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Santnerjoch revisited

Santnerjoch revisited

Estate 1959
(dal mio diario, gennaio 1961)

Quando da Vigo di Fassa arriviamo al Ciampedie in seggiovia vado subito al rifugio, situato sulla cima del Monte Ciampedie. Del rifugio non m’importa nulla, m’interessa poter marcare come fatta la cima del monte. Salvo poi scoprire che questa è un po’ spostata…

Convinco poco facilmente l’intera famiglia comprensiva di nonna ad andare al rifugio Roda di Vaèl. Prendiamo il sentiero 545, oltrepassiamo una frana selvaggia, poi nel bosco in saliscendi più o meno marcato. Mi preoccupo, perché vedo che il sentiero scende più che salire. Incontriamo un signore obeso che cammina con difficoltà. Questi, incontrando la nonna, dichiara che lei non avrebbe mai potuto raggiungere il rifugio, per via della salita dopo la malga di Vaèl. Per quanto la nonna sia propensa, non gli diamo retta e continuiamo. Dopo le Rondolae e due ponticelli di assi arriviamo alla malga. Qui ci riposiamo, con la cornice dello splendido Vajolon. Attacchiamo la salita alla fine della quale si vede il rifugio. Non è così spaventosa, e alla fine ci troviamo tutti assieme nella saletta del rifugio. Proseguiremo verso il rifugio Paolina e con la seggiovia al Passo di Costalunga.

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La gita al Col Rodella si differenzia dalle altre perché ci trovammo in mezzo a una bufera. Da Campitello, papà e io, non ricordo più per quale ragione, prendiamo la seggiovia prima di mamma e nonna (forse dovevano comprare qualcosa). Arrivati a fine corsa le aspettiamo: fa un freddo cane, non si può resistere. Così decidiamo di salire in vetta al Col Rodella, dove c’è il rifugio. Sono 10 minuti, ma le raffiche di vento sono impetuose. Entriamo e andiamo a un tavolo, tenendo il posto alle donne che stanno per arrivare. Quando le vediamo sono paonazze per il vento e il freddo preso in seggiovia. La mamma aveva difficoltà a parlare ma, nonostante ciò, quando stava per sedersi al tavolo ha biascicato “piccicaticcio” indicando con schifo evidente la superficie non ben pulita. Igiene e pulizia anche se si è mezzi assiderati…

Col Rodella
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La gita continua con la discesa al Passo Sella, ma raggiunge il culmine con la risalita alla seggiovia per tornare. Nessuno di noi ha la giacca a vento, solo la nonna ha l’impermeabile. Nevica e c’è una nebbia che entra nelle ossa. I seggiolini sono completamente bagnati, l’inserviente ci mette sopra un cartone, ma il disagio è evidente e continuato fino a Campitello.

Un giorno io e mio padre andiamo al rifugio Vajolet, rapiti dalla bellezza dei Dirupi di Larsec e del Catinaccio. Raggiungiamo il rifugio con un po’ di fatica per via dell’afa. Preferiamo il contiguo rifugio Preuss, dove mangiamo due enormi piatti di pastasciutta al ragù. Poi inizio il lungo processo di convinzione di mio padre per salire la gola che porta al rifugio Re Alberto I. Lui guarda in su e si rifiuta di proseguire dicendo che è pericoloso, che ormai la meta della giornata è raggiunta, ecc. Per sfiancarlo, lo costringo a chiedere al padrone del rifugio se ci possiamo andare. Quello per mia fortuna risponde di sì e così c’incamminiamo, lui piuttosto riluttante.

Riconosce anche lui comunque che non v’è alcuna difficoltà, solo fatica. Arriviamo così al rifugio Re Alberto I 2627 m. Ormai ho ben chiaro in testa il disegno di raggiungere il mitico Passo Santner 2741 m con il quale avrei migliorato il mio record di altezza. E pazienza se nel frattempo l’amico Paolo Baldi aveva migliorato il suo salendo sulla Marmolada per la via del ghiacciaio.

Espongo a papà il mio desiderio, ma lui si arrabbia tanto che non insisto. Gironzolo nei dintorni, sotto alle meravigliose Torri del Vajolet, tocco il Passo Laurino, dal quale però non si vede panorama, solo gole aspre e rocce appuntite.

Sono proprio scontento, e mio padre, vedendomi così abbattuto, mi chiede se poi, una volta al Passo Santner, c’è ancora qualcosa d’altro da salire. Lo rassicuro che non c’è altro, a meno di non fare scalata sul Catinaccio.

Esce dal rifugio per vedere il cammino che c’è, la risalita di un ghiaione non lunghissimo. Poi s’informa se c’è panorama. Io gli dico che c’è ed è magnifico. Alla fine c’incamminiamo, e davvero dopo poco tempo arriviamo al passo. Mio padre rimane estasiato, contentissimo alla fine che io abbia insistito così tanto.

Sono felice di essere a 2741 m, ma facendo finta di niente salgo ancora un po’ verso il Catinaccio per racimolare qualche altro metro, direi fino a 2750 m. Mio padre è stato molto contento di quella giornata, ancora oggi me ne parla ogni tanto come della gita più bella.

I rifugi Preuss e Vajolet sotto alla Punta Emma, la Torre Winkler e le Torri Principali del Vajolet
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Santnerjoch rivisited
(scritto nel 2011, ricordando quei luoghi)

C’era una pozza d’acqua trasparente che rifletteva il colore uniforme di rocce nuvolose, più che altro un ricordo malinconico del regno di re Laurino, assai tetro. Una costruzione a rifugio, una teleferica che ronzava e trasportava un carico di birre e aranciate, due bambini che la manovravano, biondi e silenziosi. All’interno del rifugio il custode rigovernava i tavoli, era pomeriggio inoltrato, diceva che l’estate è breve, i turisti sono tanti, ma per pochi giorni l’anno… Lui era sempre lo stesso di una decina di anni prima e le Torri del Vajolet sembravano più piccole di quando le volevo scalare da solo: gli anni non erano passati per nulla e le guglie mi sembravano più docili, più miti. Forse però ero cambiato solo io. Loro si erano forse alleggerite di qualche sasso. Quella conca era sempre stata molto triste, perché la favola del meraviglioso Re Laurino era solo tale e se le rocce s’illuminavano talvolta di rosa era per ricordare il perduto Giardino delle Rose.

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La gente urlava per sentire l’eco, ma l’ambiente restava cupo allo stesso modo. L’unica nota gentile era l’accostamento delle tre torri, immutato. Il laghetto era poco profondo, si potevano contare i sassi: era proprio una pozza che rifletteva lo scuro della gola.

Un bambino lanciava dei sassi, era grazioso, moro e vestito alla tirolese, ma era italiano. A stento riconoscevo d’essere io. Quanti sassi erano stati gettati in quella pozza negli anni della mia assenza? E quanti se ne dovevano ancora gettare prima che lo scarso recipiente fosse colmo e non potesse più racchiudere un laghetto ma solo un acquitrino? L’odore dei rifugi non era più buono: a quel misto di minestrone, ragù e legna arsa s’era aggiunto un vago puzzo di gasolio. Se fossi stato il padre di quel bambino gli avrei detto di smettere di gettare i sassi, e non mi sarebbe importato se il piccolo si fosse bagnato un po’ le scarpe.

A che servivano le raccomanda­zioni di un genitore? Non è stato trovato il prodotto che smacchia le tracce d’erba dai calzoni? “Quante volte ti ho detto di stare attento a fare cadere i sassi, è pericoloso”. Prima mi diceva di non correre perché eravamo in salita, poi bisognava fare attenzione perché eravamo in discesa “e se ti metti a correre non ti puoi più fermare”.

Quando salii da piccolo al rifugio Re Alberto e poi al Passo Santner con mio padre per vedere il panorama su Bolzano, non c’erano altri bambini. Al rifugio Preuss avevamo consumato due enormi piatti di spaghetti al ragù. Pieni e gonfi ci eravamo diretti verso il Gartl. Mio padre era riluttante, non aveva senso quella fatica in mezzo a rocce grigie e panorama non ce n’era. Per fortuna sfilavano altre comitive: ricordo molti tedeschi, qualche italiano ciarliero, nessun bambino. Ma dopo tutti quegli anni il Gartl brulicava di famigliole con ragazzini, bambini, piccoli in spalla. I genitori erano tesi, alla loro paura di cadere s’aggiungeva il terrore di veder sdrucciolare la prole. Pensavo che i bambini se la sarebbero cavata benissimo se non fossero stati impietriti e angosciati da continue minacce. Così non era più un gioco, era solo fatica e lividi sulle ginocchia.

Preferivo ricordare la volta con papà, sarebbe stato contento di me se gli facevo vedere che non cadevo perché da piccolo non avevo mai voluto essere portato sulle spalle. Volevo raccontare agli amici che lassù c’era la teleferica che andava da sola, un laghetto in mezzo alle rocce a strapiombo, e che il custode mi aveva regalato una caramella e che se gridavo la voce rimbalzava quattro o cinque volte.
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