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Rapporto Montagne Italia

La Fondazione Montagne Italia ha presentato nel giugno 2015 il Rapporto Montagne Italia, un corposo documento di 328 pagine che fotografa la montagna italiana.

Un attento lavoro di analisi, quantitativa e qualitativa sulla montagna e sul suo legame con le aree urbane italiane, che arriva a nove anni dal precedente studio di questo tipo realizzato dal Censis.

La versione integrale del Rapporto Montagne Italia è disponibile in rete (ma per poter scaricare è necessario compilare un modulo e spuntare l’autorizzazione al trattamento dei propri dati (privacy): http://www.unimontagna.it/rapporto-montagne-italia-il-volume-scaricabile-pdf-sul-sito-uncem%E2%80%8F/;

oppure è disponibile qui:
parte Uno-pagg. 001-081,
parte Due-pagg. 082-138,
parte Tre-pagg. 139-248,
parte Quattro-pagg. 249-330.

Secondo il documento, in moltissimi Comuni montani oggi si sperimentano politiche di integrazione e un nuovo welfare di comunità. La montagna conosciuta come luogo dal quale emigrare, che fino agli anni Novanta ha perso, sia sugli Appennini che sulle Alpi, decine di migliaia di abitanti, oggi diventa territorio che torna a crescere, con un aumento della popolazione dopo lunghi e non uniformi periodi di declino. La montagna mostra una capacità diversa di accogliere e ospitare i nuovi flussi di migrazione di lungo raggio, sino a fare degli stranieri una componente rilevante delle forze di lavoro.

Presentazione del rapporto
RapportoMontagneItalia.FotoMBussone

Lo riconosce l’on. Enrico Borghi, presidente della fondazione: “Scopriamo che il trend demografico comunque non è negativo perché ci sono decine di immigrati che vengono integrati per iniziativa delle amministrazioni e dei welfare di comunità locali. Oggi nelle aree montane e rurali c’è un’evidente capacità di integrazione. Su questo le montagne possono insegnare qualcosa al resto del territorio nazionale”.

È una delle immagini positive e inattese che emergono dal Rapporto Montagne Italia. Nuovo welfare, ma anche nuova economia e apertura al terziario e all’innovazione. Non senza la necessità di una maggiore coesione tra i Comuni, moltissimi con meno di mille abitanti, capaci insieme di superare la delicata fase di riorganizzazione istituzionale che ha prima visto l’evoluzione delle Comunità montane e poi una soppressione delle Province, entrambe erogatori di servizi e luoghi istituzionali capaci di mediare il dialogo delle aree montane e rurali con le zone metropolitane e urbane.

I deficit più forti rilevati dal Rapporto sono quelli relativi ai servizi, come emerso anche dalle interviste a oltre 400 Sindaci di 80 Province di venti Regioni, oltre che dalle interviste di esperti. “La montagna è accogliente, ma ha un deficit grave sull’accessibilità ai servizi – ha ribadito Ugo Baldini, architetto del Caire – Sulla banda larga ad esempio siamo in clamoroso ritardo. Ma oggi vediamo una montagna che si riproduce. In alcuni casi i dati sono molto rilevanti al nord. Il sud perde ancora molti giovani. E la popolazione diventa più anziana, al sud. Mentre al nord, grazie all’immigrazione, la popolazione diventa più giovane. Un’inversione di tendenza pesante”.

Sui temi economici è l’agricoltura a destare maggiore interesse. Vi è un dato incisivo: “Nel 1961, le aziende agricole coprivano il 93% del livello nazionale, con cura di pascoli, coltivi e boschi – ha sottolineato Baldini – Oggi quella percentuale è scesa al 56%. Un terzo dei territori italiani è senza cura. Pensiamo a cosa vuol dire questo sul piano turistico e sulla prevenzione del dissesto idrogeologico. Servono interventi e precise politiche attive che il Rapporto invita ad attivare”.

I Comuni Montani giocano (a sorpresa) la carta del terziario
di Gianni Trovati (dal Sole 24 Ore del 15 giugno 2015)

Il digital divide, inteso come scarsa presenza della banda lar­ga tra la popolazione, riguarda il 46,8% degli abitanti nei Comuni montani, contro il 35,6% che si registra nella media nazionale. Nemmeno in termini di infrastrutture “fisiche” il quadro mi­gliora molto: in nove Comuni montani su dieci il panorama delle scuole è incompleto, con il risultato che in più di un terzo dei Comuni montani quasi la metà degli studenti è costretta al pen­dolarismo scolastico.

Peccato, però, che in più della metà dei Comuni montani, soprattutto al Nord, la popolazione è cresciuta negli ultimi dieci anni, l’immi­grazione spinge questa dinami­ca al punto che in un Comune montano su tre più del 10% degli abitanti sono stranieri, e che quindi cresce la domanda di servizi materiali e digitali anche per sostenere un’economia che punta sempre più sul terziario.

RapportoMontagneItalia

Corrono lungo queste con­traddizioni le 328 pagine di anali­si e tabelle del nuovo Rapporto sulla montagna, che la Fonda­zione dell’Unione nazionale dei Comuni montani ha ultimato e presentato il 17 giugno 2015 alla Camera dei Deputati

Il gap infrastrutturale che caratterizza i 4.200 Comuni italia­ni classificati come montani, che amministrano il 58,2% del terri­torio nazionale e contano 14,3 milioni di abitanti (il 24% degli italiani), è un dato storico. Il pro­blema è legato al fatto che il gap rispetto al resto del territorio cresce, anche per una serie di scelte politiche ed economiche che rischiano di bloccare le possibilità di sviluppo di questi ter­ritori, sempre più legate al settore dei servizi.

Il lungo contenzioso con Po­ste, che prevede di dimezzare la corrispondenza in 4.721 piccoli Comuni considerati “periferi­ci” e che secondo il vicemini­stro Enrico Costa rischia di esporre l’Italia a una procedura di infrazione Ue, è solo l’ultima di una serie di “razionalizzazio­ni” che hanno visto la montagna come luogo da abbandonare più che da sviluppare. I “buchi” nel sistema scolastico, ricordati sopra, si sono allargati con la ri­forma avviata nel 2008 per ri­durre i costi tagliando il numero delle sedi.

Oggi il problema si allarga alle strade, la cui manutenzione è in corso di abbandono da parte del­le Province. A dirlo sono gli stes­si sindaci dei Comuni montani, interpellati dal Rapporto in un censimento ad ampio raggio delle loro opinioni su problemi e opportunità del territorio che amministrano. Alla voce «rifor­ma delle Province», il 75,5% dei sindaci dice di preoccuparsi del­le ricadute sulla viabilità e le reti di mobilità, mentre solo un sin­daco su tre lamenta un problema di riduzione della rappresentanza politica.

Anche in questo caso, i colpi portati da una riforma che rima­ne invischiata fra resistenze ter­ritoriali e difficoltà di applica­zione nazionali rischiano di af­fondare una situazione già com­promessa. Alla richiesta di dare un voto “scolastico” (da 1 a 10) al­la condizione di infrastrutture e servizi sul territorio, gli amministratori dei Comuni di monta­gna affibbiano in media un «4,8» ai collegamenti stradali, e un vo­to analogo («4,9») ai trasporti pubblici, in particolare su gom­ma. Proprio questi ultimi avreb­bero dovuto sostituire in molti Comuni i servizi ferroviari, che sono stati oggetto di una profon­da “razionalizzazione” negli ul­timi anni e infatti ottengono dai sindaci il voto peggiore, «3».

Sono questi, spiega il Rapporto, gli ostacoli allo sviluppo di un territorio che però rimane ricco di potenzialità legate sia alla dif­fusione dell’economia dei servi­zi (nel 40% dei sistemi locali il peso del terziario è superiore al 71,7% del valore aggiunto totale che rappresenta la media nazio­nale) sia alla tenuta dell’agricol­tura, che in montagna perde me­no superfici che in pianura.

«Questi numeri – riflette Enri­co Borghi, presidente della Fon­dazione Montagne Italia e presidente dell’Intergruppo parlamentare per lo sviluppo della montagna – evidenziano la funzione strate­gica di uno spazio che troppo spesso sfugge alla politica nazionale. La montagna è fatta anche di distretti produttivi che innovano e competono sul piano in­ternazionale, e hanno bisogno di servizi adeguati”.

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