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Re-styling intelligente


Ri-attrezzare rispettosamente le grandi vie del passato si può!

Una delle grandi motivazioni per rivedere lo stato di chiodatura di una vecchia via (e qui non faccio distinzione tra falesia e montagna) è la constatazione dell’abbandono in cui questa versa. Sterpi, appigli mobili, erba, chiodi che ballano, ecc.
Preferisco usare la parola “motivazioni”: altri, più radicali di me, potrebbero dire “pretesti”.
In ogni caso lo scopo è quasi sempre “rendere fruibile” un terreno di arrampicata che altrimenti vivrebbe altri anni di solitudine.

Heinz Grill
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E’ vero: fino all’affermarsi della cultura sportiva, chiunque facesse una via nuova non si preoccupava minimamente di coloro che sarebbero venuti dopo, arrampicava per se stesso, rischiava e nessuno metteva in discussione che chi voleva seguirlo, mesi o anni dopo, avrebbe dovuto rischiare e penare allo stesso modo.

Se si lasciava chiodata una via, non era per scrupolo ecologico o per gentilezza e riguardo verso il ripetitore… era solo perché l’apritore non aveva problemi nel suo personale approvvigionamento di ferraglia.
Se le ripetizioni mancavano, meglio! Si sottolineava il grande impegno necessario per quell’itinerario…

Oggi, con l’avvento dello spit, con le protezioni mobili e con la mutata sensibilità nei confronti del possibile numero di ripetitori, cioè di giudici favorevoli al nostro operato, si tende a un comportamento del tutto diverso.
Questo modo di pensare si riflette anche nel prendere in considerazione vecchi percorsi.

Ma i modi in cui si può affrontare il restyling sono davvero molti e sfumati. Ciò che lo scalatore trad (o similari, questione di definizione) auspica oggi non è che si proceda a una ri-attrezzatura “sportiva” tout-court, bensì che si ri-crei un itinerario senza “essenzialmente” snaturarlo.

Esempi di cosa vado dicendo ce ne sono molti, anche se quelli di una ri-attrezzatura brutalmente sportiva sono assai superiori di numero, direi dieci a uno.
Qualche anno fa le guide lecchesi procedettero in un programma di restyling di alcuni itinerari della Grignetta e della Corna di Medale. Mentre alcune vie furono spittate come itinerari sportivi, su altre si preferì (a volte per espresso desiderio dell’apritore, magari ancora vivente…) sistemare a spit solo le soste e invece, per ciò che riguarda i chiodi di protezione della via, realizzare una chiodatura efficiente, perché fatta appesi alle corde e non procedendo da primi di cordata. Quindi: sostituzione di chiodi con rispetto del numero originale, asportazione di erba, spine, lichene, terra, appigli mobili. Asportazione dei vecchi cunei in fessure oggi proteggibili con nut e friend. In qualche caso anche stabilizzazione artificiale di scaglie. Certo, un compromesso: però intelligente.

Gli esempi più belli di re-styling ci vengono però dalla Valle del Sarca, dove Heinz Grill, il più attivo apritore di nuovi itinerari degli ultimi anni, si sta dando da fare con la sua squadra a ri-valorizzare gli itinerari del passato. Lo affianca  gente come Florian Kluckner o Franz Heiss, per non parlare delle tenaci e graziose “ancelle” Johanna Bluemel, Petra Himmel, Barbara Holzer, Sigrid Koenigseder, Sandra Schieder, Monika Staufer e magari altre.
Vie come il pilastro Cristina e Alba Chiara (entrambe a Monte Casale), come Luce del primo mattino al Piccolo Dain, oppure ancora l’attuale ciclopica lavorazione su Oasi di Pace sulla Cima alle Coste sono lavori che richiedono settimane a più persone! Stiamo parlando infatti di vere e proprie vie di centinaia di metri.

In questi casi dunque, la volontà di ri-proporre un itinerario che trasuda storia anche agli odierni arrampicatori, in modo che questi apprezzino il valore dei primi apritori, supera di molto la semplice volontà di “rendere fruibile”, termine irrispettoso che sa di “consumo” e di “superficialità”.

Giuliano Stenghel e Heinz Grill. A quando il re-styling di una delle grandi vie di “Sten” Stenghel?
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