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Punta Martin e Laghi del Gorzente

Punta Martin e Laghi del Gorzente
(dal mio diario, maggio 1962)

La salita della Marmolada aveva fatto crescere non solo il mio record di altezza ma anche la fiducia nelle mie possibilità.

Nel settembre 1961, dal 18 al 20, da Borgomaro mi spingo con le corriere fino a Viozene, per trovare Gian Paolo Ghersi, mio compagno di classe. Da Ponte di Nava salgo a piedi fino a Viozene, come del resto avevo già fatto tanti anni fa con papà e mamma. Sono ricevuto con molto entusiasmo da sua mamma e sua nonna, passiamo la sera a chiacchierare. Il mattino dopo andiamo a Pian Rosso, una bellissima radura sotto al Mongioie; al pomeriggio andiamo alle Vene del Tanaro, cioè alle sue sorgenti. Poi proseguiamo fino alla Sella di Carnino 1625 m e al Monte Castellazzo 1656 m. Torniamo a casa che è già notte.

Le Vene del Tanaro
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Il 5 ottobre ricominciano le scuole, per me la seconda liceo scientifico. La mia classe era stata sparpagliata, ma Ghiglione e Ghersi rimasero con me. Sciabà a settembre era stato bocciato. Non ho tanto tempo, ma quel poco lo spendo a fare gitarelle nei dintorni di Genova, con compagni racimolati, Franco Bernacchioni, Gian Filippo Dughera, Luigi Sciabà, Renzo Frache: oppure da solo. Frattanto si avvicinava Natale e io avevo sempre più voglia di praticare marcia. Mi allenai più volte in corso Italia in vista della gara studentesca del 13 gennaio 1962, rimandata poi al 20 per pioggia. La gara si svolgeva a Genova-San Martino, al campo della Shell. La pista era di 398 metri, dunque per fare i 2 km della gara occorreva fare cinque giri e un pezzetto. Ero nella prima batteria, che vinsi con uno sprint finale. Ma i giudici dichiararono che avevo “rotto” negli ultimi metri e mi squalificarono. Il 27 gennaio ero ancora là, a intrufolarmi in un’altra gara. Su sedici arrivai ottavo e mi beccai (a malapena) una medaglia dallo stesso Abdom Pamich, il campione mondiale di marcia. Mentre continuavo ad allenarmi con Arrigo Giorello (ostacolista) e incassato un altro no dei miei genitori all’iscrizione al corso di roccia del CAI, il 14 febbraio 1962 andai ai Campi del Ligorna (Genova-Prato) per i Campionati d’Istituto (G. D. Cassini) di Corsa Campestre. Si fecero due gare: la prima per le classi 1946-47; la seconda per il 1943-44-45. Il percorso era di 1250 m. Primo della mia categoria fu Arrigo Giorello, secondo Marco Ghiglione a pochi secondi, terzo un tizio che non conoscevo, quarto Cesare Melloni, altro mio compagno di classe, e quinto io, a una ventina di secondi da Giorello.

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L’amico Severino Tagliasacchi fece in modo che m’iscrivessi alla società di ginnastica Rubattino, che mi fece più agile e più muscoloso. Ero reduce da un’avvilente esperienza, quella dell’iscrizione a tennis. Già conoscevo il campo sportivo di Albaro, ci andavo da piccolo a pattinare a rotelle. La mamma e la nonna ebbero l’infelice idea di iscrivermi a tennis, che io odiavo. Stavo per essere iscritto, quando chiesi alla segretaria se potevo già incominciare quel giorno. Quella rispose che sì, se avevo la “divisa”, potevo. Quale “divisa”? Maglia o maglioncino bianco, calze bianche, pantaloni bianchi e, soprattutto, scarpe da tennis bianche. Mi vidi per un momento così conciato e a quel punto cominciai a opporre resistenza. Dissi che mai mi sarei vestito così, dunque, mamma, lasciamo perdere e torniamo a casa. L’ebbi vinta. Tennis? Bello sport, ma il suo mondo non fa per me.

Alla Rubattino, invece, andavo tutti i lunedì, mercoledì e venerdì. Ogni giorno imparavo nuovi esercizi o li miglioravo. Giunsi a poter andare a fare delle gare come riserva, ma poi rinunciai. Alla fine della scuola l’esperienza ebbe fine.

Voglio raccontare anche di quando, a Pasqua, ero andato a Reggio Emilia in treno dall’amico Gianni Jori. Il 21 aprile, al pomeriggio, sono con Gianni e suo padre in automobile per fare delle consegne, perché il padre fa il pasticciere. Il giorno dopo, bel giro di 81 km in bicicletta: Cadelbosco, Guastalla con il suo ponte di barche sul Po, Viadana, Brescello (il paese di don Camillo e l’onorevole Peppone), poi Poviglio e Reggio. Al pomeriggio sono costretto a sorbirmi allo stadio la partita di calcio Reggiana-Verona, poi bella cena emiliana all’Osteria del Noce. Gianni venne tempo dopo a Genova, per la partita Genoa-Reggiana.

Marco Ghiglione e io dobbiamo programmare una gita per il 1° di maggio. Propongo di andare al Monte Beigua, ma a lui quei posti non sono troppo simpatici, così decidiamo per la Punta Martin.

La Punta Martin (Appennino Genovese)
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Ormai si sono verificati cambiamenti in noi: lui ha preso qualcosa da me, come l’abitudine alla minuziosità e la passione dei record. Io invece ho imparato da lui come ci si organizza. Ne è nata una specie di società democratica, scientificamente organizzata. Ogni gita è pianificata fino al minimo particolare, e lo scopo primo è fare dei monti, quanti più possibile, in belle località. I monti non mancano e non perdiamo tempo a vagliare e scegliere. Non si parla di alpinismo, ma di escursionismo “estremo”. Passiamo interi pomeriggi dietro a questi programmi, facendo finta di studiare, e qualche volta la notte devo mettere la sveglia alle 2 per studiare davvero.

1 maggio 1962, sveglia alle 3.45, treno da Ge-Brignole alle 4.45. Sulla linea ferroviaria per Ovada, scendiamo ad Acquasanta. Scendiamo in paese per comprare una bella dose di prugne secche. Camminiamo un po’ per una carrozzabile, sotto al ponte ferroviario, poi a un mulino deviamo a destra per la valle del rio Bajardetta. Ben presto perdiamo il sentiero e saliamo per frane e rovi. Dopo aver ucciso una vipera, incontriamo un uomo che c’indica la strada giusta. Saliamo sulla Cima Legea e sulla rocciosa Rocca Calù. La val Bajardetta è orrida e desolata. Neppure un casolare! E pensare che dietro alla Pietralunga c’è Genova! Entrambi i versanti della valle sono nudi e spogli, e cadono giù cosparsi di pietrame. Incontriamo tre del CAI che vanno come noi alla Punta Martin e li sorpassiamo, fino a che raggiungiamo la cima, a 1001 m. C’è un cippo, eretto a memoria dell’alpinista genovese Francesco Savignone, caduto il 10 dicembre 1922 sul versante occidentale di questa montagna.

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Ripartiamo quando arrivano i tre da noi sorpassati. Uno di loro ansima da far quasi pena. Saliamo sul Monte Piazza, sul Monte Penello e sul Monte Foscallo 983 m. Scendiamo alla Colla del Canile e alla Colla della Majana. Dopo questa peregrinazione siamo ai Piani di Praglia. Incontriamo degli scout rover di Ge-Rivarolo, diretti lì a vedere se la fontanella, da loro costruita l’anno prima, funzioni ancora bene.

All’osteria Praglia compriamo delle birre e mangiamo. Dopo un po’ di lancio di coltelli, ci dirigiamo ai Laghi del Gorzente, per prati e senza sentiero. Arriviamo a un punto panoramico dal quale dominiamo il Lago Lungo in tutta la sua ampiezza, con il caratteristico promontorio. Scendiamo, lo aggiriamo e arriviamo alla diga. C’è scritto che non si può passare, noi tentiamo lo stesso ma a metà siamo richiamati a gran voce dal guardiano. Ci tocca un giro lungo e faticoso nel bosco a picco sul Lago Bruno per poi finalmente arrivare a un ponte e passare al di là del lago.

Il Lago Lungo del Gorzente
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Tiriamo diritto fino al Passo Prato Leone e da lì giù a Isoverde, dove arriviamo alle 16. A piedi fino a Ge-Pontedecimo. In più, dato che oggi è la festa del Lavoro, non ci sono autobus, dunque acchiappiamo per miracolo una corriera sostitutiva per il centro di Genova.

Il 31 maggio, con un caldo infernale, c’è la gara scout di cucina. Ci sono, oltre alla nostra dei Castori, le squadriglie delle Aquile e dei Daini, con il capo-reparto Ernesto Parodi. Siamo in un bosco sopra Ge-Rivarolo, esattamente oltre al Pian del Toro, sotto al forte del Diamante. Ciascuna squadriglia deve preparare un pranzo, e chi lo prepara meglio vince. Noi abbiamo da preparare la pastasciutta, lo spezzatino e il budino. Nei Castori siamo in quattro: Marco Ghiglione, il vice Papparella, Luigi e io. Ci accampiamo vicino a un ruscello e lì inizia la gara. Immaginate cosa ne viene fuori!

Io ero addetto al budino, con la ricetta che mia nonna diceva essere facile. Lei lo chiamava “budino alla norvegese”, anche se non ho mai capito che c’entrasse la Norvegia. Inizio la complessa preparazione verso le 10, poi metto il contenitore nell’acqua del ruscello per il raffreddamento. Alle 14 ci siamo già mangiati i vari “piatti”, ovviamente assaggiando tutte le “specialità” degli altri. Siamo pieni come uova, rimbambiti dal caldo e dalla digestione. Finalmente alle 15 mi risolvo a dare il via alla “degustazione” del mio budino, ancora un po’ molle, ma decisamente buono. Vincemmo la gara, ma ex-equo con le Aquile…

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