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Separare i terreni del dry tooling e dell’arrampicata

Separare i terreni del dry tooling e dell’arrampicata
Per la gran parte delle persone di questo mondo alpinismo e arrampicata sono attività innaturali: noi che ci siamo dentro pensiamo al contrario a quanto è naturale la scalata di qualunque terreno.
Ben avevano visto gli umoristi della Settimana Enigmistica quando disegnavano l’alpinista non attaccato alla roccia con le mani, bensì tramite la piccozza.

7810_Scalata_S350Con il dry tooling abbiamo non solo realizzato il sogno degli umoristi, l’abbiamo anche raddoppiato, visto che gli attrezzi sono due, più i ramponi, puntuti davanti, sotto e perfino dietro al tacco.

 

 

 

 

 

 

Drytooling in Valle Spluga, Fabio Salini sul Candelino della Condotta forzata, via di sinistra (M7)
Drytooling in Valle Spluga, Candelino della Condotta forzata, 12.2.2013,  via di sinistra, M7,Guardando arrampicare con questa tecnica, che evidentemente risolve una gran parte di terreno fino a qualche anno fa trascurato o impossibile, si ha l’impressione di assistere a uno spettacolo di raffinata bravura, di eleganza, direi anche di grande novità.

La tecnica del dry tooling, nata sugli strapiombi ghiacciati di falesie prima solo repulsive, trasportata poi sulle grandi montagne alpine ed extraeuropee, ha portato a uno sviluppo incredibile delle capacità umane di fare performance veloci, efficaci, risolutive di problemi neppure immaginabili nel secolo scorso.

Eppure… provate a pensare alla punta affilata della piccozza che più o meno delicatamente viene inserita alla radice di una tacca rocciosa, in un fessurino, in un buchetto. Davvero si pensa che il ripetuto passaggio non provochi un significativo allargamento della sede? E’ evidente che le micro-rotture sono da mettere in conto.

Nello Yosemite alla fine degli anni ’60 il ripetuto inserimento dei chiodi da roccia nelle fessure provocava dopo anni il vistoso allargamento delle stesse. La fessura dello Shield, inizialmente da attrezzare con rurp, alla fine, del tutto deturpata,  accettava chiodi di ben maggiori dimensioni. Quando infine ci si accorse dei danni ci fu la rivoluzione dei nut, stopper ed excentric, accompagnata dalla filosofia dell’hammerless.

Yosemite: fessura visibilmente deturpata dall’inserimento ripeturo di chiodi
drytooling_pinscars

Dato che il dry-tooling, come abbiamo visto, presenta gli stessi problemi, quale potrà essere la soluzione?

 

 

 

 

Sulla via dello Shield al Capitan (Yosemite Valley)
drytooling-107481120_medium_148914Non c’è solo il problema ambientale della mutazione della superficie rocciosa, c’è anche quello dell’alterazione delle difficoltà, e quindi delle graduazioni. Se una tacca, sotto le ripetute e taglienti pressioni, si rompe e scompare è probabile che la difficoltà del tiro aumenti; se invece un buchetto viene letteralmente allargato o approfondito quando aggredito dalle punte, è probabile che la difficoltà diminuisca.

La prima misura, direi urgente, per andare incontro a un’etica oggi trascurata dai più (ma per fortuna presente al fondo della coscienza collettiva se non di quella individuale), è la decisione, la presa di posizione riguardante i settori dedicati al dry tooling. Credo che sia evidente a tutti che una stessa via non possa servire all’arrampicata libera e sportiva e nel contempo al dry tooling, come giustamente denuncia Paolo Caruso.

E’ solo un primo passo, ma è necessario. Come si sta facendo strada la divisione tra i settori trad e i settori sportivi in arrampicata, allo stesso modo dobbiamo dividere i settori adatti alla libera da quelli adatti agli attrezzi.

postato il 1 maggio 2014

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