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Riflessioni

Riflessioni
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Rivista Mensile del CAI, giugno 1971)

II buio ci aveva raggiunti all’inizio del grande anfiteatro dominato dall’elegante parete del Corno Stella, ai piedi della quale era posto il rifugio. Camminavamo in silenzio, aprendo lentamente la nostra traccia nella neve profonda e polverosa: una neve leggera, impalpabile, asciutta come la sabbia del deserto.

Varcando la porta del rifugio, ci lasciammo alle spalle un paesaggio tetro e spettrale, reso ancor più freddo dalla luce biancastra della luna. E noi, al sicuro nel comodo e accogliente rifugio, ci demmo da fare per rendere il nostro soggiorno ancora più confortevole: chi spaccava la legna e ne segava i pezzi per la stufa… chi si dava da fare per disciogliere la neve sul fornello a gas, chi ancora liberava la stufa dalla cenere. La gran parte degli uomini che vivono nelle grandi e piccole città ha perso il gusto sano delle cose semplici: spaccare la legna, accendere un fuoco in un rifugio in una notte d’inverno, starsene seduti attorno alla fiamma a fantasticare.

Eravamo seduti attorno al tavolo e assaporavamo la meravigliosa sensazione di calore e di sicurezza che danno questi istanti. Davanti alla luce un po’ fioca di due candele, non vi era nulla di meglio che gustare lentamente un caldo minestrone fumante.

Il rifugio Bozano e il Corno Stella
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Allora qualcuno di noi introdusse un discorso molto interessante, chiedendosi che razza di uomini dovevamo essere se ancora avevamo il gusto di queste cose, se amavamo isolarci nella grande solitudine della montagna invernale, se ci attiravano il freddo, il silenzio, la neve. Certo, amavamo la natura in tutte le sue espressioni, ma esaminandoci a fondo, non eravamo forse un po’ misantropi, non c’era in noi un forte disadattamento sociale?

Resterei a volte delle ore davanti al fuoco senza dire nulla e pensando a me stesso; vi è nella fiamma qualcosa di pagano e di ingenuamente primitivo che mi ha sempre affascinato. Davanti alla luce della piccola candela fu più facile parlare di se stessi.

Io, risposi, ero ben conscio di non essermi inserito, di non essermi adattato a questa società che non amo. A ventiquattro anni forse non avevo ancora concluso nulla di positivo nella vita: c’è chi realizza se stesso nello studio, nel lavoro… no, nulla di tutto ciò. Ben presto avevo capito che lo studio non mi dava null’altro che una vasta informazione su molte cose del tutto inutili: preferii interrompere l’università e crearmi una cultura per conto mio, leggendo e rileggendo ciò che più mi piaceva e che più ritenevo utile per la mia formazione spirituale. Già, ma in questo modo non ci si crea una posizione… Il lavoro, il futuro, la famiglia, la vita: problemi enormi, dal cui peso sovente mi sentivo schiacciare.

A volte incontravo vecchi compagni di liceo: erano cambiati, diversi da allora; no, forse io sono cambiato molto, non ci intendiamo più. Li guardavo: maxi-cappotto elegantissimo, camicia, cravatta, mocassini con fibbia, una ragazza ancor più elegante sotto braccio. Loro guardavano me, stranamente, forse con una certa diffidenza. Per lo più indosso un paio di blue jeans di velluto e un maglione, non amo la moda. Ma quando sentivo che alcuni di loro si erano già laureati, che altri stavano per sposarsi, che altri ancora avevano trovato ottimi impieghi e raggiunto una solida posizione, sovente mi ponevo la domanda se per caso non fossi stato io a sbagliare tutto, se non sarebbe stato meglio mettere da parte i sogni e gli ideali troppo grandi e discendere un po’ nella realtà.

«E tu, Gian Piero, cosa fai? Non frequenti più Lettere?» «No – rispondevo – non mi dava nulla; vado in montagna e scrivo, cerco di arrangiarmi nell’ambito della montagna».
«Ah, ho capito – aggiungeva con un sorriso sarcastico – la montagna…».

Pezzo di cretino, cosa ne sai tu della montagna, cosa ne sai tu della mia vita, delle mie idee? Certo, tu ti senti a posto, ti senti sicuro, hai raggiunto una posizione, hai il futuro spianato; ma sei proprio sicuro di essere felice, hai tu provato una sola delle sensazioni che io ho provato?

No, non avevo sbagliato tutto, in montagna realizzavo me stesso. Altrimenti mi sarei sentito alienato, spersonalizzato. Ma fino a quando avrei potuto vivere così? La luce della candela si faceva sempre più fioca, gli amici ascoltavano in silenzio. Lo sapevo, un giorno sarei stato solo davanti a questa grande incognita che è la vita, e non sarebbero serviti a nulla tutti i miei sogni, i miei ideali.

Oggi vivi solo se produci, se ti inserisci nel sistema; sei un piccolo ingranaggio di una grande ruota che fa parte di un meccanismo ancora più grande.

Eppure continuavo a scrivere articoli, a compilare guide, monografie, a redarre riviste di montagna, e lo facevo con passione enorme, ricavandone le più grandi soddisfazioni. Ma materialmente, nulla.

Ecco quale dovrebbe essere il mio lavoro: mettere a frutto anni e anni di letture appassionate e vivaci, di pazienti consultazioni di guide, di riviste di ogni nazionalità. Ma tutto ciò sarebbe stato possibile o forse anch’io avrei avuto un momento molto difficile al leopardiano apparir del vero? È una domanda che sovente mi ponevo.

«Hai ragione – disse Piero – siamo veramente dei delusi e dei disadattati. E anche dei presuntuosi».

Certo, sovente pensiamo di provare sensazioni uniche, irripetibili, pensiamo di possedere una sensibilità del tutto particolare, siamo certi di vivere in un modo completamente diverso, ci atteggiamo a ribelli e anarchici. Ma in fondo ad ognuno di noi vi è un fremito di ribellione: ribellarsi a tutte le costrizioni, essere insofferenti a ogni forma di imposizione… Per questo cerchiamo la libertà e la troviamo in montagna: siamo liberi di muoverci nell’infinito, liberi di disporre della nostra vita, liberi di affondare lo sguardo nel cielo libero, non racchiuso fra i grigi tetti delle case.

Gian Piero Motti (a sin), notte in rifugio. Foto: Gian Piero Motti
Gian Piero Motti (a sin), notte in rifugio. Foto: Gian Piero Motti

E io pensavo a Gervasutti, all’ultimo capitolo del suo grande libro, dove seppe esprimere così bene i motivi che lo spingevano all’alpinismo. È vero, nei lunghi e muti colloqui con il sole e con il vento, nella dolcezza un po’ stanca dei tramonti, nelle vibranti e libere corse sulle rocce tormentate, ritrovava la serenità e la tranquillità di spirito perdute nelle lunghe ore monotone trascorse in città. Pensavo alle rare volte in cui, a causa del maltempo, ero costretto a trascorrere la domenica in città: il cinema e poi la passeggiata in via Roma. Vedevo intorno a me una folla anonima, assente, individui e individui catalogati, assimilati, identici. E tutti con lo stesso sguardo, spento, vecchio; anche i giovani. Pensavo ancora a Gervasutti quando, prima di salire da solo al Cervino in inverno, guardava la grande città ai suoi piedi dalla chiesetta dei Cappuccini: laggiù, rinchiusi nel recinto sociale che si erano costruiti sotto il libero cielo, gli uomini gli parvero prigionieri. Lui, solo per un giorno, sarebbe stato libero.

La luna illuminava le montagne attorno al rifugio e la luce penetrava anche dalla finestra.

«Ricordo – disse Vincenzo – le prime avventure in montagna. Allora forse era più bello. Per tutti ci sono stati una valle, un monte, un colle che appartengono ai ricordi più intimi e cari. Ed è quella valle, quel monte, quel colle che ansiosamente andiamo cercando, ma che non ritroveremo più. Il fascino pagano del mistero, dell’arcano, la gioia di percorrere gli ultimi metri per salire a un colle e subito affacciarsi a vedere ciò che vi è al di là; il ricordo di lunghe camminate tra foreste e pascoli, mentre da lontano salivano lo scampanìo delle mandrie, il grido dei pastori e, nel sole di mezzogiorno, le campane del fondovalle… Tutti andiamo in cerca di questo e lo ritroveremo forse un giorno, se avremo la fortuna di ripercorrere le stesse strade e di guardare ancora con gli stessi occhi le grandi montagne al fondo della valle: lontane, come fu un giorno, irraggiungibili».

Mi venne allora in mente Georges Livanos, che a conclusione del suo libro ribadì questi concetti.

Certo un giorno dovrà finire la fase dell’azione intensa, un giorno forse non si avrà più nemmeno la forza per salire a un rifugio e le montagne dovremo guardarle dal basso. Ma ci salverà il loro ricordo. Forse però, aggiungeva Livanos, è facile parlare così, quando ancora attendono pareti fredde e lontane che faranno dono del loro silenzio, della loro luce e del loro cielo.

La stufa lentamente si spegneva; aggiungemmo un bel ceppo e andammo a dormire. L’indomani avremmo salito la parete del Corno, c’era molta neve e forse sarebbe stato difficile…

Da alcuni giorni sono tornato a casa, ho ripreso la mia vita normale. Camminando per le vie della città mi imbatto in una folla festosa; il Natale è prossimo. Ho bisogno di tutto questo, non fosse altro che per ritornare ancora lassù e poi ancora discendere e incontrare per strada uno sguardo, un sorriso. Forse ciò che mi fa amare enormemente la vita è il contrasto delle sensazioni.

Tra le vie della città il cielo appare a strisce: sovente camminando lo interrogo, lo scruto. Qualche cirro va formandosi qua e là, forse il tempo cambierà…

Davanti al rifugio, la sera, la neve era rossa, lucente; camminando il vento la sollevava creando grandi drappeggi rosati, fantastici, evanescenti…

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