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Sicurezza in montagna diventa “ipertecnologica”?

Carlo Bonardi, giurista:
Su “Montagne360°” di settembre 2013 – voce ufficiale del Club Alpino Italiano – ho trovato menzione in copertina, quanto a Soccorso Alpino, del fatto che “… la sicurezza in montagna diventa ipertecnologica.

La cosa, apparendo a prima vista riferita al Soccorso Alpino quale organizzazione, mi è parsa apprezzabile; ma, leggendo l’articolo interno (pagg. 10-11) ho constatato che il problema, al solito tenuto nascosto, è un altro.

Non si trattava infatti di evidenziare moderni strumenti del Soccorso Alpino ma di pubblicizzare – da parte della ditta produttrice ma anche del CAI e del Soccorso Alpimo medesimo – una nuova apparecchiatura, questo GeoResQ, che i singoli praticanti (non solo alpinistici: è per tutte le “persone che vanno in montagna per turismo e per praticare sport all’aria aperta”, e “per l’intero territorio nazionale”) potranno portarsi appresso e che potrebbe essere utile alla loro individuazione e al loro recupero nel caso in cui si perdano.

Nell’articolo si dice dei suoi vantaggi e pure di qualche ipotizzabile inconveniente (esempio: possibilità che “gli escursionisti, sentendosi più sicuri, diventino anche più imprudenti”; per cui neppure manca  – quasi come si fa sui pacchetti di sigarette – l’avviso/riserva:” … non potrà mai sostituire un’adeguata preparazione e pianificazione delle proprie gite in montagna”).

Non è la prima volta che il CAI, nelle sue varie articolazioni, ha a che fare con iniziative del genere (ricordo ad esempio sia il Congresso regionale delle scuole di alpinismo e sci-alpinismo a Crema del 2009, ove le meraviglie tecnologiche 3D-montanare venivano offerte alle Scuole medesime in promozione quasi-gratuita; sia l’incontro al Filmfestival di Trento del 2012, quando Alessandro Gogna lanciava strali verso simili strumentari, in una sede sponsorizzata proprio da chi ne produce); nè sarà l’ultima.

Devo ancora notare che, nonostante il lancio di alcuni allarmi (in genere vengono etichettati: da puristi), anche negli ambiti alpinistici più qualificati non solo la cosa sembra non provocare prese di posizione ma nemmeno alcun interrogativo critico, tanto che si può vederla procedere a gonfie vele, direi con l’aiuto di buoni quantitativi di denaro evidentemente somministrati pure alSodalizio (invito chi lo rappresenta ad esporci un pubblico chiarimento sull’argomento: chi ha pagato?).

Castello di Arnaz (Livinallongo), esercitazioni di soccorso
Esercitazione di soccorso sulle mura del Castello di Arnaz

Orbene, ecco il punto che continuo vanamente a rilanciare (fermo restando che non mi sogno di sostenere che tali aggeggi non possano essere utili e che ciascun praticante può fare quel che vuole): che succede se io, o la mia cordata, o il mio gruppo, o chiunque altro, non abbiamo l’aggeggio e ci perdiamo o corriamo il rischio di perderci (o simili)? Saremo legalmente colpevoli? Anche se direttamente una legge (per ora…) non lo impone?

Continuo a segnalare ciò che l’ultimo dei giuristi sa ma che dovrebbe essere  comprensibile a chiunque: quando un materiale od una tecnica divengono (o sono fatti diventare)prassi, specie in/da ambienti qualificati o che tali sono considerati dall’esterno (si ricordi che il C.a.i. è un ente pubblico e che soprattutto le sue Scuole hanno per legge la funzione di prevenzione degli infortuni nell’esercizio dell’alpinismo), finisce che diventano d’obbligo; e non solo per chi li voleva avere o li aveva, ma anche per tutti gli altri, compresi quelli che di tali enti non fanno parte.

Di talché un futuro scenario sarà quello di chi finirà in galera e dovrà pagare danni pure se all’uso di quegli aggeggi era contrario e pure a prescindere dal fatto se davvero servano oppure no.

Da tempo immemorabile ci sono il pensiero, la legge e la giurisprudenza per i quali, in tema di infortuni sul lavoro (vd. sotto sub B), “L’imprenditore è tenuto ad adottare le misure che, secondo le particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro” (così l’art. 2087 del codice civile del 1942, vigente); presto anche questa norma (qualcuno ne prenda nota, dai!) verrà invocata anche per/da alpinisti!

Concludendo su questo primo caso: che consapevolezza c’è nei vertici CAI (e, aggiungo, dei soggetti che praticano la montagna: CAAIGuide AlpineSoccorso Alpino, singoli, ecc.) di questo problema e della sempre maggior spinta – addirittura ad essi intranea – a fare sì che la pratica alpinistica diventi sempre meno libera?

Perchè di questo tema non si parla, e, anzi, viene censurato?

E’ ora che di queste cose i praticanti si avvedano; e che chi governa l’alpinismo cominci a rispondere!

Carlo Bonardi

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