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Solo, con i mezzi pubblici – 1

Solo, con i mezzi pubblici -1
di Gian Luca Gasca (tratto da https://montagnedigitali.wordpress.com/)

Mi chiamo Gian Luca Gasca, ho 23 anni e da ormai quattro mi occupo di divulgazione scientifica, partecipando a numerosi eventi nel territorio piemontese e non. Non sono mai stato un amante dei racconti senza espressività ed emozioni realmente vissute, e sono convinto che la risata sia la chiave per imparare meglio qualcosa e avvicinarsi agli argomenti con maggior interesse.  Per questo nel mio lavoro ho sempre cercato di coinvolgere il pubblico, facendogli vivere in modo divertente mostre e laboratori.

Gian Luca Gasca
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Un viaggio, partendo da Trieste ed arrivando a Nizza. In sé non c’è nulla di nuovo, non sono certo il primo a percorrere le Alpi in lunghezza. Ma perché proprio un viaggio? Il tema del viaggio permette di rendere maggiormente coinvolgente il racconto. Attraverso storie realmente vissute, emozioni e sensazioni è più facile appassionare e sensibilizzare il lettore al tema trattato. Si potrebbero leggere le stesse informazioni in un libro di storia o in un trattato scientifico. La differenza sta nel fatto che questi ultimi riportano in modo sterile una sequenza di eventi o dati, che difficilmente attraggono una persona, se non del settore.

Mentre il tema del viaggio lungo le Alpi è già stato sfruttato da altri, io mi concedo un piccolo primato. Sarò infatti il primo a compierlo interamente attraverso l’uso di mezzi pubblici, principalmente attraverso bus e treni. In circa due mesi. Anche questa scelta ha una motivazione: quando si decide di fare una gita in montagna la macchina è il primo pensiero, così da arrivare il più vicino possibile all’imbocco del sentiero. Magari posteggiando in un parcheggio a 2000 m. Tema del progetto è anche quello di mostrare che è possibile vivere la montagna in modo responsabile, sfruttando le linee di collegamento pubblico. Per quanto il territorio sia impervio, esistono reti di trasporto che permettono di raggiungere tutti i centri, anche quelli minori e meno sfruttati turisticamente.

La terra trema, la terra frana
di Gian Luca Gasca (tratto da https://montagnedigitali.wordpress.com/)
appunti di viaggio tra Pinzano e Longarone, 29 giugno 2015)

Venzone. Mattina. Piove. Mi incammino lungo la strada che porta in paese. Le auto mi sfrecciano accanto, incuranti della mia presenza.

Il centro di Venzone, sotto fitta cortina di pioggia, osservato dalla desertica stazione
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Sono qui per le mummie: reperti unici nel loro genere, ma purtroppo non conosciuti; e, come ho potuto osservare, non molto valorizzati. Sotto la pioggia, mi faccio strada fino alla cappelletta che le conserva, vicino al Duomo. Sembra di camminare in un borgo con millenni di storia ma, in realtà, questi edifici non hanno più di una quarantina d’anni. Il paese era stato raso al suolo dal devastante terremoto del Friuli, per poi essere ricostruito uguale a prima. Purtroppo non potrò vedere le mummie, è tutto chiuso. Cerco allora l’ufficio turistico, che scopro essere aperto solo due giorni a settimana per un paio di ore. E, secondo voi, io sono capitato in uno di questi due giorni? Sconsolato e bagnato m’incammino, sotto le nuvole cariche di pioggia, verso la stazione dei treni. Non riesco a spiegarmi come reperti di tale importanza possano essere così poco considerati e mantenuti inaccessibili al pubblico. Chissà cos’avrebbe fatto Napoleone, se avesse trovato chiuso quando venne a visitarle. In stazione leggo con piacere che il primo treno utile partirà da lì a due ore. Inizio allora un lungo giro alla ricerca di un bar. Nulla. La stazione pare abbandonata da anni, non c’è neppure una macchinetta per fare i biglietti. Arrivo a Pinzano che ormai è già passata l’ora di pranzo. Per raggiungerlo sono passato da San Daniele. Al piccolo paese sul Tagliamento vengo accolto da Raffaele, il vicesindaco. Un uomo bassino con gli occhiali ed un carattere elettrico. Vengo immediatamente sommerso di parole, ha una parlantina veloce e fitta di informazioni. Mentre mi parla continua a muoversi. Il suo sorriso spontaneo mi mette subito allegria, però vorrei che si fermasse per un istante.

Remigio osserva dall’alto il Tagliamento
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“Stavo uscendo per andare a bere una birra con gli amici, mio padre quando mi ha visto con la giacca e le chiavi mi ha detto ‘certo che a te il terremoto non ti prende’. Era così, una battuta che mi faceva ogni tanto perché a casa non c’ero mai”. Questo è l’inizio della fine per Remigio, in quella sera del 6 maggio 1976 che tutti i friulani dai quarant’anni in su hanno ben impressa nella loro mente. Remigio è il mio Cicerone qui a Pinzano: è un uomo di mondo, ha lavorato un po’ ovunque e si è fatto la sua gavetta, prima di raggiungere i suoi obiettivi. La folta barba bianca e la stazza notevole lo fanno sembrare un vecchio burbero ma, dentro è un bambinone, con tanta voglia di vivere e scoprire ancora il mondo attorno a sé. Ci incamminiamo lungo le vie del paese. Le case sembrano vecchie di cento anni, ma qui nulla ha più di quarant’anni. A parte il campanile. “Quello ha retto”, mi dice Remigio.

Il sacrario militare di Pinzano, ricoperto da una folta vegetazione
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“Siamo estremamente orgogliosi della medaglia d’oro che ci ha dato lo Stato italiano” mi dice, con gli occhi sempre più lucidi. Poi mi guarda e dice una frase che non ho mai sentito dire a nessuno, prima di lui: “Chiedi a tuo padre… chiedigli se è stato contento di pagare la tassa per aiutare noi friulani. Io lo so che sicuramente avrà bestemmiato come tanti, ma io li invito tutti qui a vedere cosa abbiamo fatto, con quei soldi”. “Ricordo con affetto il periodo della ricostruzione. – mi dice mentre andiamo verso il sacrario militare – Lo Stato diede la possibilità di aprire un mutuo praticamente a fondo perduto per le cifre che ci venivano chieste”.

Uno dei bunker della Guerra Fredda
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Il sacrario militare di Pinzano è un luogo strano. Doveva essere il luogo in cui onorare i caduti della Prima Guerra Mondiale ma, alla fine, dopo l’armistizio, è diventata base di soldati cosacchi. Oggi è tutto ricoperto da una vegetazione che dona al luogo un’aura di antichità. Sui muri, i segni del terremoto: alcuni dei blocchi sono fuori posto. Pinzano è un paese in cui la Storia è ovunque: basta camminare per strada e, se si scruta in direzione dei boschi che circondano il paese, si notano casematte e fori di tiro, sia della Seconda Guerra Mondiale che della Guerra Fredda. Con Remigio ci allontaniamo dal centro, percorrendo in direzione opposta la statale che porta al borgo. Passiamo una breve galleria scavata nella roccia. Ci sono due porte di ferro ai lati: le usavano i tedeschi per chiudere gli accessi al paese, quando dal bunker che dava sul Tagliamento li avvisavano di un pericolo.

La più “cresciutella” delle vedette di Cia Ronc
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Svoltiamo a sinistra, in una stradina secondaria, ed iniziamo a salire per boschi e prati da fieno. Ad un certo punto, una casa. “Loro sono le ultime vedette”, dice Remigio indicandola. Siamo a Cia Ronc, una frazione abitata fin dal 1960 da due sole persone, madre e figlio. Ci accolgono con grande entusiasmo, contenti di vedere qualcuno, anche se forestiero. Lei, 92 anni e uno scialle che le avvolge la testa, mi fissa incuriosita dalla sedia per tutto il tempo. Questa sera dormo da Daniela e Salvino a Sequals, nel paese di Primo Carnera. Sono il loro primo cliente, hanno aperto da poco. Sono incuriositi da me, dalla mia storia e dal mio viaggio. Passiamo la serata davanti ad un buon prosecco, poi ci salutiamo: sono stanco e domani e mi attendono svariate ore di autobus per arrivare a Longarone. “Mandi”, mi dicono. Significa “Nelle mani del signore”, in ladino.

Il muro della diga del Vajont, monito (purtroppo spesso ignorato) per le generazioni future
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Arrivo a Longarone in tarda mattinata. Un bel cielo azzurro mi accoglie e, quando volto la testa e scruto fuori dal finestrino, eccola lì. La visione è impressionante. Enorme e grigio, si staglia nel mezzo della valle il muro in cemento della diga del Vajont. “Rimane a testimonianza dell’idiozia degli uomini”, mi ha detto Gervasia Mazzucco, una delle superstiti di quell’indescrivibile sciagura. “La mattina dopo c’era un silenzio enorme, sentivi solo qualche sasso rotolare. Ricordo un gruppo di uomini che guardavano verso la montagna, senza parole”. Così Gervasia  ricorda la mattina del 10 ottobre 1963. La tragedia, però, ha avuto luogo la sera prima. “Tu sei dentro al rumore, non si può far capire. È una cosa inumana, che ti paralizza. Ricordo che non riuscivo a muovermi, ero paralizzata da quel suono”.

Gervasia Mazzucco, una dei sopravvissuti alla tragedia del Vajont
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Dopo poco ci raggiunge Renato Migotti, architetto di Longarone. Aveva 16 anni, nel 1963. Mi racconta brevemente cosa gli è accaduto, ma non ne parla volentieri. “Non ho mai raccontato la mia esperienza, nemmeno in famiglia, perché mi emoziona, mi mette in tensione”. Renato è il presidente dell’associazione che raccoglie i sopravvissuti al disastro del Vajont. Un’associazione nata inizialmente per l’esigenza di chi aveva vissuto quel momento di sentirsi uniti in un gruppo, un gruppo con cui potersi confidare. Poi questo gruppo ha cominciato ad organizzare eventi per ricordare e diffondere la propria storia. La storia di un lavoro “all’italiana”.

Renato Migotti, presidente dell’Associazione Superstiti del Vajont
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Sono stato in questa zona di leggende e tragedie due giorni. Quando me ne sono andato ero ormai cambiato dentro. Ho avuto difficoltà ad assorbire l’impatto con questa realtà perennemente presente nella zona, ovunque ci si trovi. Quando si è a Longarone si ha la diga di fronte, quando si va a Erto e Casso invece si ha una vista forse ancor peggiore: la frana. Ho volutamente scelto di non visitare musei sul Vajont, ma di cercare le testimonianze di chi l’ha vissuto. La cronaca dei fatti la si può ritrovare nei libri di storia, ma il racconto delle sensazioni e delle emozioni dei sopravvissuti – di cui qua riporto solo alcuni stralci – ha tutto un altro impatto.

Ciò che resta della montagna dopo la frana è ancora più impressionante del muro della diga
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Il Vajont è fatto di persone. Persone che hanno sofferto e che, purtroppo, continuano a soffrire. Il Vajont è fatto di illegalità, di soprusi, di mafia. Il Vajont dovrebbe insegnare. Dovrebbe insegnare il peso delle decisioni, il peso della responsabilità. Ma in realtà, come spesso accade in Italia, per ora ha insegnato ben poco.

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