo in biblioteca al CAI: ti vedo un tale, un mio ex-compagno di scuola delle elementari, Alberto Martinelli. Grandi saluti e “come va” e “come mai sei qui”, ecc. Torniamo verso casa assieme.

Gli parlo naturalmente del Campaniletto di Sestri, lui è curioso: capisco che gli piacerebbe andare a vederlo. Decidiamo di andare l’indomani, che è festa a scuola.

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Alberto è un tipo su roccia indubbiamente capace (un giudizio che ovviamente ho dato dopo un po’ di tempo), ma soprattutto in artificiale. Vuole fare il corso di roccia, come anche io del resto, e in complesso andiamo abbastanza d’accordo, anche se litighiamo sempre. Lui fa sempre il contrario di quello che dico io. Cosa che con Marco Ghiglione non succede.

Purtroppo Alberto non è un gran camminatore e preferisce le rocce comode da raggiungere a quelle scomode.

Il 17 ottobre 1962 vado dunque con Alberto alla Pria Meüia, arrivando alla base più o meno alla stessa solita ora. Ci cambiamo e cominciamo a salire. Non abbiamo niente, a lui ho detto che la corda non è necessaria.

Salgo per primo e supero il passaggio di III al solito scabroso modo.
– Vieni! – gli urlo. Lui mi segue in modo ancora più scabroso. Poi attacco lo spigolo sopra il terrazzino e lo supero con facilità, meravigliandomi che solo quattro giorni prima avevo dovuto fare i salti mortali per passare.

Alberto ha invece bisogno di molti incoraggiamenti, ma alla fine ce la fa. Gli ultimi passi, poi siamo in cima. Scendiamo subito, a lui sembra un calvario (a quel che dice), ma tutto alla fine si conclude senza danni.

Gli faccio vedere le altre vie e tra l’altro trovo anche il coraggio necessario per andare a prendere il chiodo che mi appartiene e che è piantato oltre lo spuntone strapiombante. Attraverso fino allo spuntone, mi ci siedo sopra e levo il chiodo. Poi torno indietro senza speciali difficoltà, accorgendomi che tutte le manovre fatte con Marco il 6 ottobre erano del tutto inutili: si passa agevolmente in libera!

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C’è anche una via, prima di IV poi di III, la 14c-14cI, che con Marco avevamo tentato inutilmente. Tenta Alberto e va più su di noi. Tento io, ma non supero Alberto.

A quel punto scaliamo un po’ sulle roccette vicine, mi sembra di destreggiarmi assai meglio di lui. Incalzati dal buio scendiamo ancora al Campaniletto, e da lì a Sestri e a casa. Nel frattempo abbiamo deciso di andare ad arrampicare in Bajarda, un massiccio roccioso a est della Punta Martin e stabiliamo di andare la domenica dopo, 21 ottobre, armati di tutto l’occorrente.

Torniamo al Campaniletto sabato 27 ottobre. Quando ci cambiamo alla base, per la prima volta indosso una tuta da ginnastica perché comincia a fare un po’ freddo. Saliamo in cima e questa volta scendiamo a corda doppia, dalla parte che avevamo tentato con Marco, quella dello spuntone strapiombante. Ho paura. Mi allaccio con il cordino di Marco per fare la discesa, con la tecnica collaudata al Masso del Ferrante (Bajarda) il 21 ottobre. Ma qui non sono pochi metri, e neppure sono spinto dalla necessità come mi era successo, sempre lo stesso giorno, nella maledetta fessura-camino della Cresta Settentrionale di Pietralunga. Questa volta è una calata nel vuoto, vado lentamente e poso i piedi sullo spuntone famoso. Da lì, con un bel balzo, fino alla base, distante un bel metro e mezzo dalla roccia. Poi tocca ad Alberto, stessa fifa e stessi timori. Nella discesa si strappa il maglione. Subito dopo risale in vetta per la via solita e mi assicura dall’alto mentre tento di fare la via di IV già tentata le altre volte. Arrivo al vecchio chiodo, da lì traverso bene fino allo spuntone, ci salgo su con i piedi. Da lì mi aggrappo agli appigli superiori e riesco a salire senza molta fatica. Mentre io esulto Albert scende ancora a corda doppia. Dopo essersi legato, invece di fare la 14b, quella che ho appena salito, si attacca alla 14cI, prima per lo spigolo sud-ovest, poi in parete sud. Attacca lo spigolo, annaspa un po’ ed è su una cengia. Poi è facile e mi raggiunge in vetta. Tocca a me ora scendere e ripetere lo stesso itinerario di Alberto. Poi ancora tocca a lui fare la 14b. Quando si stacca dallo spuntone strapiombante per sollevarsi, vola. Io lo tengo senza neppure accorgermene!

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Ora tentiamo di fare corda doppia dall’altra parte, versante est, dove ci sono 17 metri di dislivello e un vuoto ancora più pronunciato. Questa volta va lui per primo. Arrivato al punto in cui il vuoto si fa sentire, per fortuna vede che la corda non arriva in fondo, mancano due metri. Esita un po’, poi va giù. Io non lo vedo, quando vedo la corda agitarsi sento l’urlo “sono arrivato. Tocca a me. Però avevo dato a lui il mio maglione della tuta, perché il suo era del tutto squarciato sulla spalla. Così mi risolvo a scendere ugualmente con il suo “straccio”. Per un po’ tutto bene, poi la corda mi scivola sulla pelle della spalla. Stringo i denti dal dolore. Quando però arrivo al fondo della corda, non riesco a dondolarmi per raggiungere le rocce della base. Dopo due o tre mosse inutili, lo prego di aiutarmi, lui riesce ad afferrarmi e finalmente posso liberare la mia povera spalla.

Ormai è buio. Salgo per la via normale, levo i chiodi, butto tutto giù ad Alberto. Poi scendo in arrampicata, nell’oscurità quasi completa. Per fortuna conosco a memoria l’ubicazione degli appigli.

Finalmente anche Marco Ghiglione può venire al Campaniletto, e questo accade il 2 novembre 1962. Prima cosa, gli faccio fare la normale. Prima salgo io con la corda, poi lui mi segue, senza dovergli dare spiegazioni. Intanto io ripianto i chiodi in cima e butto giù la corda. Ci scappa una foto con l’autoscatto in vetta, poi lui scende a doppia sulla parete ovest. Io non posso fare uguale, ho ancora la spalla escoriata. Considerato che per lui è la prima volta, scende molto bene, dando prova di coraggio. Mentre scendo per la normale, lui la risale. Mi lego e lui mi assicura, ancora sulla 14b. E questa volta, è naturale, la faccio con molta più scioltezza ed eleganza. Quando sono in cima lui scende a doppia e fa quel che avevo appena fatto io, provando molta soddisfazione nel riuscire a fare ciò che avevamo tentato assieme più volte.

Scendo alla base e mi rilego, questa volta per lo spigolo sud-ovest integrale (14c). Arrivato alla cengetta del 14cI, non riesco a salire, non vedo appigli. Infatti quel tratto è di V grado. Rinuncio e raggiungo la cima per la variante più facile. Marco non tenta neppure di provare dove avevo fallito, preferisce scendere sulla Est, dove mi ero rovinato la spalla. Dato però che la corda di Marco è molto più lunga di quella di Alberto, arriva in fondo senza essere costretto a danze.

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Intanto comincia a far buio e mi tocca risalire per togliere il chiodo della doppia. E’ molto ben piantato, faccio una gran fatica a estrarlo. Esce che sembra una vite. Con molta prudenza scendo in arrampicata al buio.

Dopo cento giorni esatti dall’ultima visita alla Pria Meüia, il 10 febbraio 1963, eccomi là di nuovo. Da solo e in inverno. La giornata è abbastanza bella, ieri pioveva a dirotto. In realtà volevo venire qui anche ieri, ma poi ho preferito andare al cinema. Evidentemente nel cervello qualche rotella mi funziona ancora.

Alle 15.10 sono alla base del torrione. Mi cambio e vado all’attacco della parete sud, mai tentata da me. C’è un passaggio di V+ e A1. Non mi sogno neppure di riuscire, però esploro il terreno per la prossima volta. La roccia è bagnata per la pioggia di ieri, diventa viscida, torno indietro. Vado in cima per la normale. Ho fatto la “prima invernale personale” del Campaniletto di Sestri!

17 marzo 1963: corda l’abbiamo, chiodi no. Alberto ed io abbiamo intenzione di vincere lo spigolo sud-ovest, il famoso 14c. Euro Montagna: “Dalla base seguire il filo dello spigolo scarso d’appigli e in qualche punto leggermente strapiombante sino alla vetta (V grado)”.

Assicurato dall’alto da me, Alberto sale e questa volta s’impegna di più, rifiuta la facile deviazione a destra. Vedo gente che dalle Case Gianchetta ci guarda, senza contare un tale che ci sta osservando da un masso lì vicino. I “tira” e i “molla” si susseguono senza tregua. In quegli attimi si è tesi, pronti a tirare con tutte le forze il compagno nel caso questo voli. Non si batte ciglio.

Dallo spigolo Alberto si mette in spaccata fin quasi allo spuntone del 14 b. Ma sappiamo che non si può toccarlo… se si vuole seguire la via. Allora insiste e ce la fa! Arriva da me senza fiato. A mia volta, sempre con la corda dall’alto, provo: arrivo alla cengia di fuga, allora torno indietro urlando di darmi corda. Ma non è facile per nulla e non trovo appigli. Le gambe cominciano a tremarmi, ma resisto. Finalmente mi stabilisco su appoggi passabili. Da lì cerco di studiare il passaggio, ma siccome non vedo al di là dello spigolo, resto indeciso. Poi mi risolvo: con un’ampia spaccata metto il piede sinistro su un bellissimo appoggio; cerco qualcosa per le mani e trovo per la sinistra: ma non basta, se mi muovo cado. Così sposto la mano sinistra un po’ più a sinistra e la destra velocemente dove avevo la sinistra. Mi tiro su con un sospirone di sollievo. Ce l’ho fatta!

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Ci accorgiamo che siamo osservati anche dal Monte Gazzo. Sono ragazze! E allora vediamo di salutarle!

Intanto Alberto scende per la normale e si lega. Sale per tre metri fino alla cengetta, poi, come d’accordo, si butta nel vuoto. Lo tengo, pendola un po’ di qua e di là, poi si fa calare. Stesse manovre per me.

Frattanto quelle ragazze ci hanno incuriositi un po’ troppo, così decidiamo di salire al Monte Gazzo. In venti minuti siamo lassù, alle 17, facciamo con loro qualche discorso. Poi scendiamo assieme verso casa loro, alla periferia di Sestri. Scherziamo e ridiamo. Ci diamo i nostri numeri di telefono, entriamo a casa di una di loro a vedere la televisione. Poi, alle 18.45 ce ne andiamo. Facciamo una corsa disperata fino a Sestri centro e arriviamo a casa alle 19.55! Il limite di allarme casalingo.

Oggi abbiamo battuto il record della massima difficoltà (V grado), abbiamo fatto esperienza di pendoli, di voli e di ragazze.

Il 19 ottobre 1963 torno per l’undicesima volta al Campaniletto. In questi più di sei mesi ho fatto parecchia esperienza, anche nelle Dolomiti.
Purtroppo la cava è sempre in funzione, perciò la valle è sempre più appestata. Siamo in tre, Marco, io e Giorgio Gambaro. Dopo essermi legato, parto. L’obiettivo è salire da primo di cordata il 14b. Raggiungo lo spuntone strapiombante, mi ci siedo, mi alzo in piedi e poi, con numerose scorrettezze, salgo fino in cima. Da qui assicuro Giorgio che farà, guidato da Marco, la via normale. Per due volte devo cambiare di posizione la corda, poiché la normale fa quasi l’intero giro del torrione. Ma alla fine Giorgio arriva su sano e salvo.

Scendiamo tutti e tre a corda doppia.
Ci dedichiamo ora allo spigolo sud-ovest. Parte Marco e, prima ancora della deviazione a destra (variante 13cI), pianta un chiodo per sicurezza. Gli costa molta fatica, perché non è in posizione comoda. Poi cerca di continuare ma non progredisc molto perché è stanco morto. Allora salgo io, bello fresco, supero il chiodo e vado due metri sopra. Mi fermo. Non posso piantare nulla perché non ho il martello. Torno indietro esausto.

Facciamo altri due tentativi, poi rinunciamo.
Comunque possiamo farcela, dobbiamo migliorare la sicurezza fisica. La tecnica ce l’abbiamo (sic!) e sarà certamente per un’altra volta. Durante il viaggio in autobus, do i chiodi e i moschettoni a Giorgio, lui li darà a Marco e Marco a me. Questo per evitare di entrare a casa mia con il materiale.

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Il 26 ottobre è la volta di due neofiti, uno convinto da me, l’altro da Marco. Questi deve andare a scuola, molto incacchiato. L’avevo salutato, mentre mi dava la corda, nero. In piazza De Ferrari incontro Gianni Gambirasi. Sulla 37 per Piazza Principe mi dice che domani ci sarebbe da andare in gita ad arrampicare (in macchina!) con Giorgio Volta, un suo amico, valente in roccia. Naturalmente voglio essere con loro, stasera si vedrà. Mentre discorriamo, mi dice: – Sai che ho letto in questi giorni di un’ascensione, fatta credo nel 1958, sulla Nord della Grande di Lavaredo… lo sai che in certi punti avanzavano attaccati solo con le mani, i piedi del tutto inutili…

– Beh, non preoccuparti – gli dico io – tanto anche tu farai una cosa del genere oggi!
– Eehh?
– Ma no, ma no, sta tranquillo, non è difficile! – mi diverto a terrorizzarlo.

A Principe, seduti su una panchina sotto al monumento a Cristoforo Colombo, aspettiamo Gianni Cofrancesco, mio compagno di scuola, fanatico politicante, socialista, ciociaro di nascita e in complesso simpatico.

I due apprensivi fanno subito conoscenza (mal comune, mezzo gaudio) e si guardano con tristi sorrisi commiserativi. Scesi a Sestri, lungo la strada, i due nella sventura fanno amicizia, sentendosi morituri provano a consolarsi a vicenda. Logico che, quando vedono la Pria Meüia, per poco non vogliano tornare indietro.

Alla base dico loro di guardare bene quello che faccio. Salgo per la via normale. Gianni, il laziale, sale subito dopo. Arriva in cima più morto che vivo, ma nel complesso bene. Ha il sorriso sulle labbra. Lo stesso fa l’altro Gianni, il Gambirasi.

Il ciociaro, dandosi un po’ di arie: – Beh, credevo fosse peggio!
Adesso però mi vendico. Metto la corda attorno alla cima, sistemo il cordino attorno alla vita di Cofrancesco, poi gli unisco la corda. Lui si lascia fare tutto tranquillo, ma quando mi sente dire “Adesso vai giù”, sbianca non poco… e va giù. Non so come pensasse di scendere. Colmo della cattiveria, lo faccio scendere per il versante più alto.

La manovra con tre persone è complessa, ma alla fine siamo di nuovo tutti alla base del 14b.
Salgo per quella via. Il Gambirasi mi segue, toglie il moschettone dal chiodo e si accinge a proseguire verso lo spuntone.
– Sandro, non ce la faccio! – mi urla.
– Come, non ce la fai?
– Non so dove mettere i piedi!
– Te l’avevo detto che oggi avresti fatto qualcosa di simile!

Alla fine si decide e passa. Quando è in piedi sullo spuntone non trova appigli, allora lo tiro su quasi di peso. Stessa cosa per Cofrancesco.

Prima del buio mi faccio assicurare (dal basso) sulla 14cI, anche questa una novità, da primo. Più tardi beviamo qualcosa all’osteria delle Case Gianchetta. Purtroppo per la gita con Giorgio Volta non si è concluso nulla. Giorgio avrebbe dovuto lavorare per tutta la notte.

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Nell’ambito della mia scuola, il liceo scientifico Gian Domenico Cassini, oltre a me ci sono altri cinque soci CAI. So che uno di loro, Francesco Bavano, ha fatto il corso di alpinismo l’anno scorso. Peccato che i genitori non lo lascino venire con me. Oltre a due tizi che non conosco e che portano il distintivo, ci sono un certo Giuseppe Grisoni e quell’Alberto Poiré col quale ero stato alla Pietragrande il 31 ottobre. Poi faccio il censimento di quelli che avevo iniziato: Gambaro, Cofrancesco, Gambirasi… ma ecco che ne trovo un altro, un compagno di classe: Carlo Ventura (vedi  http://www.alessandrogogna.com/2015/01/06/listruttore-del-cai/ e http://www.alessandrogogna.com/2015/01/02/i-due-diavoli/ , NdR). Carlo è quello che ha dimostrato più entusiasmo, è stato lui a chiedermi se un giorno poteva venire con me, il contrario di quanto successo con gli altri.

25 gennaio 1964. Questa volta, sulla strada per le Case Gianchetta, non siamo infastiditi dallo “smog”. Proprio oggi hanno messo in funzione il “purificatore” nello Stabilimento Tassara. Questo è importante, sembra il primo impianto del genere in Italia.

Quando Carlo vede il Campaniletto, ne rimane estasiato. Ancor più quando ne raggiunge la base. Ho una corda nuova! Arrivati in cima, scendo per primo io per fargli vedere. Mentre scendo noto ben due chiodi sul 14b che prima non c’erano! Risalgo in vetta e lo aiuta a sistemarsi la corda per scendere. Arriva in fondo con il sedere tutto sbucciato, ma se la prende in ridere, anzi ridiamo come matti entrambi.

Tiro fuori i cordini e gli mostro i “prussik”. Carlo è veloce a imparare, saliamo e scendiamo per impratichirci.

Infine saliamo il 14b, cercando di togliere i due chiodi (chissà chi sono quegli scemi che li hanno messi…!): ma non ci riusciamo.

Il 24 gennaio Marco Ghiglione, allenandosi su una pista di Sestrière per la gara di discesa libera del giorno dopo, era caduto e si era fratturato il malleolo sinistro. Il tendine d’Achille si era sfilacciato. Due mesi per il gesso e molto di più per il tendine!

Il 1° febbraio 1964 Carlo e io arriviamo sotto al Campaniletto verso le 16. Abbiamo perso tempo a Sestri per comprare un martello, il mio l’avevo dimenticato a casa… Ci facciamo la normale, tanto per scaldarci un po’. Per lui è la seconda volta, la prima slegato.

Oggi l’obiettivo è lo spigolo sud-ovest: dopo averlo salito assicurato dall’alto da Alberto Martinelli (17 marzo 1963) e dopo averlo tentato con Marco, oggi forse è la volta buona.

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Raggiungo un chiodo che le volte scorse non c’era. Sto per agganciarlo quando Carlo mi avverte che ha bisogno di scaricarsi la pancia. Allora scendo, lui si scarica, poi risalgo. Oltrepassato il chiodo arrivo al punto di distacco della variante più facile (14cI). Qui comincia il difficile. Se avessi dei chiodi grossi, potrei metterne uno in una fessura. Ma non ne ho. Non ci sono fessure piccole per chiodi normali. O almeno non ne vedo. Perciò proseguo in libera, con la sola assicurazione del chiodo in basso, che tra un metro non servirà più a niente. Mi protendo in diagonale a sinistra. Ora il chiodo sotto non serve più, arriverei prima a terra. Mi sento precario, Carlo mi incita a piantare qualcosa. Dopo un metro e mezzo riesco a mettere un chiodo. Subito mi ci assicuro, concedendomi quindi un po’ di riposo. Questo spigolo strapiomba maledettamente, faccio fatica con le mani. Riparto e dopo poco mi ritrovo in cima!

Carlo riesce a salire con qualche volo… toglie anche il mio chiodo.

Ora Carlo vuole provare la via 14b (IV grado) da primo. Giunto al chiodo vecchio si accorge che balla. Evidentemente qualche maledetto domenica scorsa si è divertito a martellarlo. Così scende. Guardiamo anche il tratto superiore dello spigolo nord-ovest, una prima ascensione che vorremmo fare, avendo notato che non è citata nella guida di Euro Montagna. Vedo che vi si potrebbe mettere qualche chiodo, poi diventa buio e ce ne andiamo.

8 febbraio 1964. Quella via nuova ce l’ho in testa, mi accordo con Piersandro Carlon, mio compagno di scuola. Ha scalato nelle Dolomiti Orientali, precisamente nel Gruppo del Cavallo e sul Campanile di Val Montanaia.

Alle 15.55 siamo alla base del Campaniletto. Questa volta siamo attrezzati di tutto. Salgo la 14b senza assicurarmi a nulla, lui la trova difficile, ci mette un po’ prima di fare i passaggi. Devo dire che Carlo è venuto su meglio, più veloce. Però, quando si mette in piedi sullo spuntone, allora sale più in fretta di quanto aveva fatto Carlo. Forse per via della statura?

Teatralmente getto la corda alla base e gli dico di seguirmi per la discesa. Dapprima mi guarda spaventato, credendo di dover fare in discesa la via appena fatta in salita, poi quando vede la direzione che prendo si risolleva. E infatti mi segue davvero bene.

Ci prepariamo per lo scopo vero della nostra uscita: la via nuova. Pianto il primo chiodo: entra benissimo. Saliamo con la doppia corda, ne passo dentro una. Lui mi tiene di peso. Cerco di piantare un altro chiodo più su ma non ci riesco. Comincio a sentire la fatica. Sandro mi tiene per dieci minuti di sguito. Finalmente riesco a metterne un altro: il problema è che sono tutte fessure più grosse dei miei chiodi! Ci ballano dentro. Mi affido al secondo chiodo, ma dopo un po’ questo si sfila. Per fortuna in quel momento mi tenevo alla roccia. Ridiscendo. Poi risalgo e riesco a trovare una via d’uscita da questo tratto (qui è un po’ friabile), piantando un chiodo sulla destra. Ci attacco una staffa e salgo. Dopo un altro chiodo riesco a raggiungere il traverso della via normale. Qui decido di fare una sosta, è la prima volta che faccio una sosta in parete. Piersandro sale abbastanza velocemente, togliendo tutti i chiodi. Mentre si fa buio continuo verso la vetta per lo sconosciuto spigolo nord-ovest senza mettere alcun chiodo. Lui non mi segue.

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Ecco la relazione tecnica: “Si attacca 5 m a sinistra dell’inizio della via normale e si vincono 4 m in artificiale (A2 e V) fino a intersecare la normale. Da qui si continua per lo spigolo nord-ovest su roccia buona per 6-7 m (IV-) fino alla vetta”.

Pur essendo la mia prima via nuova, non posso dire di esserne molto soddisfatto. Sì, sono contento… ma mi manca qualcosa. Forse sono giunto alla conclusione che fino ad oggi non ho fatto nulla di importante…

 

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