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Roger Schäli

C’E FORSE NELLE ALPI UNA PARETE CHE SIA PIU’ LEGGENDARIA DELLA NORD DELL’EIGER?

SALITA PER LA PRIMA VOLTA NEL 1938, LA NORDWAND DEVE LA SUA SINISTRA REPUTAZIONE ALLA COMPLESSITA’ DELLE SUE VIE, AL TERRENO SPESSO INFIDO DELLA PARETE E ALLE TRAGEDIE CHE NE HANNO SEGNATO LA STORIA. L’ALPINISTA SVIZZERO Roger Schäli NON SEMBRA PROPRIO ESSERE INTIMIDITO DALLA NORDWAND: L’HA SCALATA QUALCOSA COME TRENTACINQUE VOLTE E DETIENE IL RECORD DI VELOCITA’ DI SALITA IN CORDATA CON 4 ORE E 25 MINUTI SULLA VIA CLASSICA DEL 1938, LA via HECKMAIR. HA EFFETTUATO LA PRIMA SALITA IN LIBERA DELLA DIRETTISSIMA HARLIN E HA SALITO ALTRE VIE COME LA GHILINI-PIOLA, LA DIRETTISSIMA GIAPPONESE (ALTRA PRIMA IN LIBERA) e LA PORTE DU CHAOS (PRIMA ONSIGHT). HA ANCHE APERTO UNA VIA NUOVA SULLA PARETE, LA MAGIC MUSHROOM (600 m, 7C+).

LE SCALATE DI ROGER, COMUNQUE, VANNO BEN AL DI LA’ DELLE SUE ADORATE ALPI. HA APERTO VIE IN INDIA (FIOR DI VITE, 7A/M6), IN PATAGONIA (LET’S GET WILD, UN 7A DA 600 m SULLA AGUJA GUILLAUMET), IN GROENLANDIA (EVENTYR, 1300 M, 7A+) ED E’ ANDATO ALL’AVVENTURA IN TUTTO IL MONDO. QUESTO ALPINISTA SORRIDENTE, ALLEGRO E FORTISSIMO E’ ANCHE UN PERSONAGGIO AFFASCINANTE. QUI CI RACCONTA DELLA SUA PASSIONE PER L’EIGER, DEL MOTIVO PER CUI SI E’ INNAMORATO DELL’ALPINISMO E COSA LO MANTENGA MOTIVATO.

Roger Schäli
(intervista a cura di Lucia Prosino, apparsa in estate 2014 su Climb n. 119. http://www.climbmagazine.com/)
traduzione dall’inglese di Luca Calvi

Da dove deriva il tuo amore per le montagne?
Beh, è chiaro che nascere ed essere cresciuto in un piccolo paesetto svizzero di montagna, Sörenberg, ha fatto germogliare in me la passione. Un momento di svolta, forse, fu quando andai sul Cervino, ancora molto giovane, con mio padre. Era il mio decimo compleanno, il 1988, e l’idea era che sarei arrivato solo fino alla Hörnli Hütte a 3260 m. Il fatto che io abbia invece continuato creò un po’ di trambusto. Io, però, ero davvero preso dal fatto che lui stava per salire lassù e volevo seguirlo. Quella fu la mia prima vera avventura in montagna. Poi, all’età di 13 anni, iniziai a scalare con mio padre e da allora non ho più smesso.

Roger Schäli
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Chi ti ha ispirato nella tua carriera di scalatore?

Quand’ero più giovane facevo parte di un gruppetto di scalatori e fu quello con la maggiore esperienza, Martin Vogel, a farmi vedere le corde. Chiaro, fu lui ad ispirarmi. Devo peraltro dire che, guardandomi indietro, non c’erano poi molte altre figure alle quali potessi guardare. Direi che nemmeno gente come Reinhold Messner abbia esercitato chissà quale influsso su di me. L’ho incontrato alcuni anni fa e sono rimasto impressionato dalla sua competenza e dalle sue conoscenze sociali, ma prima di allora né lui, né le sue straordinarie imprese erano riuscite a colpirmi. Ammiro comunque moltissimo Michel Piola.

In alpinismo, per il successo, fondamentale è la partnership. Sei stato in parecchi posti con Simon Gietl. E’ un partner affidabile per te?
Simon è uno dei miei migliori compagni di cordata. Per me è come un fratello minore e ci siamo divertiti tantissimo assieme. Lo incontrai per la prima volta mentre stavo salendo le sei Pareti Nord in invernale nel 2008. Ero lì con Christoph Hainz, che aveva avuto un incidente e non riusciva a continuare. Prima di lasciarmi andare da solo mi disse che avrebbe telefonato ad uno scalatore giovane per sentire se avesse voglia di unirsi a me e continuare il progetto. Era Simon. Ci trovammo immediatamente e da allora siamo stati assieme in parecchi posti.

Con Simon sei stato in Groenalndia, dove avete aperto Eventyr (1300 m di E5/6). Che tipo di avventura è stata quella?
Beh, il nome stesso rende l’idea del posto. Eventyr è una parola danese che sta a significare ‘fiaba’ or ‘avventura’. Abbiamo pensato che quel nome potesse riassumere la nostra esperienza. Tutta la nostra squadra era molto forte. Thomas [Ulrich] è un fotografo eccellente, oltre ad essere uno scalatore al top così come Daniel Kopp. Ci siamo trovati bene e tutto il viaggio è stato un qualcosa di epico. Tre giorni in barca per l’avvicinamento ci hanno portato un sacco di sorprese! La parete in sé presentava una scalata dura, ma sono piuttosto abituato ad affrontare progetti complicati. Non ero, invece, preparato a tutte le complessità logistiche che prevedevano un approccio via barca, quattro persone in parete e doversi tirare dietro tutto il materiale. Posso comunque affermare che è stata una esperienza superba, una di quelle che mi rimarrà dentro a lungo.

Con Simon sei stato anche in India, sulla Arwa Spire (Roger aveva ricevuto in precedenza una nomination ai Piolets d’Or per la sua via della Arwa Spire del 2002 Capsico, VI A3 M6+, 800 m). Nel 2012 sei finalmente riuscito nella prima salita in libera della parete Nord della Spire, ma, durante la tua spedizione del 2011, c’era stato un evento tragico con la morte del tuo amico Daniel Ahnen (che è caduto in un crepaccio). Come sei riuscito a trovare la motivazione per tornarci una terza volta?
Non è sempre facile riuscire ad esprimere emozioni così forti con le parole. Abbiamo cercato Daniel per una settimana, continuando anche se sapevamo che ormai non aveva più alcun senso. Volevamo essere sicuri di aver fatto tutto quello che era umanamente possibile. Poi, si arriva ad un momento in cui si sa che si deve accettare la situazione e si riesce a trovare una sorta di conforto nel fatto che il tuo amico ha finito di soffrire. E’ duro riuscire a sopportare una tragedia quando tu stesso sei in una situazione rischiosa. Poi te ne vai e talvolta riesci a dimenticare l’intensità di quei momenti, anche se spesso ti trovi di fronte a quelle sensazioni. Per fortuna, la mia famiglia ed i miei amici mi hanno aiutato tantissimo. Ho visto in faccia la morte fin da giovane, quando andavo ad aiutare mio padre durante le operazioni di soccorso, così non ci sono state domande superflue relative all’incidente di Daniel. Credo che questo mi abbia aiutato ad elaborare tutte quelle sensazioni e anche se le cicatrici sono ancora vive la vita deve andare avanti.

Cima Scotoni, parete sud-ovest. Roger Schäli su Zauberlehrling. Foto: Gian Sebregondi
Schaeli_in_Zauberlehrling__1_Bild_Gian_SebregondiDev’essere stata dura. Nel settembre 2012, però, è arrivato il successo.
Guarda, non direi che il nostro obiettivo di scalare in libera la parete nord sia stata una missione eroica. Si trattava, piuttosto, del fatto che un altro caro amico di Daniel ci aveva dato un amuleto e noi avevamo deciso di portarlo sulla vetta e lasciarlo lì per lui. Ecco, il vero “core”, il punto focale della spedizione fu proprio quello. Stiamo parlando, comunque, di una scalata dura su un terreno complicato. I tiri erano difficili, così come estremamente complicato è trovare la via sull’Arwa Spire, dove piazzare protezioni solide è spesso impossibile. Poi, ovvio, c’è il freddo a rendere tutto ancora più complicato. Credo tuttavia che la nostra felicità per aver raggiunto la vetta sia stata aumentata proprio da queste sfide.

Parlami dei Piolets d’Or. Hanno un qualche influsso sulla vostra scelta delle vie?
No, davvero no. Non sono davvero interessato a quello che la stampa possa dire o meno delle mie avventure. Ho già abbastanza da pensare di mio. Di certo è notevole ed è fonte d’ispirazione vedere cosa riescano a fare alpinisti con un lavoro a tempo pieno come Mick Fowler, ma trovo che concentrarsi totalmente sui Piolets vada a portar via la magia dal mondo della montagna. Credo, inoltre, che sia una cosa piuttosto facile mettersi a criticare simili eventi e che forse sarebbe più appropriato essere più costruttivi su questo fronte, anche con i media. In fin dei conti, ci basta guardarci tutti negli occhi per poter capire in un modo o nell’altro cosa siamo in grado o meno di fare. Forse, se aggiungessimo un po’ più d’ironia alla vita, sarebbe tutto più semplice.

Sei il detentore del record di velocità in cordata con Simon sull’Eiger (Febbraio 2011). E’ stata una scalata estemporanea o l’avevate pianificata precedentemente?
Beh, certo non è che stessimo solo andando a giocare, ma non è che ci siamo presi troppo sul serio durante quel tentativo. Si tratta pur sempre della parete Nord dell’Eiger ed era inverno, il che rendeva le condizioni ancor più difficili. Più di tutto, però, stavamo cercando di divertirci. Ci stavamo preparando per l’Arwa Spire e ci sentivamo davvero in forma ed estremamente motivati. Amo la parete nord dell’Eiger a ci affascinava l’idea di provare a salirla così velocemente. Quando sei ai suoi piedi, la parete si mostra grande e davvero ti intimidisce. Poi inizi a scalarla e la tua prospettiva cambia. Andar veloci ti permette di vedere le montagne con occhi differenti. E’ certamente pericoloso, perché può capitare qualcosa a te o al tuo compagno, some un sasso che cade o l’arrivo di un temporale. Ciò nonostante, mi sono goduto l’avventura.

Il 17 agosto 2011, Roger Schäli riesce a salire rotpunkt (in giornata) la sua Magic Mushroom all’Eiger. Lo assicura Raphael Vogel. Foto: Thomas Senf, Visualimpact.chSchaeli-background-1180x590

Che significato ha l’Eiger per te?
L’Eiger ha influenzato tutta la mia vita. Sono nato in quella zona ad ho sempre avuto quella montagna davanti agli occhi. Da bambino non avrei mai pensato che sarei riuscito a scalarla, figurarsi il farlo così tante volte! Ci sono stati molti tentativi falliti, certo, e si tratta di una parete estremamente impegnativa. Dopo aver scalato la via Heckmair, per esempio, se ne viene fuori distrutti. Eppure ne sono rimasto totalmente assorbito negli anni e sono andato a scalarla di volta in volta lungo le sue tante vie di salita ed ho addirittura interpretato il ruolo di Toni Kurz nel film Il richiamo del silenzio (2007), cosa che mi ha fatto vedere un aspetto diverso della parete. Durante le riprese cercavamo di divertirci e spesso scherzavamo, così come avviene su qualsiasi altro set cinematografico, ma poi, quando mi trovai lì, appeso in abiti congelati, con la corda non abbastanza lunga, provai un profondo rispetto per tutta la storia. Pensai anche al mio sviluppo come scalatore su quella stessa parete ed a quello che avevo imparato da quegli eventi del 1936. Fu così che vidi di essere progredito attraverso lo specchio dell’Eiger, sia come alpinista che come uomo.

Porti spesso gente con te sulla Nordwand?
Di certo potrei portarci una persona al mese e talvolta anche lo faccio. Alcune delle vie dure su quella parete presentano ancora sfide per me e lo faranno sempre. Io, però, non voglio passare tutta la mia vita sull’Eiger. Mi piace viaggiare ed andare a conoscere nuove culture, fare esperienze di prima mano con civiltà straniere.

Il tuo progetto Roger for Africa è un esempio di questo interesse. Ci puoi spiegare il ragionamento che sta dietro la campagna?
Volevo fare qualcosa per questo grande continente ed ho reperito il denaro con il progetto. Con l’aiuto di due donne sudafricane sono andato laggiù, dove abbiamo acquistato prodotti di prima necessità come medicine, coperte, abiti e così via. Poi siamo andati nelle baraccopoli a distribuire il tutto. Non è stata solo una questione di trovare i soldi, darli a qualcuno e dimenticarsene subito dopo. No, sono stato parte attiva in tutto il processo.

Hai anche avuto l’occasione di andare fin lì ad esplorare l’area d’arrampicata. Assieme a Christoph Hainz e Patrick Felder hai aperto Wave Up (8a) sulle Rocklands. Com’è andata?
Ci siamo divertiti un sacco durante quel giro. Anche se quella è un’area conosciuta più che altro per il bouldering, aprire quelle vie è stata una avventura davvero notevole. C’è un potenziale enorme lungo tutto il Cederberg.

Cosa ci puoi dire della Gran Bretagna? Ci sei mai andato a scalare?
Sono stato invitato dall’Alpine Club l’anno scorso per un evento a Manchester e così ho avuto l’opportunità di scalare nel Peak District. Non ho passato lì tutto il tempo che avrei voluto, ma ci tornerò di sicuro. Il Gritstone ha un certo fascino, una sorta di suggestione che non trovi da nessun’altra parte. Nutro anche rispetto per l’etica severa che prevale da quelle parti, quel credo convinto nel ‘clean climbing’ senza l’uso degli spit, cosa non sempre rispettata da altre parti.

E le prossime?
Ho parecchi piani… Mi piacerebbe tornare di nuovo a El Cap [Roger ha completato la salita in libera di Golden Gate a El Cap nel maggio del 2014 con David Hefti], forse in settembre ed ho bisogno di allenarmi per bene in modo da poter essere in forma per andare in Patagonia o in Karakorum l’anno prossimo.

 

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